Napoli, il figlio architetto lascia l’Italia per Parigi e Bruxelles: progetta grandi appalti ma è senza tutele

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La lettera di Stefania a Fanpage: il figlio dopo la laurea in Italia solo 600-800 euro al mese, ora lavora a Bruxelles ma con la partita Iva rischia tutto.

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A Bruxelles il figlio di Stefania, napoletana, progetta per grandi concorsi e appalti internazionali in uno studio di architettura affermato. Ma quel lavoro, per cui in Italia non aveva trovato spazio, lo svolge con partita Iva: quando di recente ha avuto un incidente, non solo non è stato pagato, ma ha dovuto pagare lui stesso tutte le spese mediche.

A raccontarlo a Fanpage.it è la madre, che scrive dalla sua casa di Napoli. «Mio figlio, come tanti suoi colleghi, in Italia non ha trovato nulla, se non con stipendi da 600/800 euro e orari di lavoro indefiniti», racconta Stefania. Dopo la laurea il primo tentativo è stato in Italia, poi il trasferimento a Parigi, dove però «i costi della vita erano insostenibili». Da lì lo spostamento in uno studio di Bruxelles: uno stipendio migliore, una città più economica della capitale francese, ma un contratto da libero professionista che lo lascia scoperto in caso di imprevisti.

È proprio quello che è accaduto di recente: un incidente che, spiega la madre, «non solo non è stato pagato ma ha dovuto pagare tutte le spese mediche». Nessuna copertura, nessun sostituto in caso di malattia o infortunio: la condizione di chi lavora in partita Iva in uno studio professionale, anche quando il livello dei progetti seguiti è alto e il nome dello studio è affermato.

Dieci anni dopo la laurea, il bilancio per la famiglia napoletana resta lo stesso: in Italia non c'è un'offerta di lavoro paragonabile a quella trovata all'estero. «Vorrebbe tornare in Italia, ma ad oggi l'Italia ancora non ha un lavoro dignitoso e interessante da offrire come quello che svolge a Bruxelles», scrive ancora Stefania. A Bruxelles, aggiunge, il figlio «progetta per grandi concorsi e importanti appalti e la sua professionalità è apprezzata e riconosciuta economicamente».

Una condizione che la donna non vive da sola. È lei stessa a inquadrare la vicenda del figlio in un fenomeno più ampio, quello dei ragazzi che lasciano la Campania per cercare altrove quello che qui non trovano: «Noi genitori i figli 25-30enni li abbiamo ormai tutti fuori a fare grandi altri Paesi piuttosto che il nostro. E questo è inaccettabile».

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