“Ce l’hanno tutti, perché io no?”: con Internet il kalashnikov finisce anche alla criminalità stracciona

"Il kalashnikov lo tengono tutti, perché io non lo devo avere? E che, so' scemo, io?": sarebbe stato, diversi anni fa, il ragionamento di un narcos della provincia di Napoli che, pur non avendo nei fatti bisogno di armi, non aveva voluto rinunciare a quel simbolo. Voce di paese, di quelle in cui i i fatti reali si mischiano a quelli inventati (con una netta prevalenza dei secondi), ma fatto sta che, in quel "fortino" di camorra, i kalashnikov c'erano davvero. Che la storia sia inventata o reale, cambia poco: è espressione della concezione che, in certi ambienti, si ha dell'iconico fucile mitragliatore di fabbricazione russa (o delle sue varianti/copie, prodotte da una trentina di Paesi).
Ultimo esempio, il 29 giugno in piazzetta Montesanto, nel centro di Napoli. Tutto ripreso da alcuni telefonini. Prima, una rissa che coinvolge uomini e donne, con caschi che volano e cassonetti rovesciati. Poi arriva un uomo in auto, prende una pistola dall'abitacolo e spara un colpo in aria. E, subito dopo, quelle scene che hanno (comprensibilmente) fatto il giro d'Italia: un uomo con felpa nera con cappuccio sul volto che si aggira nella piazzetta tenendo un kalashnikov in mano, come se stesse cercando qualcuno. Per quella vicenda sono scattati un arresto e tre fermi, le indagini sono in capo alla Polizia di Stato.
L'uomo col "kalash" non ha sparato, probabilmente non aveva nemmeno intenzione di farlo. Però il messaggio è stato chiaro: ha mostrato quello che avrebbe potuto fare. E, secondo le indagini, non era nemmeno una "risposta" alla pistola vista poco prima: i due indagati si conoscono e quindi il fucile sarebbe più un rincarare la dose dopo lo sparo. L'arma è stata recuperata dalla Polizia, era nascosta sotto un'automobile; probabilmente si tratta di uno Zastava M70, famiglia Kalashnikov ma variante di fabbricazione dell'ex Jugoslavia.
Resta l'interrogativo più importante: i quattro indagati non risultano inquadrati in clan di camorra, quindi, come hanno potuto reperire due pistole e un kalashnikov? La risposta, seppur non direttamente, arriva dall'enorme diffusione di armi a Napoli. Tutto nel circuito illegale, quello che non si può tracciare ma di cui si può avere una stima solo sulla base di "stese" e sequestri.
Il bilancio dei Carabinieri del Comando Provinciale di Napoli per il 2025 parla dei sequestri di 189 armi da fuoco, 114 da taglio e 374 improprie. E l'intervento del procuratore generale di Napoli, Aldo Policastro, in occasione dell'inaugurazione dell'Anno Giudiziario 2026, spiega anche a chi finisce parte di queste armi: "Nel 2025 la Procura per i Minorenni ha iscritto 8 procedimenti per omicidio, 40 procedimenti per associazione camorristica, ben 468 per armi e, addirittura, 4 per terrorismo".
Per la stragrande maggioranza si tratta di armi comuni, ma in quel bilancio ci sono anche le armi da guerra. Come il kalashnikov, appunto, che ha dalla sua più di un punto a favore: estremamente economico rispetto ad altri fucili automatici, una enorme diffusione dovuta alla produzione prima dell'Unione Sovietica, poi dei Paesi alleati sotto licenza; e, quando l'URSS è crollata, le immense scorte sono finite in gran parte sul mercato nero, vendute a prezzi irrisori, quasi a peso, a cartelli della droga, gruppi terroristici, regimi dittatoriali e trafficanti "all'ingrosso".
Il traffico di armi da guerra online, basta un telefono
In questo affare non potevano mancare, naturalmente, le organizzazioni malavitose italiane. Che, in un primo momento, hanno in qualche modo gestito il traffico di armi nei territori da loro controllati: fino a quando lo scambio avveniva tra "grossisti" e clan, c'era una sorta di tracciamento illegale. Ma il traffico di armi sta andando incontro alla stessa evoluzione che ha interessato quello della droga: con Internet non c'è più bisogno del "negozio", leggasi piazza di spaccio, basta un telefonino per accordarsi su qualche canale protetto (o ritenuto tale).
Esempio di questa evoluzione potrebbe essere l'immagine agli atti nelle indagini sull'omicidio di Alfonso Fontana, ucciso nel febbraio 2024 vicino al Tribunale di Torre Annunziata: nelle chat contenute nei telefoni sequestrati agli indagati sono stati trovati foto e video di armi, con tanto di biglietto con scritto giorno e orario, che sarebbero riconducibili proprio a una di queste compravendite su Internet.
Il fenomeno, chiaramente, non riguarda solo Napoli. Allora, perché gli effetti si vedono più frequentemente in questa città? In questo caso la risposta è nella geopolitica della camorra: mentre la malavita organizzata di altre città è di tipo verticale, con un "centro di comando" unico, quella napoletana è orizzontale, con numerosi clan che operano sullo stesso livello e a cui si aggiungono articolazioni e gruppi criminali con una propria relativa autonomia e anche la criminalità "stracciona", quella da strada. Questo si traduce in più clienti per i trafficanti e, di conseguenza, in più armi in giro. E, anche, in un kalashnikov comprato "per sfizio" oppure finito nelle mani di chi fa parte di un sottobosco criminale e che decide di sfoggiarlo in strada come simbolo di potere.