«Straordinario».

«È straordinario», dice. Lo ripete, lo ridice di nuovo. Alla fine di un discorso Vincenzo De Luca avrà ripetuto l'aggettivo almeno altre dieci volte. Riascoltiamo la parola. Osserviamola scritta. Analizziamola, in controluce, come un medico fa con la lastra. Scopriremo che è tutto qui, non c'è bisogno d'altro per spiegare il piano, il progetto politico, l'azione amministrativa del rieletto presidente della Regione Campania.

Straordinario, ovvero fuori dall'ordinario. Dice il dizionario Treccani: «Che ha carattere speciale e temporaneo o puramente accidentale, oppure si aggiunge, in particolari circostanze e occorrenze, a ciò che è ordinario e consueto».

Con lui tutto è straordinario. È straordinario il nostro impegno, è straordinario il nostro sforzo, è straordinaria Salerno, Napoli, Caserta, Avellino, Benevento, la Campania tutta. La Luce d'Artista è straordinaria. Lo è la nostra gente, il grande concorso, la gestione dell'emergenza. Niente «paese normale» ma quale «forza tranquilla», la Campania è da sempre terra di emergenza negli interventi e di poteri ai commissari. Straordinario come un lavoro fuori orario ma pagato meglio, come un agente in missione che ha obiettivi difficili ma ampi poteri. Straordinario, che non distingue tra caso e volontà, tra fortuna e forza.
Tutti possono provare ad essere straordinari, solo pochi ci riescono. E fra i pochi ci si mette lui.

Gennaio

Gennaio era andato via lento, febbraio in Italia sa di musica sanremese e progetti di primavera. Alla tv ascoltavamo sempre più spesso di quel virus in Cina. Ma la Cina che cos'è? Per molti non più d'un pacco fermo alla dogana, di un negozietto per le cuffie del cellulare a buon prezzo. Un all you can eat spacciato per sushi bar, un prodotto contraffatto, il video del panda, il colosso economico di cui parliamo ma che non conosciamo. Quando nell'Italia infreddolita di guanti e paracetamolo arriva il virus è come l'avanzata dei Barbari nella poesia di Konstantinos Kavafis.

È arrivato ma non si sa. E tutti ne parlano. Quando è davvero tra noi e si impossessa di corpi contorcendoli, affannandoli, strizzando i polmoni come spugne vecchie non intuiamo nemmeno quale di lì a breve sarà incidenza di tutto ciò sulla nostra quotidianità. L'Italia sta per tornare il centro del mondo ma ancora non lo sa. Il virus è nell'aria e sulla bocca di tutti, se ne parla ovunque ma non lo si vede. E se non si vede, se nessuno lo rappresenta, lo incarna, non esiste. Per questo gli italiani continuano a fare esattamente le stesse cose.

Il Guernica dei giorni del contagio va componendosi non con pennello su tela ma con pixel sulla mappa digitale della Johns Hopkins University. I pallini rossi dei positivi al tampone nel Belpaese si dilatano come gocce di vino su una tovaglia bianca. E cos'è, questa, se non la rappresentazione grafica del panico, dell'emergenza? In una parola: straordinario.

Noi su quella mappa in tempo reale della pandemia mondiale dobbiamo ingrandire per guardare a fondo. Dal mondo intero arriviamo all'Europa, poi troviamo l'Italia. E la Campania. Dentro la Campania c'è Napoli. Sorvoliamo la città, atterriamo sull'ospedale Antonio Cardarelli, il più grande del Mezzogiorno, terminale di mille guai. Lì non c'è mai nulla di normale; d'inverno il picco d'influenza moltiplica i ricoveri e riduce il surplus di pazienti sulle barelle in quel lazzaretto autorizzato che prende il nome di Obi, Osservazione Breve intensiva.

Nell'estate appena trascorsa in molti reparti sono mancate per giorni le lenzuola pulite e federe dei cuscini a causa di uno sciopero. Nella grande struttura del Cardarelli, accanto all'eliporto che scarica malati da tutto il Sud e trasporta in volo organi da trapiantare, c'è il padiglione delle malattie respiratorie. Il via-vai è incessante. Ogni tanto qualche degente cui manca il respiro 23 ore su 24 trova il coraggio di scendere a fumarsi una sigaretta davanti alla madonnina col neon blu.
Le mascherine di protezione in corsia non si erano mai viste né per i medici, né per gli infermieri né per i pazienti, all'ospedale Cardarelli.

Ricordiamocelo: questa era la situazione nell'ospedale più grande della Campania prima dell'arrivo del Nuovo Coronavirus. Figuriamoci altrove. Figuriamoci negli ospedali più piccoli, figuriamoci nei presidi ospedalieri, negli ambulatori pubblici e privati, nei centri d'analisi.

Tracciato uno scenario, torniamo alla politica. Prendiamo un foglio e al centro disegniamo una linea in verticale, come se volessimo dividerlo in due. Scriveremo qui l'evolversi delle fasi di due vicende: a sinistra la ricandidatura di De Luca a presidente della Regione Campania, a destra l'avanzamento della pandemia di Nuovo Coronavirus nel nostro Paese.

All'inizio del 2020 Vincenzo De Luca è il presidente della Regione Campania in carica ma non è assolutamente certa la sua ricandidatura. Egli inizia l'anno nuovo ammiccando a mezzo stampa agli elettori delusi del Movimento 5 Stelle, soprattutto a coloro che avevano sostenuto Luigi Di Maio e la sua candidata governatore, Valeria Ciarambino. La reazione non è entusiasmante, è tiepida e confusa. A Napoli nel mese di febbraio sono previste le elezioni suppletive per un seggio vacante al Senato in un collegio che racchiude l'ottanta percento del capoluogo. Un test importante. È lì che De Luca inizia a capire di trovarsi in un campo minato.

Il nome di Sergio Costa, l'uomo della Terra dei fuochi, ministro dell'Ambiente espresso dai Cinque Stelle, sbuca ogni tanto come una marmotta: se si trova la quadra del cerchio col Partito democratico è lui il candidato del centrosinistra in primavera e don Vincenzo se ne torna a Salerno. Qualcuno anzi sostiene che è cosa fatta e Costa stia perfino mettendo in piedi il suo staff per le Regionali. Siamo a fine gennaio. Ma un governatore non ricandidato può mai togliere il disturbo come si dice a Napoli «con una mano avanti e una dietro»? Nossignore, serve un incentivo. Il più classico dei sistemi: promoveatur ut amoveatur, promuovere per rimuovere. Un seggio al Parlamento? Niente da fare, quella giostrina è già conosciuta e il rischio di finire peone all'amatriciana è altissimo. Poi un De Luca a Montecitorio già c'è: è Piero e c'è voluto un bel po' per assicurargli quella poltrona.

L'altra ipotesi è metterlo alla guida di Fincantieri. Ma le poltrone da boiardi di Stato non devono tener conto solo dei calcoli elettorali, ci sono equilibri ben più complessi da rispettare. In questi posti ci vuole poi una persona che abbia tra le sue caratteristiche una la propensione al dialogo e alla trattativa, non quella al comando assoluto. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti lo sa, dunque evita.

Febbraio

A passo di giava siamo arrivati a febbraio.
L'11 del mese a Poggiomarino, nel Napoletano, c'è un convegno per ricordare la figura di Bettino Craxi nel ventennale della morte. Quando arriva De Luca piovono insulti e monetine stile Hotel Raphael durante Tangentopoli. Lui minimizza e dice di non essersene nemmeno accorto, ma nel partito c'è preoccupazione: la popolarità di un governatore ricandidato a pochi mesi dalle elezioni può mai essere così bassa? De Luca è potente ma non piace, non piace proprio ad un pezzo di popolazione. Ogni giorno da Napoli piovono attacchi dal sindaco Luigi De Magistris, e sotto Palazzo Santa Lucia ci sono i manifestanti almeno tre volte a settimana.

Sono questi i mesi delle Sardine, il gruppo di giovani di centrosinistra che nel centro Nord si sono caratterizzati per i presidi anti-Salvini. Una boccata d'aria per un Pd imbolsito e tramortito dalla propaganda salviniana. Le Sardine sono arrivate anche in Campania. De Luca testa il terreno, cerca un incontro, ma all'appello i ragazzi – che in Campania raccolgono anche molta base dei centri sociali – dicono no. Non piace, De Luca. «È divisivo» dicono usando un eufemismo. In quei giorni le suppletive al Senato sono vinte dall'asse Pd-De Magistris con il giornalista Sandro Ruotolo.

Siamo a fine mese. Ora dobbiamo spostarci dal lato di destra del nostro foglio di carta. Il giorno 24 febbraio Vincenzo De Luca si produce nella prima dichiarazione ufficiale sulle preoccupazioni connesse al Covid-19. Come molti altri amministratori locali scorge il problema ma lo ridimensiona: «Siamo pronti ad affrontare qualsiasi situazione ma no ad allarmismi e psicosi. Lavoriamo a stretto contatto con il Governo e con tutte le altre istituzioni coinvolte. Un messaggio affettuoso di solidarietà e di rispetto per i miei colleghi Presidenti di Regione del Nord che stanno affrontando in collaborazione col Governo una situazione difficile».

L'appello è a «Non affollare i pronto soccorso», la direttiva è chiara: «Non riteniamo di dover prendere misure straordinarie». Il 26 febbraio il primo tampone positivo. Dice il governatore: «Abbiamo l'ottanta percento di notizie false e allarmistiche, bisogna contenerle per non alimentare un clima sbagliato».

Il cambio di gioco

Il 27 febbraio è una giornata cruciale nel racconto della pandemia italiana. Viene pubblicata la campagna social “Milano non si ferma” che invoglia ad andare avanti senza paura e non abbandonare la normalità. Nelle stesse ore il segretario nazionale del Pd Zingaretti prende parte ad un aperitivo nella città lombarda: è lì che presumibilmente contrarrà il virus in forma lieve e curabile.

La paura cresce di pari passo coi puntini rossi sulla mappa dei contagi. Lombardia, Veneto, Piemonte. Il 28 febbraio è un venerdì. Quel giorno De Luca decide di dedicare la consueta diretta televisiva settimanale, ormai declinata anche al social network, per informare sull'evolversi della situazione contagi. Una scelta che si rivelerà determinante.

Marzo

«Continuiamo a vivere sapendo che chi deve fare prevenzione e accertamento sui contagi lo sta facendo con tutto l'impegno e la dedizione» dichiara, suggerendo a chi può di evitare di viaggiare. Il turning point dal punto di vista comunicativo arriva sabato 7 marzo, quando le notizie sono ormai più che allarmanti: «È arrivato il momento di dire che siamo di fronte ad un problema serio che richiede comportanti responsabili da parte di tutti e un cambiamento radicale delle abitudini di vita. Senza l'aiuto e la collaborazione di ogni cittadino diventerà molto più difficile contrastare la diffusione del virus». Da quel momento in poi ogni diretta Facebook del presidente della Campania ha audience televisive e toni che oscillano sapientemente tra il dramma, l'attacco politico e il dileggio degli avversari. Otto marzo: «Se continuano comportamenti irresponsabili, chiudiamo pub, bar e ristoranti». Il 13 marzo usa toni da predicatore e cita Papa Giovanni Paolo II e il Vangelo secondo Matteo, invitando a riflettere sulla dimensione del silenzio. Praticamente sta dicendo qualcosa del tipo: state zitti e fatemi fare.

Siamo al 27 marzo, il mondo è alla ricerca di tre cose: gel disinfettante per le mani, respiratori e ventilatori polmonari per gli ospedali, mascherine di protezione dal virus. Il Nostro passa alla Storia per il discorso sulle maschere di Bugs Bunny, illustrando, in un video visto 1,5 milioni di volte su Facebook e replicato da telegiornali e siti, l'inefficacia dei dispositivi di protezione individuale forniti dal governo nazionale. L'Italia è ferma e impaurita tra focolai e test sierologici, attende ogni settimana i discorsi del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e – in Campania – quelli di Vincenzo De Luca. Arriviamo al 17 aprile. Ricordate le aperture e le solidarietà al Nord Italia? Non esistono più. «Per essere chiari: se dovessimo avere una fuga in avanti da parte di regioni che hanno ancora un elevato livello di contagio, la Campania chiuderà i suoi confini. Faremo un'ordinanza con la quale vieteremo l'ingresso da regioni nelle quali il contagio è in corso in maniera elevata».

Le elezioni Amministrative sono rinviate a data da destinarsi, le scuole sono chiuse, bar e ristoranti pure, c'è la fila ai supermercati, mancano alcuni generi alimentari come quando c'è la guerra. Il novanta percento degli italiani lavora da casa o non lavora. Gli aeroporti sono chiusi, le stazioni ferroviarie sono deserte.

Ora tornate a guardare il lato di sinistra del vostro foglio di carta. Lì all'inizio avevamo collocato le fibrillazioni politiche in Campania insieme ai possibili candidati alternativa a De Luca nel centrosinistra.

Da destra a sinistra c'è più nulla, né alleati né avversari. C'è solo la pandemia con le sue paure, i poteri speciali e i fondi per gli ospedali. E c'è un uomo che ogni venerdì parla davanti ad un cellulare collegato a Facebook.

È straordinario.