Alessandro Giannelli
in foto: Alessandro Giannelli

Il primo agguato quando aveva lasciato il carcere da meno di un mese, dopo dieci anni di reclusione, per eliminare un ostacolo. Poi è stata una escalation, sangue e diplomazia: da un lato i kalashnikov e le bombe, dall'altro gli accordi con gli altri boss. Prima lo spazio guadagnato a Cavalleggeri, poi a Bagnoli, infine gli accordi coi clan del Rione Traiano e l'alleanza con quelli di Pianura, verso un obiettivo che in questo lato di Napoli non era mai riuscito a nessuno: riunire tutta l'area ovest sotto l'egida di un unico, enorme e tentacolare gruppo criminale. Eccolo qui, ricostruito dalla magistratura, il sogno di Alessandro Giannelli, pallottola impazzita della camorra napoletana, tra i 16 destinatari dell'ordinanza eseguita all'alba di oggi, 18 novembre, dai carabinieri del Comando Provinciale di Napoli. Con lui sono stati arrestati gregari e rivali, tutti coinvolti in quei 12 mesi in cui Bagnoli fu terreno di conquista tra vecchi e nuovi clan.

Enfant prodige del clan D'Ausilio

È il 31 ottobre del 2000, venti anni fa, quando i carabinieri fermano un'automobile rubata con a bordo due pregiudicati. Hanno una mitraglietta skorpion e una pistola calibro 357 magnum. Vengono entrambi arrestati, l'accusa è di detenzione illegale di armi clandestine e ricettazione. Uno di loro ha 29 anni ed è già un pezzo grosso del clan di Bagnoli: Massimiliano Esposito, lo scognato, giovanissimo eppure già uomo di fiducia dell'allora boss Domenico D'Ausilio, Mimì lo sfregiato. L'altro è Alessandro Giannelli, appena 22 anni, anche lui ritenuto vicino allo stesso clan. Entrambi enfant prodige cresciuti sotto l'ala di un boss storico, che a distanza di venti anni si sarebbero trovati di nuovo liberi e in un quartiere rimasto senza punti di riferimento criminali. Questa volta, però, da nemici.

L'omicidio Zinco: ‘o gemello attirato in trappola e ucciso

Quindici anni dopo, aprile 2015. Giannelli è tornato libero da appena un mese, ha lasciato il carcere a marzo e ha già le idee chiare: prendersi tutto. Il gruppo ha l'appoggio dell'Alleanza di Secondigliano, lato Licciardi, e vuole mettere le mani sulle estorsioni, sul traffico di droga, ma anche sulla gestione dei parcheggiatori abusivi, che in un quartiere ricco di discoteche rappresenta un affare da vagonate di denaro. Altri boss, del resto, in zona non ce ne sono: tutti arrestati, uccisi, impegnati a farsi la guerra come a Pianura o a fare soldi nella mastodontica piazza di spaccio a cielo aperto del Rione Traiano. Un ostacolo è Rodolfo Zinco, detto ‘o gemello, personaggio di spessore del panorama camorristico locale. Anche lui tornato in strada da poco, vuole riprendersi un proprio spazio.

Ed è qui, secondo la ricostruzione della magistratura, che scatta il piano per uccidere ‘o Gemello: fingere un accordo e poi colpire. Appuntamento in via Cattolica, Cavalleggeri, a pochi passi da casa. È la sera del 22 aprile, Zinco  si trova in trappola: almeno otto colpi di pistola, 5 in punti vitali. Per i magistrati quell'agguato è stato deciso da Giannelli mentre gli esecutori materiali sono Maurizio Bitonto, Antonio Calone e Patrizio Allard. L'omicidio è l'inizio dell'ascesa del nuovo boss e un messaggio chiaro: quelli che si oppongono, cominciano a dire tra i vicoli, "fanno la fine dei birilli: tutti a terra, uno dopo l'altro".

Kalahsnikov, bombe e accordi coi clan

Da allora il gruppo Giannelli diventa sempre più forte. E, di pari passo, Bagnoli sprofonda nel caos. L'8 luglio 2015 il ras è vittima di un agguato: gli sparano contro a Cavalleggeri ma feriscono solo il guardaspalle, Roberto Pinto. Il 6 dicembre va a fuoco un deposito in via Cocchia, la proprietaria è imparentata con personaggi del gruppo Monti. Il 28 gennaio, una bomba carta esplode in via De Sivo: ancora una volta l'obiettivo è legato ai Monti. La notte tra il 30 e il 31 gennaio 2016 ben 3 episodi: alle 23:30 un principio di incendio davanti al bar del padre di Giannelli, causato da una bomba carta; all'1:30 colpi di kalashnikov contro un centro estetico e alle 7:30 una sventagliata di mitra contro un citofono: in entrambi i casi i proprietari degli stabili sono legati ai Monti. Una questione personale: fu proprio una donna della famiglia Monti a denunciare una serie di estorsioni perpetrate dal gruppo Giannelli, portando a 14 arresti (sfociati in condanne in primo grado, assoluzione in appello e, nel 2016, annullamento delle assoluzioni da parte della Cassazione).

Parallelamente, il gruppo cresce di prestigio stringendo accordi con gli altri clan. A Pianura la sponda è coi Mele, da tempo in guerra con i Marfella-Pesce. L'uomo di fiducia è Salvatore Romano (oggi collaboratore di giustizia), alias Muoll Muoll, che diventa il referente anche per Giannelli. Al Rione Traiano i clan sono tanti, e non c'è un accordo preciso: piuttosto un patto di non belligeranza, la decisione di aiutarsi a vicenda. Una strategia simile a quella che metterà in atto 5 anni dopo il gruppo Esposito-Nappi, dopo la scarcerazione del boss Massimiliano Esposito, che cercherà di guadagnare consensi anche sfruttando le nuove necessità causate dall'epidemia Covid-19.

Il 4 febbraio 2016 a Bagnoli viene ucciso Pasquale Zito, 21 anni, incensurato, non legato ad ambienti criminali. Per quella morte viene poi arrestato un nipote di Giannelli, appena 16 anni: "questione di invidie tra ragazzi", si dirà poi. La battuta di arresto arriva tre giorni dopo: Giannelli, ricercato per una estorsione ad una concessionaria di Pianura (accusa che successivamente cadrà), viene fermato in autostrada mentre corre verso Pesaro. A Cavalleggeri resta il figlio 17enne; non ha seguito le orme del padre, ma in certi ambienti basta il cognome: il 1 maggio gli sparano in strada, riesce a ripararsi in un bar vicino. A premere il grilletto un coetaneo che verrà arrestato nell'agosto successivo: è uno dei Monti, è il figlio della donna che anni prima aveva denunciato Giannelli.

Felice D’Ausilio
in foto: Felice D’Ausilio

L'evasione del figlio del boss D'Ausilio

Tre mesi dopo torna in libertà Felice D'Ausilio, figlio del boss Domenico. Una evasione incredibile: niente armi, niente violenza. "Fine pena mai" e detenuto nel carcere di Tempio di Pausania, in Sardegna, "Feliciello" ottiene un permesso per fare visita alla sorella, a Bagnoli. Senza nessun accompagnamento o sorveglianza, con solo l'obbligo di presentarsi nel commissariato di quartiere una volta arrivato a Napoli. E lui, semplicemente, non si presenta. Col figlio del boss in libertà per Bagnoli comincia una nuova stagione di violenza. A giugno viene ucciso il parcheggiatore abusivo Gaetano Arrigo, trucidato alle due del mattino mentre è al lavoro tra via Coroglio e via Cattolica. Diversi gli attentati incendiari ai locali della zona.

Il quartiere ha un nuovo fantasma: si dice che Feliciello sia tanto dimagrito da essere irriconoscibile, che si muova soltanto scortato da lunghe file di scooter, che sia tornato a Bagnoli per comandare. Nessuno, però, lo vede mai: basta il suo nome per far riprendere le estorsioni e nuova forza al clan. A settembre viene arrestato il fratello Antonio. I carabinieri della Catturandi trovano Felice D'Ausilio il 19 dicembre, sei mesi dopo, in una villetta di via Barco, a Marano di Napoli, venti chilometri da Bagnoli, dove una 50enne gli faceva da vivandiera. Niente armi nel covo: una PlayStation, la tavola apparecchiata con un piatto di pesce spada e dei roccocò, un giornale di un paio di giorni prima aperto sulla pagina dell'arresto di Salvatore Barile, latitante del clan Mazzarella.

Sedici arresti, sgominato il gruppo Giannelli

Tra i 16 indagati arrestati nell'operazione della notte tra il 17 e il 18 novembre (indagini coordinate dai pm Francesco De Falco e Giorgia De Ponte) ci sono i protagonisti di quel caos che investì Bagnoli e l'area ovest per un anno, dagli inizi del 2015 al febbraio 2016. Già detenuti in carcere, Alessandro Giannelli, 42 anni (a Frosinone), Marco Battipaglia, 44 anni (a Napoli – Secondigliano), Patrizio Allard, 55 anni (a Lanciano), Aniello Mosella, 26 anni (a Napoli – Secondigliano) e Pasquale De Vita (55 anni, a Napoli – Poggioreale). Catturati, invece, Maurizio Bitonto, 29 anni; Francesco Cotugno, 45 anni; Alessandro De Falco, 29 anni; Roberto Pinto, 26 anni; Antonio Calone, 47 anni; Agostino Monti, 65 anni; Luigi Pappalardo, 60 anni; Nunzio Piccirillo, 43 anni; Angelo Pinto, 28 anni; Diego Iuliano, 36 anni; Gennaro Marrazzo, 34 anni. Sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, omicidio, tentato omicidio, estorsione, detenzione e cessione di sostanze stupefacenti, porto e uso illegale d’armi da fuoco ed altro.