La premessa è doverosa. Chi scrive non è né un ingegnere, né un esperto di marketing. A malapena capisce qualcosa di calcio. In questo pezzo non troverete analisi di sostenibilità economica, proiezioni sui ricavi del club o riflessioni sullo sviluppo urbanistico di Milano. Qui parla solo la pancia. La pancia di un tifoso che frequenta San Siro da anni e che, ogni maledetta domenica, si avvicina ai tornelli sapendo già che i successivi novanta minuti gli condizioneranno l'intera settimana. Ecco, questo tifoso dalle priorità chiaramente discutibili, quando ieri Inter e Milan hanno svelato al mondo la loro nuova casa, è un po’ morto dentro.
Per carità, nulla da dire sull’impatto estetico. Il nuovo San Siro – pardon, Generali Stadium – sarà splendente, luccicante, un maestoso gioiello di metallo e vetro circondato da negozi, ristoranti e aree verdi. Un impianto che vivrà trecentosessantacinque giorni l’anno tra concerti ed eventi mondani. Una boccata d'ossigeno, soprattutto per le casse di Inter e Milan, che non vedono l’ora di gonfiare finalmente i rispettivi fatturati. Eppure, a chi ragiona ancora con il cuore e non con la calcolatrice, tutto questo appare asettico, freddo, artefatto. Un nonluogo in cui sembra sembra esserci tutto, tranne quello che dovrebbe esserci davvero.
In quella meravigliosa accozzaglia di design e virtuosismi architettonici si è persa del tutto la silhouette leggendaria di uno stadio che da quasi un secolo è un’icona mondiale, riconoscibile anche da chi è del tutto digiuno di sport. Dov’è l’atmosfera avvolgente che fonde il pubblico con le squadre in campo? Dov’è il ruggito della folla che impazzisce di gioia, o di rabbia, per un gol? La patinata presentazione di ieri non ha mostrato nulla di tutto questo. Solo vetro, rendering scintillanti e proposte commerciali. Come sostituire la storia del Duomo con la funzionalità di un Apple Store.
Del resto la strada è tracciata da tempo. Il calcio europeo, con rare e illustri eccezioni, ha deciso di immolarsi al cosiddetto “modello inglese”: impianti avveniristici tutti uguali, aree hospitality sterminate per massimizzare l’engagement e, ovviamente, prezzi esorbitanti che poco o nulla hanno a che vedere con lo sport più popolare del mondo. D’altronde turisti, occasionali e poser con la FOMO non vedono l’ora di spendere 300 euro per farsi i selfie sulle tribune senza dedicare più di qualche sguardo distratto a ciò che accade in campo.
A chi invece è cresciuto amando alla follia questo gioco e questi gradoni non resta che rassegnarsi, godendosi fino all'ultimo secondo quel vecchio gigante di ferro e cemento che per 100 anni abbiamo chiamato casa. Certo, i bagni sono un disastro, i seggiolini sono scomodi e per scalare il terzo anello serve il cuore di un fondista. La visuale però è ottima in ogni settore, l’acustica è quella di una cattedrale laica e il campo lo senti addosso ovunque ti siedi. Per uno stadio di calcio, in fondo, non dovrebbe servire nient'altro.