Succede solo a Napoli

6 sfumature di ‘mannaggia’ | Modi di dire napoletani

Mannaggia a Bubbà, al Pataturco, ‘a Marina e chi più ne ha più ne metta: ecco il significato di alcune delle esclamazioni napoletane più divertenti di sempre.
A cura di Redazione Napoli
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Succede solo a Napoli

Tra i modi di dire napoletani divertenti, ci sono tutte le espressioni dialettali contenti la parola "mannaggia" (o "mannaccia"). Si tratta, letteralmente, di una espressione di imprecazione contro qualcuno o qualcosa che sta per "sia maledetto". Interazione molto diffusa non solo in Campania, ma in tutto il Sud Italia, spesso è usata anche come esclamazione di sfogo o disappunto, ma simpatica e gentile. Etimologicamente, deriva, per sincope, da un'altra esclamazione, "malanaggia", cioè "abbia il malanno", presente anche nelle opere di Alessandro Manzoni. Se unita ad altre parole, può diventare un vero e proprio simbolo della napoletaneità. Eccone l'elenco di seguito.

Mannaggia a Bubbà

Le imprecazioni napoletane, come la maggior parte di quelle usate dalla tradizione popolare, non hanno nulla a che a fare con la sfera religiosa, non sfociano mai in bestemmie. Tuttavia, come ogni maledizione che si rispetti, bisognava trovare una sorta di capro espiatorio contro cui inveire, senza scomodare santi e altre divinità. Così, fu scelto Bubbà, una figura ormai mitica che abitava i vicoli di Napoli nell'Ottocento, dedito a qualsiasi attività di truffa e per questo poco accettato dalla società, oltre a essere una persona senza scrupoli. Se allora qualcosa andava storto si poteva tranquillamente dar la colpa a Bubbà, sicuri che in qualche modo vi fosse implicato. Così i napoletani si appellano ancora oggi a lui quando qualcosa va per il verso sbagliato, responsabile eterno dei loro piccoli problemi quotidiani. L'esclamazione è stata usata anche nel teatro in lingua dialettale, in particolare da Eduardo De Filippo in "Quei figuri di 30 anni fa" del 1929 e nel più recente film d'animazione "Totò Sapore".

Mannaggia ‘o Pataturc

E' una delle imprecazioni più frequenti lanciate dai napoletani contro le piccole disgrazie quotidiane. Ma chi è il tanto odiato  e sbeffeggiato "Pataturco"? Secondo alcuni, il termine si riferirebbe al "padre dei turchi", collegandosi all'invasione della città partenopea di questo popolo nel 1558. Secondo altri, l'espressione sarebbe presa a pretesto per evitare di scivolare in imprecazioni e bestemmie legate al Dio dei cristiani. Ma, secondo lo studioso Raffaele Brancale, in realtà sarebbe legata ad un altro personaggio, tale "Patatucco", vissuto all'inizio del Novecento, probabilmente un soldato impegnato nella prima guerra mondiale di origine tedesca o slava. La parola deriva dalla fusione di "patata" e "crucco", con i quali gli italiani prendevano in giro gli avversari considerati sciocchi e mangiatori frequenti di patate. Tornati in patria, i combattenti napoletani trasformarono quel "maledetto il tedesco" nell’assonante "Pataturco" facilmente comprensibile dai concittadini che, proprio con il popolo Turco, avevano avuto svariati contatti, sin dall'epoca dei saraceni. Senza dimenticare che il padre fondatore e presidente della prima Repubblica Turca prendeva il nome di Mustafa Kemal Atatürk, da qui Pat-Aturk.

Mannaggia a' cardarella

Questa espressione è ritornata di moda dopo essere stata rilanciata dalla commedia "Guardami Guardami" del comico napoletano Biagio Izzo. Il suo significato è complicato da decifrare. Il termine "cardarella" indica nel dialetto napoletano, letteralmente, un "recipiente metallico a forma di cono tronco con due manici alle estremità usato da operai edili, carpentieri e quant'altro si accinga a mescolare, impastare o sciogliere materiali usati in edilizia". E' una espressione usata soprattutto nella zona di Pozzuoli.

Mannaggia ‘a Marina

Quando qualcosa va storto, "Mannaggia ‘a Marina" è una delle prime esclamazioni che vengono in mente. Serve ad esprimere disappunto, dolore per una sconfitta subita non a causa delle proprie azioni. Questa espressione ha origini antichissime. Risalirebbe infatti all'agosto del 1860, quando l'allora re Francesco II di Borbone imprecò contro la Marina del Regno quando seppe dello sbarco di Giuseppe Garibaldi sulle coste calabresi e siciliane. Gli uomini del mare, che pure rappresentavano una delle maggiori potenze in Europa ed uno dei vanti di suo padre Ferdinando II, affermarono dal canto loro le proprie responsabilità e le colpe di inerzia e slealtà, cominciata già all'epoca dell'invasione di Marsala da parte dei Mille. Secondo la tradizione, il sovrano avrebbe lanciato l'imprecazione mentre era a corte e subito dopo aver appreso la notizia dell'approdo.

Mannaggia o Sanghe d'a culonna

Questa è l'unica espressione del genere in cui la linea di demarcazione tra sacro e profano si fa sottilissima, soprattutto per la stretta assonanza tra i termini "culonna" e "Madonna", per cui il ricorso alla struttura architettonica potrebbe giustificarsi per non imprecare contro la Madre di Dio. Il riferimento al sangue si spiegherebbe invece come riferimento alla tradizione dei romani di fustigare a sangue i condannati, che in quell'occasione venivano legati a delle colonne, quindi imprecando contro "o sanghe d'a culonna" si impreca contro il sangue di Gesù, colato sulla colonna della flagellazione durante la Passione. Secondo un'altra versione, questa esclamazione avrebbe addirittura un fondamento storico. In piazza Ottocalli, a Napoli, pare fosse collocata una colonna di epoca romana; intorno al 1500 gli abitanti della zona, spinti anche dai parroci della chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, cominciarono a credere che questa costruzione avesse particolari poteri magici e influisse sul clima. Per questo erano soprattutto i contadini che vi si rivolgevano per far cessare il freddo o chiedere l'arrivo delle piogge. Col tempo, però, la Chiesa iniziò a considerare pericoloso l'attaccamento del popolo a questa credenza profana e, nel 1590, l'arcivescovo Annibale di Capua la fece abbattere. Da allora, ogni qual volta qualcosa andava male, i napoletani iniziarono ad incolpare l'assenza della colonna con la famosa imprecazione, tramandandola fino ad oggi.

Il sangue, tuttavia, ricorre spesso in associazione al termine "mannaggia", significando però una imprecazione ben più che negativa. Famosa è ad esempio quella riferita ai cari defunti della persona che si intende offendere (‘e chi t'è muorto). In questo caso, infatti, si tratta di un insulto – oltraggioso e vile – che si discosta dai casi precedenti, che invece si riferiscono genericamente alla sorte.

Mannaggia a Sacripante

Spesso il malanno viene augurato a una figura dal significato che ai più non è chiaro, tale "Sacripante". Costui – presente anche in letteratura, ad esempio nell'Orlando innamorato del Boiardo – lo si trova associato a mannaggia non solo a Napoli, ma un po' in tutta Italia. Indica in genere un uomo di grossa stazza, superbo e gradasso. In un caso simile "mannaggia a Sacripante" indica un generico disappunto.

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