Omicidio a Rogoredo, Cinturrino oltre 5 ore davanti al pm. I legali: “Se cambia l’accusa, chiediamo l’abbreviato”
"Siamo fiduciosi in una rilettura, da parte della Procura, del materiale a fondamento dell'accusa". È da questa frase, pronunciata dai suoi avvocati, che riparte la difesa di Carmelo Cinturrino, l'ex assistente capo della polizia detenuto per l'omicidio di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso con un colpo di pistola nel bosco di Rogoredo lo scorso 26 gennaio.
Oggi, martedì 6 ottobre, Cinturrino è rimasto per oltre cinque ore davanti al pubblico ministero Giovanni Tarzia. Un interrogatorio che la difesa considera un passaggio decisivo per provare a smontare soprattutto l'aggravante della premeditazione, contestazione che rende particolarmente pesante il quadro accusatorio e che, secondo i legali, non sarebbe sostenuta dagli elementi raccolti. "Ha risposto a ogni domanda in modo puntuale", hanno spiegato al termine dell'interrogatorio gli avvocati Bianucci e Giugno. E proprio sulla premeditazione la posizione della difesa è netta: "È totalmente assente".
La difesa di Cinturrino
La ricostruzione offerta da Cinturrino parte innanzitutto dalla sua presenza a Rogoredo. Secondo quanto riferito dai suoi difensori, l'ex agente avrebbe spiegato al pm che non era quella la sua destinazione iniziale e che sarebbe stato chiamato dai colleghi come rinforzo nell'ambito dell'operazione antidroga in corso.
È un punto tutt'altro che secondario nella strategia difensiva. Se l'obiettivo è, infatti, quello di dimostrare che non esisteva un piano precedente per uccidere Mansouri, il fatto che Cinturrino sia arrivato nell'area boschiva in un secondo momento diventa uno degli elementi su cui la difesa intende insistere. La ricostruzione investigativa, tuttavia, ha sollevato interrogativi proprio sulla dinamica di quella giornata.
Un altro dei punti sui quali Cinturrino ha insistito davanti al pm riguarda la cronologia delle telefonate e dei messaggi intercorsi con le persone presenti a Rogoredo. La difesa punterebbe a utilizzare quei dati per sostenere che non ci sarebbe stato alcun piano preordinato e che lo sparo sarebbe stato il risultato di una situazione improvvisa. La parola scelta dalla difesa è quella già utilizzata in precedenza: fatalità. Cinturrino continua, infatti, a sostenere di non aver voluto uccidere Mansouri e di aver sparato in una situazione che, nella sua versione, sarebbe degenerata improvvisamente.
Tuttavia, stando alla ricostruzione degli inquirenti, sarebbero emerse diverse discrepanze legate alla versione fornita dall'indagato. Tra gli elementi finiti sotto esame ci sono, per esempio, la posizione di Mansouri al momento dello sparo, il comportamento degli agenti presenti, la pistola a salve comparsa accanto al corpo e soprattutto il tempo trascorso tra lo sparo e la chiamata dei soccorsi. Le immagini delle telecamere avrebbero, inoltre, documentato il viaggio di un collega di Cinturrino verso il commissariato Mecenate e il suo successivo ritorno sul luogo della sparatoria con una borsa appartenente all'ex assistente capo. Poco dopo, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe comparsa vicino al corpo di Mansouri la pistola a salve che l'accusa ritiene parte della messinscena della legittima difesa.
La Procura contesta la premeditazione
La Procura di Milano ha chiuso le indagini contestando a Cinturrino l'omicidio volontario aggravato dalla premeditazione. Secondo l'impostazione accusatoria, lo sparo non sarebbe stato il risultato di una decisione improvvisa maturata nell'arco di pochi secondi.
Nel corso delle indagini sono emersi anche racconti di testimoni che hanno riferito di presunte minacce rivolte in precedenza da Cinturrino a Mansouri. Alcuni avrebbero raccontato di frasi come "o ti arresto o ti ammazzo" e di altri riferimenti alla volontà di uccidere il 28enne qualora fosse stato incontrato. Sono elementi che la Procura ha inserito nel quadro accusatorio e che, insieme agli altri riscontri, hanno contribuito alla contestazione della premeditazione. La difesa contesta, però, questa lettura e sostiene che gli atti non dimostrerebbero l'esistenza di un piano precedente. È proprio su questa eventuale rilettura che gli avvocati stanno costruendo la prossima mossa: "Casomai ci fosse una riqualificazione del fatto, la scelta dell'abbreviato sarebbe una delle scelte processuali percorribili", hanno spiegato a riguardo i due legali.
Sul caso Cinturrino, intanto, pesa anche un secondo procedimento, parallelo a quello per la morte di Mansouri. L'ex assistente capo è infatti coinvolto, insieme ad altri colleghi, in un'inchiesta più ampia sull'attività del commissariato Mecenate. Nel filone parallelo vengono contestati, a vario titolo, reati tra cui estorsione, arresti illegali, favoreggiamento e altri episodi legati alla gestione dei rapporti con spacciatori e frequentatori dell'area di Rogoredo.