Il marinaio di Procida che nel 1974 portò in Italia una tecnica ortopedica sovietica ancora sconosciuta
Era il 1974. Una nave adibita al trasporto di legname dalla Russia a Pozzuoli, comandata dal procidano Antonio Azzolini, partì per l’ennesimo viaggio verso Novorossijsk, grande porto dell’Unione Sovietica sul Mar Nero.
Nonostante la Guerra fredda, quella era una rotta commerciale sicura e molto frequentata. Le navi italiane raggiungevano regolarmente anche la Bulgaria e la Romania, Paesi del Patto di Varsavia, mentre l’Ucraina faceva ancora parte dell'Urss.
Dopo alcuni giorni trascorsi in rada a causa dell’intenso traffico portuale, cominciarono le operazioni di carico. Sulla banchina si disposero tre militari armati: uno alla scaletta, incaricato di controllare passaporti e permessi, uno a prua e uno a poppa. Il lavoro proseguiva fino a mezzanotte, con due turni di operai. Agli italiani faceva impressione vedere tante donne alla guida dei camion o impegnate a manovrare le gru.
Tutto procedeva normalmente. Poi, all’improvviso, accadde la tragedia. Una pesante balla di legname, sospesa sopra la coperta, precipitò proprio mentre il primo ufficiale Mario Cacciuttolo passava per controllare la caricazione. Per pochi centimetri non venne schiacciato, ma il carico lo falciò alle gambe.
Scattò immediatamente l’allarme. Il comandante Azzolini comprese la gravità dell’incidente e fece chiamare i soccorsi. Nel giro di pochissimo tempo arrivò un’ambulanza. Mario fu trasportato in ospedale con una grave frattura alla tibia e al perone e venne portato direttamente in sala operatoria. L’intervento durò molte ore.
Quando Mario si risvegliò, intorno alla gamba non trovò il gesso che si sarebbe aspettato. C’era invece una strana struttura composta da anelli metallici, fili d’acciaio, barre, dadi e bulloni. Un apparato impressionante, quasi una gabbia, che però gli permise di rimettersi in piedi e cominciare a camminare già pochi giorni dopo.
Le sue condizioni non consentivano un rimpatrio immediato. Avrebbe dovuto rimanere in ospedale per circa un mese, fino al ritorno della nave.
Il comandante Azzolini, molto conosciuto e stimato nel porto di Novorossijsk, riuscì a ottenere per lui una camera singola e gli organizzò persino un piccolo cucinino. Dalla nave arrivarono pasta, pomodori pelati, olio, caffè, una moka e altre provviste italiane.
Quello che avrebbe potuto essere un lungo mese di solitudine, lontano da casa e oltre la Cortina di ferro, si trasformò invece in un’esperienza di straordinaria umanità. Medici e infermieri andavano continuamente a trovarlo. La sera si preparavano grandi piatti di spaghetti e si cantavano insieme canzoni italiane e napoletane.
Mario strinse un legame particolare con il chirurgo che lo aveva operato. Il medico passava spesso nella sua stanza per bere il caffè preparato con la moka. Tra i due nacque una sincera amicizia, tanto che, proprio durante quel mese di convalescenza, il chirurgo sposò un’infermiera dell’ospedale e chiese a Mario di fargli da testimone di nozze.
Così, nel pieno della Guerra fredda, un ufficiale di marina di Procida partecipò al matrimonio del medico sovietico che gli aveva salvato la gamba, assumendo anche il ruolo di testimone.
Dopo circa un mese, la nave tornò a Novorossijsk. Mario venne imbarcato per essere riportato in Italia. Alla famiglia non erano state date molte spiegazioni sulle sue reali condizioni. Si sapeva soltanto che aveva subito un grave incidente e che, una volta arrivato a Pozzuoli, sarebbe stato trasferito in clinica per gli accertamenti richiesti dall’assicurazione.
Finalmente giunse la telefonata dell’armatore: la nave sarebbe entrata in porto la mattina seguente.
Sulla banchina di Pozzuoli arrivarono i familiari, i portuali, gli uomini della Capitaneria e un’ambulanza. Appena la nave attraccò e fu sistemata la scaletta, i portantini salirono a bordo con la barella. Tutti si aspettavano di vedere Mario disteso, forse immobile, con la gamba chiusa in una pesante ingessatura. Invece, in cima alla scaletta, comparve una figura in piedi.
Era Mario. Cominciò a scendere da solo, lentamente, un gradino dopo l’altro. Dalla gamba spuntavano ferri, fili, anelli, dadi e bulloni. Nessuno aveva mai visto qualcosa del genere. Sulla banchina cadde il silenzio.
Portuali, familiari e uomini della Capitaneria rimasero immobili a guardarlo. Sembrava uscito da un racconto di fantascienza o da un film di Frankenstein. Soltanto quando toccò terra cominciarono gli abbracci e le domande: «Mario, ma che cosa ti hanno fatto? Che sono tutti questi ferri?».
Lui rispose con la semplicità e l’ironia dell’uomo di mare: «In Russia sono tutti scienziati, mica come da noi. Ho camminato dal secondo giorno». Quella che in famiglia sarebbe rimasta per sempre “la tecnica dei ferri” era il metodo ideato dal professor Gavriil Abramovič Ilizarov. Il medico sovietico aveva sviluppato nel 1951 un fissatore esterno circolare capace di trattare fratture complesse, pseudoartrosi e gravi deformità, favorendo la rigenerazione dell’osso.
Nell’Unione Sovietica Ilizarov era già conosciuto come il "mago di Kurgan", ma in Italia e nel resto dell’Occidente la sua tecnica era ancora sconosciuta. La Cortina di ferro ostacolava non soltanto i rapporti politici, ma anche lo scambio delle conoscenze scientifiche.
Quando Mario venne condotto in una clinica di via Tasso, a Napoli, la notizia di quello strano apparato si diffuse rapidamente. Primari e ortopedici accorsero per vedere la gamba, esaminare le radiografie e consultare il manuale sovietico con le istruzioni per lo smontaggio del fissatore. Mario, però, dopo un mese lontano da casa, voleva soltanto stare con la sua famiglia. Con il carattere burbero dell’incallito marinaio, allontanò tutti in maniera poco diplomatica. L’armatore dovette chiedere alla direzione della clinica di stabilire orari precisi e limitare le visite. Secondo il ricordo familiare, in seguito giunsero specialisti anche dal Nord Italia, dalla Germania e dalla Francia.
Il metodo Ilizarov sarebbe diventato noto nel nostro Paese soprattutto nel 1980, grazie all’alpinista ed esploratore Carlo Mauri, che da anni soffriva di una pseudoartrosi della tibia e decise di farsi curare a Kurgan. A Mauri e al dottor Angelo Villa va riconosciuto il merito fondamentale di aver favorito la diffusione scientifica della tecnica in Italia.
Ma un apparato di Ilizarov era arrivato nel nostro Paese già sei anni prima: non attraverso un congresso medico, bensì sulla gamba di un ufficiale di marina procidano, sceso da solo dalla scaletta di una nave davanti agli occhi increduli di un’intera banchina.
Prima di lasciare l’ospedale di Novorossijsk, Mario aveva regalato la sua moka al chirurgo che lo aveva operato e che lo aveva voluto come testimone di nozze.
«Posso darti solo questo», gli disse. Il medico lo abbracciò e rispose: «Mi stai facendo due grandi regali: ogni volta che preparerò il caffè penserò a te e, insieme alla moka, mi stai lasciando un pezzo d’Italia». Mario Cacciuttolo continuò a camminare bene per tutta la vita e conservò sempre una profonda gratitudine verso la Russia e le persone che lo avevano curato. Si spense a Procida nel 2012, all’età di 86 anni.