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Opinioni
11 Maggio 2022
20:58

Assolto dall’accusa di camorra Carmine Antropoli, medico ex sindaco di Capua: “L’incubo è finito”

Assolto perché “il fatto non sussiste” l’ex primo cittadino di Capua, già medico e primario del Cardarelli. “Questa è la fine di un incubo”, ha commentato dopo la sentenza.
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Carmine Antropoli
Carmine Antropoli

“So di non aver fatto nulla di male e per questo sono sereno. Amareggiato sì, molto amareggiato: per me, per la mia famiglia, per i miei collaboratori che in corsia mi guardano e mi confortano con gli occhi. Aspetto la sentenza con ansia, perché nasconderlo. Ma, insisto, con grande serenità”. Tarda mattinata di oggi, 11 maggio. Carmine Antropoli, ex sindaco di Capua, primario di Chirurgia 3 al Cardarelli, ha lasciato di corsa il tribunale di Santa Maria Capua Vetere per una riunione urgente di tutti i dirigenti medici dell’ospedale napoletano, alle prese con una gravissima crisi di sovraffollamento e di mancanza di personale. Rinvia ogni commento a dopo la lettura del dispositivo, prevista per il tardo pomeriggio.

Assolto perché il fatto non sussiste

Qualche minuto prima delle 18 la sua ansia si placa: non è un camorrista, hanno stabilito i giudici della Corte di Assise. Non è un concorrente esterno. Non ha fatto patti con il clan Zagaria. Assolto perché il fatto non sussiste. Come aveva sempre detto, come avevano sostenuto i suoi avvocati, Vincenzo Maiello e Mauro Iodice, fuori dell’aula e durante il dibattimento, scontrandosi fino alla fine con la tesi sostenuta dalla pubblica accusa (il pm Maurizio Giordano). Tesi che era stata già smentita, sia pure in sede cautelare, dalla Cassazione, con le dichiarazioni del principale teste dell’accusa, il collaboratore di giustizia Francesco Zagaria, considerate alla stregua di chiacchiere da bar: “Le accuse di disponibilità formulate dai collaboratori di giustizia restano – aveva scritto il 5 giugno del 2019 il giudice Edoardo De Gregorio, estensore della decisione che aveva annullato con rinvio l’ordinanza di custodia cautelare in carcere – vaghe e indeterminate, e perciò indistinguibili dalla vox populi, sia pure di quel popolo specifico rappresentato dai membri di un consorzio delinquenziale, o dalla percezione soggettiva che i membri di quel consorzio possano aver avuto dei rapporti di Antropoli con altri loro sodali”.

Antropoli: "L'incubo è finito"

“Ora sono contento – commenta Antropoli – perché l’incubo è finito. Quando saranno depositate, leggerò le motivazioni della sentenza, sono curioso di capire perché invece sono stato condannato per uno schiaffo che non ho mai dato, come pure era emerso in aula. Faremo appello. Ma per fortuna è stata riconosciuta la mia innocenza rispetto all’accusa più grave e più umiliante. E dire che il pm aveva chiesto per me la condanna a dieci anni di carcere..”.

Qualche minuto prima delle 18, dicevamo, i giudici della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (presidente Roberto Donatiello) hanno letto il dispositivo che ha sostanzialmente ribaltato le richieste del pm, mantenendosi invece sul solco che era stato dettato tre anni fa dalla Cassazione: insussistente il concorso esterno (che aveva determinato l’arresto di Antropoli, che ha scontato sette mesi tra carcere e domiciliari; provato l’episodio dello schiaffo dato a Giuseppe Di Lillo (alla presenza di Francesco Zagaria) perché rinunciasse alla candidatura durante una riunione politica; da approfondire le procedure di affidamento di alcuni appalti segnalati dal collaboratore di giustizia (fatti per i quali, in verità, è incardinato un altro procedimento pendente dinanzi al gup di Napoli e parzialmente ridimensionato dal Riesame): fatto per il quale la Corte di Assise ha disposto la trasmissione degli atti alla Procura.

Condannato invece Francesco Zagaria

Ma il dispositivo (con l’assoluzione dall’accusa di concorso esterno anche per gli altri coimputati , Marco Ricci e Guido Taglialatela) ha riservato anche un’altra sorpresa: la condanna a oltre diciassette anni per il collaboratore Francesco Zagaria (imputato per il concorso nell’omicidio di Sebastiano Caterino e Umberto De Falco, avvenuto nel 2002), senza concessione dell’attenuante specifica, con il più mite trattamento sanzionatorio solo, sembra di capire, per le dichiarazioni autoaccusatorie. Un dissociato, dunque, e non un “pentito”. Il pm aveva chiesto 8 anni. Un ridimensionamento che va di pari passo con la smentita delle accuse mosse dallo stesso Zagaria (conosciuto come Ciccio ‘e Brezza) a Massimo Grimaldi, consigliere regionale assolto due settimane fa dalla stessa contestazione mossa ad Antropoli, quella di concorso esterno. Difeso dall’avvocato Carlo De Stavola, Grimaldi, nel processo,celebrato con il rito abbreviato, aveva smentito documentalmente le affermazioni del collaboratore in merito al contributo che quest’ultimo gli avrebbe fornito durate la campagna elettorale nei comuni di Marcianise e Giano Vetusto. Il consigliere regionale aveva ottenuto una sola preferenza nel primo comune, nessuna nell’altro, dove pure Francesco Zagaria viveva. Non solo, dunque, non lo aveva fatto votare ma lui stesso aveva scelto un altro candidato.

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Rosaria Capacchione, giornalista. Il suo lavoro di cronista giudiziaria e le inchieste sul clan dei Casalesi le sono costate minacce a causa delle quali è costretta a vivere sotto scorta. È stata senatrice della Repubblica e componente della Commissione parlamentare antimafia.
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