Fra qualche ora in Campania si apriranno le sezioni elettorali per il voto – e sarà una consultazione all'insegna della paura del Covid – per la Regione, per il Referendum sul taglio dei parlamentari e per eleggere i sindaci di molti Comuni.
Le Regionali 2020 in Campania saranno ricordate per la peggior campagna elettorale di sempre e non c'entra il Coronavirus, almeno non è l'unico colpevole.
Normalmente già le Regionali sono elezioni tetre, fatte di puro consociativismo e clientelismo, di blocchi di potere e portatori d'acqua. Stavolta abbiamo avuto un candidato orwelliano, sto parlando ovviamente di Vincenzo De Luca. Ha rifiutato tutti i confronti con gli avversari, ha rifiutato le domande dei giornalisti – a meno che non fossero ad un suo incontro taglia-nastri o ad un comizio contrabbandato per inaugurazione – ha corso come uno di quei runner che odia tanto stringendo in mano quel vantaggio di consensi insperati, accumulati durante la fase acuta della pandemia Covid.

È lì che De Luca, la cui ricandidatura traballava fino a gennaio, si è trovato confermato, straconfermato. A febbraio, marzo, aprile, maggio, quando le oppoisizioni in Consiglio regionale poco o niente si facevano sentire, tranne poche deboli voci, il presidente uscente si è attestato come unico referente dei campani. Del resto, col boccino in mano – ovvero col controllo dei punti nevralgici, gli ospedali, la Protezione civile, la società Soresa, pachiderma degli appalti della sanità, è facile fare la parte del leone.

Dobbiamo però dire la verità: De Luca durante il lockdown Covid non ha avuto oppositori. Quelli sono arrivati tardissimo, fuori tempo massimo. Così come tardi M5S e centrodestra hanno iniziato a martellare la Regione su quanto fatto e non fatto. Tanto per dirlo chiaramente: se si fosse votato a fine ottobre, il vantaggio che i sondaggi elettorali sulla Regione Campania hanno attestato verso la coalizione di centrosinistra, sarebbe molto meno marcato.
La sinistra (Terra, Potere al Popolo) è andata alle elezioni divisa, rancorosa e con personaggi debolissimi. Si è concentrata su Matteo Salvini e non sull'uomo da battere. Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris che ha fatto come al solito ammuina nei mesi precedenti si è rintanato nel suo quadro da cupio dissolvi e questo è quanto.

È stata una orribile campagna elettorale: senza contenuti (ma ormai, quando ce ne sono?). Meno interessante di quella referendaria sicuramente, meno frizzante di quella dei piccoli comuni dove pure ogni tanto tra consiglieri e sindaci di paese un guizzo c'è. Il Consiglio regionale della Campania figlio di questa fase sarà sicuramente debolissimo: oggi legato al leader ma pronto a cambiar bandiera appena la parabola scenderà (e lo farà, è storia). L'ex sindaco di Salerno secondo ricostruzioni audaci e ricche di aggettivi vorrebbe "scalare la segreteria del Pd" targata Nicola Zingaretti.

Invece bisogna pensar semplice: De Luca  vuole per se e per i suoi. Napoli, dove dirà la sua per il sindaco. Salerno, dove dirà la sua su tutto. Stabilità per Piero De Luca (ricandidatura), rimettere in carreggiata Roberto De Luca, magari proprio a Salerno.

Restano le domande inevase a Vincenzo De Luca che risuonano senza risposta con la violenza d'una colpa: dove sono i Covid center pagati e ad oggi container pieni di strumenti e vuoti di pazienti? Perché i tamponi Covid qui sono così pochi? Perché i servizi minimi del comparto sanitario sono ancora così a pezzi? E le attese politiche per il lavoro si risolvono solo in maxi-concorsi che non hanno sbocchi nell'immediato? Domande operaie, diceva qualcuno i cui libri forse distrattamente il De Luca di quarant'anni avrà sfogliato nella Federazione del Pci di via Manzo a Salerno.