Mattia Maestri (a sinistra) è stato il primo paziente italiano a cui è stato diagnosticato il Covid–19. Il professor Raffaele Bruno, direttore del reparto Malattie infettive al Policlinico San Matteo di Pavia, il medico che lo ha curato
in foto: Mattia Maestri (a sinistra) è stato il primo paziente italiano a cui è stato diagnosticato il Covid–19. Il professor Raffaele Bruno, direttore del reparto Malattie infettive al Policlinico San Matteo di Pavia, il medico che lo ha curato

Un anno e oltre 2 milioni e 700mila casi di Coronavirus dopo, con il virus che continua a infettare migliaia di persone ogni giorno e a ucciderne centinaia, che senso può avere ricordare la "scoperta" del primo paziente italiano a cui venne diagnosticato il Covid-19? "Sicuramente non è un anniversario da ricordare per lui", riflette con Fanpage.it il professor Raffaele Bruno, colui che curò Mattia Maestri al Policlinico San Matteo di Pavia, dove il 39enne di Codogno (Lodi), primo paziente "ufficiale" italiano malato di Covid-19 (ma il virus, come dimostrato, circolava già da prima), venne quasi subito trasferito dopo la diagnosi.

"È stato un anno difficile per me, ma naturalmente per tutti – spiega il direttore della clinica di Malattie infettive della struttura di cura pavese, un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) -. Dopo un anno onestamente pensavo che saremmo stati ancora in questa condizione, e anzi non immaginavo che avremmo avuto già un vaccino. E questo fa vedere il bicchiere mezzo pieno". L'infettivologo Bruno, calabrese trapiantato a Pavia, assieme al giornalista di SkyTg24 Fabio Vitale ha scritto un libro su quei giorni di un anno fa in cui Maestri arrivò al Policlinico San Matteo: "Potete accogliere un paziente di trentotto anni, febbre alta e polmonite interstiziale?", fu la telefonata arrivata dall'ospedale di Codogno che di fatto segnò l'inizio della storia del "paziente 1" a Pavia, dopo la diagnosi eseguita, contro il protocollo, dalle dottoresse Annalisa Malara e Laura Ricevuti, il cui esito arrivò alle 20 del 20 febbraio 2020.

Ci siamo resi conto fin da subito che eravamo di fronte a una pandemia

"Ricordo l'arrivo dei primi pazienti, assieme al primo diagnosticato, e ricordo che ci siamo resi conto fin da subito che eravamo di fronte a una cosa molto importante, a una pandemia", racconta Bruno a Fanpage.it. Mattia venne descritto dai media come un 38enne sano, in salute, sportivo: "Se esistesse una colonna sonora nella vita di ognuno di noi, la sua sarebbe Born to run di Bruce Springsteen", scrive Bruno nel suo libro "Un medico: la storia del dottore che ha curato il paziente 1", edito da HarperCollins. Una descrizione che spaventò in qualche modo l'opinione pubblica, che probabilmente capì allora di trovarsi di fronte a qualcosa di veramente grave – in precedenza a infettarsi di Coronavirus in Italia era stata una coppia di turisti cinesi di oltre 60 anni -, ma non i medici: "Tutti gli anni vediamo pazienti giovani con l'influenza che finiscono in terapia intensiva o in Ecmo (il macchinario per l'ossigenazione extracorporea, ndr). Era una situazione nuova per noi più che altro per l'agente che ha provocato l'infezione – ricorda Bruno -. Non conoscevamo bene la patogenesi del virus, pensavamo che desse solo un coinvolgimento polmonare, e invece dava un coinvolgimento sistemico. Ovviamente è stata una novità scoprire tutta una serie di caratteristiche del virus che prima non conoscevamo. Quindi abbiamo fatto la curva di apprendimento, purtroppo, assieme ai pazienti, una curva velocissima".

Con Mattia solido rapporto d'amicizia: per lui non è un anniversario da ricordare

Con Mattia, che è rimasto ricoverato (prima in terapia intensiva, poi in subintensiva e infine in reparto) a Pavia fino al 21 marzo, si è instaurato "un solido rapporto di amicizia". "Ci siamo sentiti qualche giorno fa – racconta a Fanpage – sicuramente per lui non è un anniversario da ricordare, lo vive col giusto distacco. Gli anniversari belli sono quelli positivi". Anche perché Mattia non è stato l'unico membro della famiglia ad essere stato infettato dal virus: a causa del Covid-19 ha perso il papà, mentre la moglie fortunatamente è stata colpita in forma lieve, riuscendo poi a partorire senza problemi la loro figlia, nata il 7 aprile dello scorso anno. "Mattia ha avuto il decorso di un paziente come ne vediamo tanti – racconta il professor Bruno -. Come lui abbiamo visto decine di pazienti, è chiaro che in quel momento era il primo paziente diagnosticato e quindi per noi era una novità, ma poi è risultato essere un decorso comune".

Ripercorrere a un anno di distanza la storia di Mattia può servire come spunto per una serie di riflessioni. Per capire innanzitutto cos'è cambiato nell'approccio medico al virus, dalla sensazione di essere ritornati "nell'Ottocento", senza cure adeguate, alla possibilità di disporre di più vaccini: "Il problema è che la pandemia continua e quindi dobbiamo cercare di accelerare il processo di vaccinazione per vedere nel prossimo autunno o l'anno prossimo di questi tempi una situazione completamente diversa".

Dai medici eroi ai negazionisti: "È un Paese che dimentica in fretta"

C'è poi la riflessione sul cambiamento della percezione dei medici e degli infermieri, dagli "eroi" celebrati nella fase in cui si diceva "andrà tutto bene" a pedine di un non meglio precisato "complotto", addirittura inseguiti sulle ambulanze e negli ospedali: "È stato possibile perché questo è un Paese che dimentica in fretta – dice Bruno -. Il nostro obiettivo, intendo gli operatori sanitari, è curare le persone, eravamo qua prima, non eravamo eroi e continuiamo a fare quello che sappiamo fare e dobbiamo fare". Eppure le assurde teorie dei negazionisti feriscono, a maggior ragione perché colpiscono una categoria, quella degli operatori sanitari, che "ha pagato doppiamente il prezzo di questa pandemia: sul luogo di lavoro e come cittadini, con la paura di essere infettati, di portare a casa il virus. La classe medica – riflette Bruno – ha pagato un prezzo altissimo, sono morti più di 300 medici in questa pandemia". Ed è per questo motivo che il ricavato del libro di Bruno e Vitale sarà devoluto alle famiglie degli operatori sanitari morti a causa del Covid.

L'ultima riflessione riguarda la fase pandemica che stiamo vivendo e una previsione su quando, e come, ne usciremo. "Adesso stiamo vivendo una fase di preoccupazione rispetto a quello che potrebbe succedere, siamo in una fase di allerta sulle varianti, è giusto porre attenzione, ma siamo più preparati a gestirle eventualmente. Poi ci sono cose che non dipendono da sanitari, ma dai politici e dai cittadini". In generale, rispetto alla fase attuale ciò che sorprende il professor Bruno è "che le persone non si indignano per il numero di morti: è incredibile l'anestesia, l'abitudine ai morti. Io non mi sono abituato a 300-400-500 morti ogni giorno". Su ciò che potrà accadere in futuro c'è una frase che ricorre spesso nel libro di Bruno, e che il medico ripete anche a Fanpage.it: "La normalità è un privilegio". E la speranza è quella di poterla presto riconquistare. "È difficile prevedere quello che accadrà da qua a sei mesi, ma sono ottimista". Il professor Bruno si immagina così il giorno in cui potremo dire di aver sconfitto il Coronavirus: "Spero che sia un giorno normale, che possa uscire, camminare, andare al ristorante, abbracciare qualcuno". E in quel caso sì che, un anno dopo, ci sarà un anniversario da festeggiare.

(Ha collaborato Simone Giancristofaro)