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Il Comune di Milano ha revocato a tre società l'autorizzazione per lo sharing dei monopattini elettrici. A farlo sapere è la stessa Amministrazione tramite una nota stampa. Sui monopattini da tempo persiste un lungo dibattito: da una parte ci sono coloro che li ritengono una valida alternativa all'uso di veicoli inquinanti, dall'altra ci sono quelli che invece ne evidenziano la pericolosità e soprattutto un uso sconsiderato da parte dei cittadini.

Irregolarità sul sistema di moderazione della velocità e della sosta

Dall'inizio della sperimentazione, il Comune ha avviato un monitoraggio per verificare il rispetto delle regole – da parte delle società che fornivano il servizio – definite dal bando pubblicato da Palazzo Marino. Secondo quanto emerge dal comunicato, il controllo ha rilevato dei comportamenti irregolari e non conformi, tra queste: alcune anomalie sul sistema di moderazione della velocità e della sosta. Per questo motivo, è stato imposto ai tre operatori di cessare le attività sul territorio e di ritirare i mezzi entro metà novembre. Una scelta, quella dell'Amministrazione presa a malincuore: "La condivisione dei monopattini – sottolineano nel comunicato – è stata accolta dai cittadini con molto favore e si è inserita rapidamente ed efficacemente nella ‘sharing mobility’ urbana. Gli elementi a favore della sperimentazione attuata dal Comune di Milano non prescindono dalla sicurezza del mezzo e dall'utilizzo regolare del veicolo".

L'indagine della Procura su otto manager

La notizia della revoca arriva dopo quella relativa all'indagine – da parte della Procura di Milano – nei confronti di otto manager di otto società di noleggio che non avrebbero rispettato tre dei requisiti previsti nel bando comunale di ottobre 2019 che reintroduceva il noleggio in città. L'inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Maura Ripamonti,  si basa sulla possibile violazione dell'articolo 650 del codice penale che punisce coloro che non rispettano un provvedimento – dato dall'autorità – per ragioni di sicurezza pubblica o d'ordine pubblico. In questo caso la pena prevede un arresto fino a tre mesi o un'ammenda fino a 206 euro. Le aziende sotto accusa avrebbero dovuto adeguarsi a quanto previsto nel bando comunale, pena: la revoca dell'autorizzazione. E probabilmente, le tre società a cui questa è stata revocata non lo hanno fatto.