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Voragini a Napoli, l’ex dirigente comunale: “Vi spiego cosa sta succedendo sottoterra. E perché non finirà”

L’ingegnere Andrea Esposito, l’ex direttore delle Infrastrutture: “Andrebbe creata una rete per raccogliere l’acqua piovana, quando piove va tutto nelle fogne che si allagano”
Intervista a Andrea Esposito
Ingegnere ed ex direttore centrale Infrastrutture e Lavori Pubblici del Comune di Napoli
A cura di Pierluigi Frattasi
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"I dissesti del sottosuolo di Napoli dipendono in gran parte dal comportamento dei terreni e dalla presenza delle pozzolane, che sono un ottimo materiale da costruzione, ma che sono anche molto cedevoli. Se arriva dell’acqua, a causa di piogge intense, oppure per perdite della rete dell’acquedotto o da quella fognaria, le pozzolane franano. Se il fenomeno interessa un terreno su cui sono poggiate le fondazioni di un fabbricato, il rischio è quello di un dissesto o di un crollo. Quali sono i quartieri più a rischio? Quelli collinari. Napoli era una piccola città e l'abitato era concentrato nella parte bassa. Dopo il 1945, il numero dei vani è più che raddoppiato e la città si è sviluppata a macchia d’olio, invadendo la zona collinare, costruendo anche su pendii e costoni tufacei. Senza una adeguata manutenzione e interventi strutturali, purtroppo i dissesti si verificheranno anche in futuro".

A parlare a Fanpage.it è l'ingegnere Andrea Esposito, che è stato dirigente tecnico in servizio presso l’Amministrazione Comunale di Napoli fino al 2016 con la qualifica di Direttore Centrale della Direzione Centrale Infrastrutture, Lavori Pubblici e Mobilità. Poi, presidente dell’Unione Nazionale Tecnici Enti Locali della Campania e vice Presidente dell’Associazione Nazionale Ingegneri ed Architetti della Campania. Oggi è Consulente tecnico del Tribunale di Napoli ed ha svolto numerosi incarichi peritali in qualità di Consulente Tecnico di Ufficio sia in sede civile che penale anche su procedimenti relativi ai dissesti dei fabbricati. Nella sua lunga carriera al Comune di Napoli si è occupato, tra le altre cose, per 20 anni del dissesto idrogeologico della collina dei Camaldoli, del risanamento del Costone di Coroglio, dei crolli delle volte al Real Albergo dei Poveri, di Palazzo Guevara di Bovino alla Riviera di Chiaia nel 2013, della Curva A dello Stadio Maradona e del crollo del frontone in Galleria Umberto I nel 2014, della voragine di Pianura del 2015 e di numerosi altri dissesti.

Dopo la voragine di via Morghen, il cedimento di via Solimena al Vomero, con lo sgombero di due palazzi, e il nuovo crollo in via Pietro Castellino, tutto avvenuto nel giro di poche settimane, il tema del dissesto del sottosuolo è tornato prepotentemente nel dibattito pubblico cittadino.

Ingegnere, qual è la situazione del sottosuolo di Napoli oggi?

La risposta è nell’esame dei crolli e dissesti avvenuti a Napoli nell’ultimo ventennio. I dissesti nel sottosuolo hanno una notevole interazione con le fondazioni dei fabbricati e quindi con le strutture portanti degli edifici in elevazione. La pericolosità del sottosuolo di Napoli è nota da decenni e diversi sono stati gli interventi e le ricerche condotte per acquisirne una migliore conoscenza in modo da poter programmare una serie di organici interventi volti al recupero e alla messa in sicurezza del sottosuolo stesso. La questione del sottosuolo di Napoli è al centro di un dibattito che risale alla fine del secolo scorso e nel 2002 è stata oggetto anche di una indagine conoscitiva del Senato della Repubblica.

Il crollo in via Pietro Castellino
Il crollo in via Pietro Castellino

Perché allora si aprono tutte queste voragini?

I dissesti del sottosuolo di Napoli sono in gran parte imputabili al comportamento dei terreni: “le pozzolane”, una roccia sciolta di origine piroclastica, utilizzata per le costruzioni sin dall’epoca dei romani. Questi terreni per la loro leggerezza sono particolarmente erodibili: una piccola corrente d’acqua riesce a trascinarne facilmente con sé parti cospicue, anche se la pozzolana è stata sottoposta a carichi precedenti. Quindi se un fenomeno di questo genere interessa il terreno su cui sono poggiate le fondazioni di un fabbricato, questo ultimo subisce dei cedimenti differenziali e ciò ne determina il dissesto. Altrettanto avviene se l’acqua fuoriesce da un collettore fognario: i terreni su cui poggia il collettore subiscono cedimenti differenziali ed il collettore si lesiona. Questo è anche il motivo per il quale lungo i nostri costoni spesso si verificano delle frane.

Qual è la conseguenza di tutto questo?

Che non si tratta di un dissesto idrogeologico per causa naturale, ma che siamo in presenza di una tipologia di dissesto idrogeologico che è causato dalla trascuratezza degli uomini che hanno costruito i loro fabbricati senza curarsi delle relative opere di drenaggio, captazione delle acque di pioggia e manutenzione delle reti idriche dell’acquedotto e della fognatura (pubblica e privata).

Quali sono i problemi principali da risolvere per evitare i dissesti?

Evitando le infiltrazioni si potranno evitare la maggior parte dei dissesti ai fabbricati di Napoli. Il problema urgente da risolvere è quello di evitare che le acque (siano esse acque di pioggia, acque dovute a perdite delle condotte idriche dell’acquedotto o acque provenienti da perdite delle condotte fognarie) dilavino nel sottosuolo dei fabbricati.

In che modo?

In primo luogo, bisogna evitare che le acque di pioggia confluiscano nella rete cittadina, sollecitando in maniera anomala i collettori, le cui sezioni a seguito del mancato espurgo, presentano sezioni assai ristrette rispetto alle originali. Nelle fogne esistenti dovrebbero confluire solo le acque nere e quelle pluviali dei fabbricati, mentre con una rete a parte si dovrebbero raccogliere le acque di pioggia provenienti dalle superfici pubbliche, strade e piazze da avviare direttamente al mare. Poi, occorre eliminare le perdite dalle condotte idriche di carico che, stante quanto accertato dalla Commissione del Senato della Repubblica, ammontavano nel 2002 al 35-40 % (quindi si tratta di migliaia di metri cubi di acque dilavanti il sottosuolo).

Che altro?

La soluzione è di intercettare le acque provenienti dalle colline, con opere da realizzare al confine della cinta urbanizzata, quali pozzi gravitazionali, indirizzandole al mare direttamente, con gallerie a grande profondità, in modo da non interessare la rete dei sottoservizi, sia in termini di costi, che di tempo, appare la più realistica. Interventi simili sono stati già adottati dal Comune di Pozzuoli e dal Comune di Torre del Greco. In pochi anni sarebbero definitivamente scongiurati i dissesti finora avvenuti in occasione di eventi piovosi particolarmente intensi.

Quanto sono antiche la rete fognaria e quella idrica napoletana?

I lavori per la realizzazione delle fognature di Napoli iniziarono alla fine del 1800 e solo nel 1926 si ritenne conclusa questa grande opera infrastrutturale. Da allora vi sono stati alcuni interventi di una certa rilevanza, soprattutto negli anni '60 e '70, con i lavori della Cassa per il Mezzogiorno, ma da allora non si è più realizzato un lavoro complessivo in materia di fognature, mentre la città si è sviluppata a macchia d’olio.

Via Solimena chiusa al Vomero per dissesti
Via Solimena chiusa al Vomero per dissesti

Quali sono i quartieri più a rischio dissesto?

In particolare quelli collinari. Napoli era una piccola città ed il suo abitato era concentrato nella parte bassa, la città vecchia. Dopo il 1945 il numero dei vani è più che raddoppiato e la città si è sviluppata a macchia d’olio, invadendo la zona collinare. Lo sviluppo edilizio è stato imponente. Sono stati utilizzati suoli liberi sui quali gli antichi non avevano mai osato costruire, ma che oggi risultano profondamente urbanizzati. Si tratta di suoli che abbracciano tutte le problematiche del sottosuolo, quali pendii, costituiti da rocce sciolte e pozzolane, oltre ai costoni tufacei. Inoltre Napoli si sviluppa ad anfiteatro e questo fin dalle epoche passate ha comportato la necessità di realizzare moltissimi muri di sostegno per poter edificare. Ma c'è anche un altro problema.

Quale?

Quello dell'abusivismo edilizio. Oggi manca tra l’altro un approccio concreto con le diverse realtà esistenti che interferiscono con il dissesto, quali quelle relative a tutti gli insediamenti abusivi, condonati e non, con l’aggravante di avere ormai una maggiore vetustà e conseguente usura di buona parte della rete dell’acquedotto (quella risalente alla fine dell’800). L’acqua rappresenta certamente un bene prezioso per tutti noi (acqua bene comune), ma per le strutture è un qualcosa che è sicuramente preferibile evitare. Infatti la presenza di acqua sulle opere di sostegno induce un incremento delle spinte che alla fine porta al crollo di tali opere. Per quanto riguarda i fabbricati in genere, porta a cedimenti nelle fondazioni che inducono a loro volta, sollecitazioni alla struttura dei fabbricati in elevazione, con tutti i danni che ne possono derivare.

Che tipo di interventi si dovrebbero fare?

La sicurezza dei nostri fabbricati dipende molto dalla capacità di raccoglimento e smaltimento delle acque nelle aree vicine. In questo modo si evitano anche modifiche del livello di falda che influenza le fondazioni dei fabbricati, oltre ovviamente ad evitare il trascinamento delle parti fini del sottosuolo. Quindi la raccolta e lo smaltimento delle acque costituisce un indispensabile intervento strutturale, perché in questo modo si elimina a monte quella che può essere la causa delle sollecitazioni sulle strutture dei nostri fabbricati.

La presenza di tante cavità a Napoli può essere un problema?

È stato verificato che da oltre 120 anni i fenomeni di dissesto hanno avuto una causa precisa. Nel 1889, l’ingegner del Comune Guglielmo Melisurgo ispezionò le cavità napoletane, notando che i primi seri dissesti a Napoli sono cominciati dopo che l’acquedotto in pressione ha sostituito il vecchio acquedotto della Bolla. Per 2200 anni l’acquedotto della Bolla ha alimentato Napoli, ma non ha determinato dissesti. Nel 1889, cinque anni dopo l’entrata in funzione del nuovo acquedotto, si verificarono, invece, numerosi dissesti. Si indagò sulle cause e si verificò che l’acqua non in pressione nei condotti a cielo libero andava avanti nel suo cammino, non inquinava e non debordava. Viceversa, le perdite “a spruzzo” del nuovo acquedotto, con condotte chiuse e quindi con acqua in pressione, dilavavano il sottosuolo e, attraversando le pozzolane, potevano causare effetti devastanti.

Cosa succede se nell'acquedotto c'è una perdita?

Se nell'acquedotto c'è una perdita, si verifica “uno spruzzo” continuo sotto pressione che procede indisturbato. Se lo spruzzo attraversa il tufo, non succede granché, ma se sono presenti materiali piroclastici sciolti come pomici e lapilli o pozzolane, l’acqua comincia a scavare, a poco a poco, giorno dopo giorno, si formano caverne e voragini, capaci di ingoiare interi fabbricati. Senza tenere conto del fatto che, in caso di rottura, l’esistenza di una cavità funge da richiamo delle acque, provocando una notevole erosione sotterranea. Ecco perché la cronaca quotidiana parla di frane, cedimenti, voragini, sgomberi di interi edifici, chiusure di strade. Questa è la causa principale dei dissesti nei fabbricati di Napoli. Ma il vero pericolo non è dato dall’esistenza di vuoti sotterranei e quindi da eventi di natura geologica imprevedibili, ma dalla circostanza che la città si è sviluppata, vive e cresce, ignorando completamente il suo sottosuolo cavo ed i suoi impianti: acquedotto e fognatura. Ci ricordiamo di queste cose solo quando c'è un crollo.

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