Sono 20 regioni d'Italia ma solo per una e per una soltanto non è stato stabilito se la sua situazione epidemiologica rispetto al contagio da Nuovo Coronavirus sia stazionaria o si sia aggravata. È la Campania. E questo è un fatto. Oggi, 9 novembre, la riunione dell'Istituto Superiore di Sanità e quella del Cts, il Comitato tecnico-scientifico sul Covid del ministero della Salute, dati alla mano, non è riuscita a stabilire come andare avanti. Tutto rinviato di 24 ore. Qual è la diagnosi, dottore? Grave o moderata? Chiara o pezzottata? Lasciate stare per un momento le foto dell'ammuina sul Lungomare di Napoli, quelle confondono il ragionamento.

Ci sono due livelli da analizzare, come sempre. Uno è scientifico, l'altro è politico.  Secondo i dati la Campania è già una zona arancione (almeno). Il suo indice di contagio (Rt) non è minore di quello di altre regioni oggi in fascia arancione (comporta maggiori restrizioni per spostamenti e chiusura delle attività commerciali). L'incidenza cumulativa del Covid per 100mila abitanti (dati al 3 novembre) indicano la Campania in un range di gravità che tutto è fuorché «moderato».

Guardate due cose: l'incedere dei contagi in proporzione al numero di tamponi effettuati e la profonda crisi del sistema sanitario locale e regionale nel complesso. Le Aziende Sanitarie Locali non riescono più a fare contact tracking e a "inseguire" i possibili contagiati. I medici di base non riescono a far fronte alle richieste d'aiuto dei loro assistiti. Nelle farmacie si fatica a trovare l'ossigeno gassoso e alcuni antibiotici a largo raggio che molti asintomatici o paucisintomatici portano a casa in un modo o nell'altro per resistere nel proprio letto e non accedere agli ospedali fino a quando si può.

Già, gli ospedali:  se teniamo come riferimento l'eccellenza campana, ovvero il Cotugno, ci rendiamo conto di quanto sia drammatica la situazione: il pre-triage si svolge in auto, i casi meno gravi che un tempo sarebbero stati ospedalizzati ora vengono rimandati a casa. Molti contagiati da Covid-19 si rivolgono ai giornali per denunciare ormai non più le lentezze nei tamponi o nelle visite mediche ma l'assenza totale dell'assistenza e i ritardi perfino nel pronto intervento (il 118). Se questa è zona gialla toccherà capire cosa è quella rossa.

In Regione Campania al gramsciano pessimismo dell'intelligenza contrappongono un cieco ottimismo e non sappiamo davvero se sia della volontà. Veniamo dunque al lato politico della faccenda: oggi Vincenzo De Luca sta spingendo tantissimo sul dicastero guidato da Roberto Speranza per non far scattare nuove restrizioni, almeno non per ora. Quando oggi alcune regioni sono state riclassificate in fascia di maggior criticità da Palazzo Santa Lucia è partita la ‘velina' che indica la Campania ancora saldamente in zona gialla. Ma noi sappiamo che nella riunione di domani, 10 novembre, ministero della Salute e Istituto superiore di Sanità si occuperanno esclusivamente del caso de quo. Si prevede una giornata difficile.

Sembra una puntata di Quattro Ristoranti con Alessandro Borghese che può confermare o ribaltare il risultato, o poco ci manca. Il nodo è tutto intorno alle terapie intensive e alle degenze ordinarie che la Campania può offrire a chi si ammala. Al momento l'osservatorio privilegiato, per quanto parziale e incompleto, del cronista, riferisce di ospedali al collasso e di terapie intensive in cui mancano medici rianimatori e infermieri. Un letto di terapia intensiva resta un letto vuoto e basta se intorno al malato non c'è un medico anestesista-rianimatore e 3 infermieri su 24 ore. I medici non spuntano come funghi e in questi mesi non è stato fatto niente per cercarli tranne offrire contratti precari di sei mesi. Oggi scade un nuovo bando dell'Asl Napoli 1 Centro e dovrebbero (forse) rispondere all'appello alcuni rianimatori. Ma non basteranno.

Dunque cosa sono, quei numeretti sui posti letto che nei bollettini dell'unità di crisi della Regione si gonfiano e sgonfiano giorno per giorno? Sono dati attendibili? Dice De Luca di sì e oggi ha addirittura fornito un vademecum per leggere bene i numeretti. I numeri cozzano con la realtà: i posti letto attivi sono finiti, molta gente viene rimandata a casa: questo è quanto, da cronisti, ascoltiamo da decine di campani disperati che ci mettono nome e faccia. Del resto basta provare ad andarci, in ospedale.  È molto facile.

Il grido dolore di questa gente è arrivato, seppur con qualche difficoltà, perfino al duro orecchio del ministro della Salute Speranza che al momento non ha mai, mai, posto un solo interrogativo politico sulla gestione del Covid in Campania. A questo giro però toccherà metter mano (oggi pareva che l'avesse fatto anche la Procura di Napoli ma il capo dell'ufficio, Giovanni Melillo, ha prontamente smentito ogni indagine).

Alla riunione romana di oggi pomeriggio per la Campania ha partecipato Enrico Coscioni, consigliere del governatore Vincenzo De Luca per la sanità, delega che il governatore ha tenuto per sé. Coscioni è da poco anche il potente presidente dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas). Che peso ha, il medico-manager Coscioni, sulle scelte politiche rispetto alle regioni camaleonte, gialle, arancioni o rosse? «Domani analisi dei dati della Campania, non ancora pervenuti» twitta la sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa. E quali sono i dati non ancora giunti?

Sappiamo che la Campania sta stipulando degli accordi diretti con le cliniche private per i posti letto di degenza e di terapia intensiva. Ed è qui la risposta alla domanda: è così difficile stabilire se oggi la Campania sia zona gialla o zona rossa (o arancione)? Sui contagi no, è chiaro. Ma sui letti ora la logica emergenziale porterà a situazioni a fisarmonica, fluide, liquide. Non dissimili da scenari che abbiamo già visto (nel rapporto tra pubblico e privato) in altre vicende emergenziali della Campania. Una su tutti: quella dei rifiuti.