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6 Ottobre 2021
12:15

Ucciso davanti alla compagna incinta a Ponticelli: ipotesi vendetta trasversale, era figlio del boss

Carmine D’Onofrio, il 23enne ucciso in un agguato nella notte a Ponticelli, Napoli Est, non risulta avere collegamenti con la malavita organizzata. Tra le ipotesi, quella di una vendetta traversale: il giovane è figlio illegittimo del fratello di Antonio De Luca Bossa, alias Tonino ‘o sicco, considerato a capo del clan in guerra coi De Micco.
A cura di Nico Falco
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La vittima, Carmine D’Onofrio, e il luogo dell’omicidio
La vittima, Carmine D’Onofrio, e il luogo dell’omicidio

Si sono appostati davanti a casa sua, in via Luigi Crisconio, a Ponticelli. Lo hanno aspettato fino alle due del mattino. Hanno atteso che parcheggiasse, che scendesse dall'auto, che si avviasse verso l'abitazione. E gli hanno sparato, mentre a pochi metri  c'era la compagna, incinta di otto mesi. Almeno 7 colpi calibro 45, tanti quanti i bossoli rinvenuti, che non gli hanno lasciato scampo: Carmine D'Onofrio, 23 anni, è morto poco dopo al Pronto Soccorso di Villa Betania. Ucciso come un boss, in quello che pare un agguato di camorra, ma la vittima non sembra avere nulla a che fare con la malavita organizzata.

Incensurato, nessun guaio con la giustizia, nessuna frequentazione losca. Ma una parentela pesante, di quelle che, specie nell'area orientale di Napoli, potrebbe far finire nel mirino anche un innocente. D'Onofrio è infatti il figlio illegittimo di Giuseppe De Luca Bossa, fratello di Tonino ‘o sicco, attualmente detenuto e considerato ai vertici del clan che porta il suo cognome, i De Luca Bossa di Ponticelli. Le indagini sono affidate ai carabinieri della Compagnia di Poggioreale e a quelli del Nucleo Investigativo di Napoli, quella della vendetta trasversale è, allo stato attuale, una delle ipotesi seguite dagli inquirenti; al netto di eventuali sviluppi investigativi in direzioni diverse, sarebbe uno dei rarissimi casi in cui la camorra uccide parenti dei rivali.

Il filo rosso porta dritto alla faida di Ponticelli, agli scontri tra clan che si sono inaspriti quando i De Martino sono stati isolati dai De Luca Bossa e dai Casella e, negli stessi mesi, c'è stato il ritorno nel quartiere di Marco De Micco, detto il "Bodo". A quest'ultimo era indirizzata la bomba che è stata fatta esplodere pochi giorni fa in via Luigi Piscettaro, ferendo una donna e il figlio di 14 anni che si trovava in uno degli appartamenti ai piani più bassi dell'edificio.

L'omicidio di stanotte potrebbe essere una risposta a quell'intimidazione. E c'è un precedente, risalente a diversi anni fa: nel 2013, nel pieno della faida tra i D'Amico e i De Micco, nel rione Conocal furono ammazzati due ragazzi, il 21enne Gennaro Castaldi e il 19enne Antonio Minichini. Il primo, considerato vicino ai D'Amico, era il reale obiettivo dell'agguato. L'altro, Antonio Minichini, fu ucciso soltanto perché si trovava con lui. E anche lui aveva un cognome pesante: era il figlio del boss Ciro Minichini e di Anna De Luca Bossa, sorella di Antonio De Luca Bossa, ‘o Sicco.

Libera Campania: "A Ponticelli guerra di camorra, Stato dia un segnale"

Quella in atto a Ponticelli, tra bombe, intimidazioni a suon di proiettili e omicidi, ultimo quello di stanotte, è una "guerra di camorra senza esclusione di colpi". Una "emergenza nazionale", così la definisce Libera Campania, "anche se a Roma nessuno se ne accorge e a lottare contro la criminalità organizzata sono rimaste solo le reti di quartiere".

L'associazione di promozione sociale fondata da don Luigi Ciotti auspica che lo Stato intervenga dando "un segnale concreto, efficiente ed efficace per non lasciare sole le reti sociali, culturali e civiche che denunciano e resistono al ricatto e alla violenza delle camorre nel quartiere e che quotidianamente non rinunciano alla possibilità di cambiare il luogo che si ama e si abita, anche quando tutti fanno finta di non accorgersene".

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