Oggi Fortuna Loffredo, uccisa a sei anni a Caivano, avrebbe compiuto tredici anni. Negli annali della cronaca nera italiana ci sono date impresse a fuoco. Una di queste è la data dell’assassinio di Fortuna Loffredo, morta facendo un volo di otto piani – 30 metri – in una, fino ad allora anonima, periferia dell’hinterland napoletano, sei anni fa. L’altra, è quella in cui è nata, l’8 gennaio 2008, tredici anni, or sono. Ma se la ricordano in pochi.

Non troverete messaggi alla memoria nei gruppi Facebook, auguri lassù, in cielo, foto con la dedica, preghiere. Non li troverete. Non troverete ricordi della famiglia, che sui social ha sempre scelto la discrezione. Fortuna Loffredo, abusata e uccisa a sei anni a Caivano, è una storia che perfino i media hanno voluto dimenticare. Stordisce, con la sua atrocità, ripugna con i suoi orrifici retroscena.

Incesti, abusi, degrado, morti senza spiegazione, come quella del piccolo Antonio Giglio, tre anni, che un anno prima di Fortuna, detta Chicca, volò dalla stessa palazzina, un piano sotto. Il processo per la sua morte si aprirà tra pochi giorni, grazie al martirio di Fortuna. Se Chicca non fosse stata uccisa, accendendo, anche per pochi mesi, un faro sul rione Parco Verde, lui sarebbe stato solo una lapide in più nel cimitero dei bambini. Morto cadendo, perché succede, dove i piccoli sono poco più che adulti in miniatura.

Anche quest’anno, tra emergenze e pandemie, il nome di Fortuna Loffredo non verrà pronunciato, se non in un’aula di Tribunale, dove tra cinque giorni si aprirà (anche stavolta in sordina) il nuovo processo. Sulla storia si è scelto di far cadere un velo. Non di pietà, ma di imbarazzo, per quello che è ancora permesso e ammissibile in certe case.