La guerra nei boschi a colpi di AK-47 e spedizioni punitive: così funziona lo spaccio tra Milano, Como e Varese
Diciannove cartucce calibro 7,62, almeno quattro armati di fucili d'assalto Kalashnikov- AK47 e dieci uomini in marcia verso una piazza di spaccio da conquistare. Così, secondo la procura, una spedizione armata si sarebbe organizzata per cacciare una frazione rivale e mettere le mani su uno dei punti di riferimento dello spaccio nei "boschi della droga" di Villapia, una frazione di Parabiago in provincia di Milano, lo scorso 15 ottobre.
È da qui che bisogna partire per comprendere la portata del maxi blitz dei carabinieri che, il 6 novembre, ha interessato le province di Milano, Como e Varese, portando al fermo di otto persone. Dietro l'intervento dei militari non ci sarebbe soltanto la ricerca di armi e sostanze stupefacenti nascoste nella vegetazione. L'indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano, con il pm Paolo Storari, ha infatti ricostruito una vera e propria guerra tra gruppi di spacciatori per il controllo delle piazze nei boschi. Una contesa nella quale, stando agli elementi raccolti, fucili d'assalto, intimidazioni e spedizioni punitive sarebbero diventati strumenti per conquistare territori e clienti. Negli ultimi due anni, secondo quanto riportato nelle carte dell'inchiesta, gli investigatori avrebbero collegato almeno cinque omicidi alle dinamiche criminali legate allo spaccio nei boschi.
L'assalto a Villapia
Uno dei passaggi più significativi dell'inchiesta è contenuto nel decreto di fermo firmato dal pm Storari. Alcuni degli indagati avrebbero partecipato alla spedizione del 15 novembre a Villapia dove un gruppo composto da dieci persone, almeno quattro delle quali armate di fucili d'assalto Kalashnikov AK-47, avrebbe aperto il fuoco contro una fazione rivale.
L'obiettivo, secondo l'accusa, era assumere il controllo della piazza di spaccio conosciuta come "Ristorante Il Pioppeto", allontanando gli avversari e imponendo la propria presenza nell'area. Le telecamere di sorveglianza private installate nella zona boschiva di Parabiago avrebbero ripreso i movimenti del gruppo, consentendo di ricostruire la composizione del commando e di individuare alcuni dei presunti partecipanti.
Le armi nascoste nel bagagliaio
Un altro tassello delle indagini arriva da Pogliano Milanese dove le telecamere avrebbero documentato una continuità nelle operazioni del gruppo tra il 31 ottobre e il 4 novembre, pochi giorni prima del blitz.
In particolare, in una delle sequenze acquisite agli atti si vedrebbe un indagato scendere da un'automobile e aprire il bagagliaio dal quale sarebbe uscito un altro uomo armato. Un dettaglio che, secondo gli inquirenti, si inserirebbe in una serie di movimenti riconducibili alla gestione e al trasporto di armi e droga nelle aree boschive. Le ricostruzioni investigative relative a Pogliano descrivono, infatti, anche il recupero di materiale nascosto nella vegetazione.
Nello specifico, un uomo sarebbe stato ripreso mentre entrava nel bosco e successivamente ne usciva con un involucro contenente stupefacenti e un oggetto di forma allungata, identificato dagli investigatori come un AK-47, insieme a un giubbotto tattico mimetico: materiale "ad alto potenziale offensivo, munizioni ed equipaggaimento tattico".
Otto fermi tra Como, Milano e Varese
L'operazione ha portato al fermo di otto persone: sei individuate all'interno di un appartamento a Limido Comasco (Como), e altre due bloccate rispettivamente a Corsico, nel Milanese, e a Sesto Calende, nel Varesotto. Tra i fermati figurerebbe anche Abdellah Azzaoui, indicato dagli investigatori come uno dei presunti riferimenti del gruppo.
Per raggiungere l'abitazione di Limido è intervenuto il Gruppo di intervento speciale dei carabinieri (Gis) che ha utilizzato microcariche esplosive e dispositivi flash-bang per superare le porte e gli ostacoli presenti nell'edificio. Alle operazioni hanno partecipato anche le aliquote di primo intervento e le squadre operative di supporto, oltre allo Squadrone eliportato Cacciatori di Sicilia e alle unità cinofile. Parallelamente agli interventi nelle abitazioni, i carabinieri hanno effettuato una serie di controlli nelle aree boschive tra Pogliano Milanese e Arluno. Qui sono state recuperate armi, munizioni, denaro contante e sostanze stupefacenti. Tra il materiale sequestrato anche un fucile mitragliatore Kalashnikov, simile a quello che sarebbe stato utilizzato durante la sparatoria di Parabiago.
Nel corso delle perquisizioni sono stati, inoltre, acquisiti smartphone, dispositivi elettronici e documentazione ritenuta utile per approfondire i rapporti tra gli indagati e ricostruire la rete dello spaccio. Secondo gli inquirenti, si tratterebbe di un sistema nel quale gli spacciatori presenti sul territorio rappresenterebbero il livello operativo di organizzazioni più ampie, con presunti riferimenti e vertici anche fuori dall'Italia, in particolare tra Spagna e Marocco.
La guerra per i telefoni
Come ricostruito nell'inchiesta, gli smartphone utilizzati dagli spacciatori conterrebbero decine o centinaia di numeri di clienti, persone che acquistano hashish, cocaina ed eroina e che continuano a rivolgersi al contatto salvato nella propria rubrica. Per chi controlla quei dispositivi, quindi, non si tratta semplicemente di possedere un telefono, ma di entrare in possesso di un'intera rete commerciale.
Per questo, la conquista della rubrica di un gruppo rivale può significare sottrargli clienti, incassi e capacità di mantenere una presenza sul territorio. Ed è questo il meccanismo che, secondo le ricostruzioni investigative, avrebbe alimentato parte degli scontri che si sono verificati nei giorni scorsi.