Il sequestro Mazzotti 50 anni dopo, il fidanzato dell’epoca: “Quando fu gettata in discarica era ancora viva”

Il 30 giugno 1975 a Eupilio, in provincia di Como, è stata rapita la 18enne Cristina Mazzotti, che era di ritorno da una festa per la promozione. Nonostante il pagamento di un riscatto di 1 miliardo e 100 milioni di lire, il primo settembre di quell’anno, in una cava di Galliate (Novara) è stato rinvenuto il suo corpo senza vita.
Oltre 50 anni dopo, riaperte le indagini, sono stati condannati all’ergastolo Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella. Erano parte del commando che ha rapito Mazzotti. Un terzo imputato è morto prima della sentenza. Carlo Galli, amico intimo di Cristina, quel 30 giugno 1975 guidava l’auto, dalla quale i banditi prelevarono la giovane per sequestrarla. A Fanpage.it, il suo racconto.

Carlo, il ricordo di quei terribili e drammatici momenti è ancora vivo dopo 51 anni? Cosa rammenti di quella notte?
Il ricordo non si è mai perso. Di quella notte rammento praticamente tutto. Anche perché, recentemente, le fasi del processo mi hanno fatto rivivere certi momenti ravvivandomi i ricordi. Era una sera come tante d'estate. Io allora ero il fidanzato di Cristina. Ero passato a prendere lei e la sua amica Emanuela alla villa di Eupilio. Quella sera non avevo la mia auto, mia sorella mi aveva prestato la sua. Il nostro ritrovo era il Bar Bosisio, locale storico di Erba. Poi siamo andati a Como a mangiare un gelato.
A tarda sera siamo rientrati facendo la solita strada che va da Erba a Eupilio. A un certo punto ho visto un'auto che mi ha superato e ha girato subito in una stradina comunale che porta alle ville. Inizialmente la cosa non mi ha turbato. Poi però, appena girato l’angolo, l'auto mi ha sbarrato la strada. Dietro quell’auto ce n’era un'altra. Sono stato obbligato a fermarmi. A quel punto, sono usciti dal cespuglio due uomini armati di pistola.
Carlo, immagino il terrore.
Ci hanno ordinato di aprire le porte. Era il periodo dei sequestri in Lombardia, ma non pensavo di poterne mai essere coinvolto. Pensavo piuttosto a una rapina. Io ero alla guida, Emanuela al mio fianco, Cristina dietro. Ci hanno mandato tutti dietro e sono partiti. Siamo passati davanti alla villa di Cristina. Ho detto a loro di fermarsi, di lasciare le due ragazze e di prendere me. Cominciava a farsi strada l’idea del sequestro.
È iniziato così un viaggio che a me è sembrato eterno. Dovevamo tenere giù la testa. Io cercavo ogni tanto di tirarla su per memorizzare i luoghi, ma niente da fare. Dopo diverso tempo, siamo entrati in una strada sterrata, in un bosco, percorrendola tutta.
Hanno fatto scendere Cristina. Quella è l’ultima immagine che ho di lei. Ci hanno messo un cappuccio, intimandoci di restare sull’auto. Hanno fatto salire Cristina sull’altra auto e ci hanno del cloroformio con un batuffolo. Hanno preso le chiavi e sono partiti. Noi immobili e terrorizzati. Dopo due minuti hanno bucato le quattro ruote e se ne sono andati. Erano ormai le due di notte. Il cloroformio non aveva fatto effetto. A un certo punto, io ed Emanuela ci siamo messi a correre in mezzo al bosco. Una corsa eterna per andare a chiedere aiuto.
Abbiamo suonato a destra e a manca. Finalmente, ci ha aperto il dipendente del proprietario di una villa, che poi abbiamo capito essere il padrone della cementeria di Merone. Dopo aver parlato proprio con il padrone di casa, al quale abbiamo raccontato cosa era successo, abbiamo chiamato la polizia che è arrivata dopo poco tempo.
Insieme alla polizia, siamo arrivati alla nostra auto. Poi è arrivato il famoso ispettore Nardone di Milano, diventato Questore di Como. Ci hanno portato in Questura dove ci hanno di piantarla con questa ragazzata, di dire dove era Cristina, ma noi abbiamo raccontato tutto l’accaduto. Alle 4 del mattino eravamo ancora in Questura a spiegare il tutto. Ricordo che alle 7 del mattino sono rientrato a casa: abitavo sopra Bellagio.
Come hai vissuto quei due mesi che hanno scandito il sequestro?
Sono stati terribili. Ricordo con chiarezza che i Mazzotti mi avevano dato un cane, un boxer, per tenermi compagnia. A un certo punto, con Emanuela abbiamo deciso che si trasferisse da noi a Civenna. La situazione in villa, infatti, era convulsa. Vivevamo in un’ansia quotidiana, nel tentativo di capire cosa stesse succedendo.
Eravamo tenuti al corrente continuamente di ogni principale sviluppo della vicenda. C’era, però, una dose di elevato ottimismo: pensavamo che bastasse pagare e che si sarebbe risolto tutto, nonostante la richiesta iniziale fosse di 5 miliardi di lire.
Mi ricordo che una sera abbiamo visto sul giornale “La Notte”, la foto di un uomo. Io ed Emanuela, esterrefatti, abbiamo sbottato: “Ma questo è quello che c’era sull’altra auto”, che poi abbiamo saputo essere Giuseppe Milani. Ci siamo precipitati dai carabinieri nella speranza che quella notizia fosse d’aiuto.
Tutte le sere guardavamo il tg finché una sera, io ed Emanuela, seduti sul divano, abbiamo appreso la terribile notizia del ritrovamento del corpo senza vita di Cristina. Puoi immaginare il nostro stato d’animo.
Quando hai appreso la notizia della sua morte, il tuo primo pensiero qual è stato?
È stata la disperazione totale. Perdevo la persona a cui ero legato. È stato un disastro. Emanuela era ancora più disperata di me, in quanto ci viveva insieme da quando si era bambini. Da lì ho cominciato ad avere forti turbamenti. Ricordo il funerale. Una marea di gente. Mi sembrava di sentire Cristina parlare nella bara. Ho cominciato a soffrire d’insonnia. Momenti e periodi pazzeschi.
Ti aspettavi questo tragico epilogo dopo il pagamento del riscatto?
No. Tante cose le abbiamo scoperte dopo. Non immaginavo che finisse così. Qualche errore è stato fatto, secondo me, in campo investigativo. Per esempio non avere fermato, durante il sequestro, dopo averlo individuato, il telefonista per paura che facessero qualcosa all’ostaggio. Lui però è riuscito a scappare. Io l’avrei arrestato. Sapeva benissimo dove era tenuta Cristina.
Il sequestro Mazzotti ha scosso l’opinione pubblica e ha devastato la famiglia di Cristina, in particolare i suoi genitori, Helios ed Elisa. Come hanno potuto convivere con questo terribile dolore?
Fu un dolore immenso ed indicibile. Il papà di Cristina è morto poco dopo di crepacuore. La mamma ha vissuto fino a 90 anni. Ha reagito con grande forza di carattere. Si è rifugiata nell’arte e io l’ho rivista in qualche occasione. C’è poi stato il processo, duro tanto quanto tutto il resto.
Noi avevamo i migliori tra gli avvocati, tra cui Pecorella e Pisapia. Hanno offerto il loro patrocinio gratis. Anche il processo, insomma, è stato molto coinvolgente. All’uscita dal tribunale, i parenti degli imputati venivano a minacciarti: "Stai attento a quello che dici". Lì ho scoperto che c’era di mezzo la ‘ndrangheta. Morabito, che è morto durante il processo, era un pezzo grosso della ‘ndrangheta.
La tua testimonianza è stata fondamentale. 51 anni dopo, è arrivata la giustizia. Cos’hai provato quando hai appreso della sentenza e delle condanne all’ergastolo? Eri presente?
No, non ero presente. Me l'hanno anticipata. Ero presente quando sono stati comminati 8 o 11 ergastoli. Alla domanda se preferivo la pena di morte o l’ergastolo, ho risposto: "La galera tutta la vita". Penso che l’ergastolo sia la cosa
peggiore che possa capitare a una persona con la perdita totale della libertà. Alcuni dei carcerieri di Cristina, dopo pochi anni, godevano già di permessi ed erano anche evasi. E quando erano fuori, vivevano in Francia, in Costa Azzurra. Chiaramente usavano ancora i soldi del sequestro. Dieci anni fa, mi ha chiamato mio nipote e mi ha detto che erano da lui due esponenti della Squadra Omicidi che volevano parlare con me. Allora abitavo ad Erba. Mi sono venuti a prendere e mi hanno portato in Questura.
Mi hanno chiesto, dopo 40 anni, di riconoscere le persone guardando le foto dell'epoca. Ho subito riconosciuto Catella e Calabrò. Latella, credendo che tutto fosse andato in prescrizione, ha detto di essere stato lui e ha fatto anche i nomi degli altri. I due agenti della Omicidi, che avevano studiato benissimo il caso, mi hanno confidato che, quando Cristina è stata buttata nella discarica, era ancora viva. Questo particolare non lo sapevo. Rabbrividii.
Un tuo ricordo di Cristina?
Ricordo che, poco prima che succedesse il tutto, eravamo andati a Pian delle Betulle io, Cristina, un altro ragazzo e una ragazza. Avevamo mangiato formaggi, bevuto vino rosso. Cristina era una ragazza solare, stava bene con se stessa. Questa giornata con lei, serena e gioiosa, mi ritorna sempre in mente. Pensa che la mia attuale compagna, che è del 1988 e che mi ha dato un figlio che ora ha sei anni, nonostante io ne abbia 72, si chiama anche lei Cristina perché il papà era rimasto colpito dalla tragica vicenda del sequestro e disse: "Se avrò una figlia, la chiamerò Cristina". E così è stato.
Ha mai avuto incubi, dopo le terribili fasi del sequestro?
Come ti dicevo, ho cominciato subito a soffrire di una grave forma di insonnia. La mia vita è inevitabilmente cambiata. Anche certi miei atteggiamenti e alcune mie azioni, diciamo sbagliate, sono derivati da quei tragici fatti. Tanto per dire, sono partito e sono andato a vivere ai Caraibi per 10 anni. Sai, allora i fatti non sembravano forse così pesanti. Eravamo così giovani. Maturando, metabolizzi tutto quanto ti è successo e lo trovi gravissimo, un sopruso.
Da allora, non sopporto alcun sopruso e reagisco subito. Da quel ’75, una tranquillità non l’ho più quasi trovata. Forse, con un bambino piccolo, ne è arrivata un po’.
Se tu potessi dire qualcosa ai rapitori e assassini di Cristina, che cosa diresti?
Io non avrei neanche voglia di avere un dialogo con loro. È gentaglia. Con il sequestro Mazzotti, si sono rafforzati. Hanno assunto potere all’interno della ‘ndrangheta. Cosa vuoi dire a questa gente? All’epoca del rapimento, avevano la mia età: 21 anni. Peggio di tutti sono stati coloro che hanno tenuto in custodia Cristina. Lei era in una buca dove non poteva stare in piedi, ma solo rannicchiata. I suoi bisogni li doveva fare lì. Con questo, ho detto tutto.