La scelta è semplice: vogliamo che la sostanza stupefacente più usata al mondo sia controllata e tassata dallo stato per i cittadini, o preferiamo lasciarla in mano a mafie e criminalità organizzata?

Legalizzare è una scelta di buon senso, nemmeno tanto rivoluzionaria ormai, e non c’è aumento di consumi o incidenti automobilistici che tenga. Le ragioni dei proibizionisti sono ancora una volta state sbugiardate dai fatti: nei paesi in cui si legalizza i consumi calano, soprattutto tra i giovani, e non aumentano gli incidenti stradali: quello che aumenta in modo vertiginoso sono le tasse pagate agli stati di riferimento, i posti di lavoro e la qualità e sicurezza del prodotto finale. Legalizzare significa prendere un fenomeno che era stato messo “sotto al tappeto” e regolarlo alla luce del sole, trasformando un problema in una risorsa. E’ una questione etica ed economica, prima ancora che sociale e con forti rivolti sulla salute pubblica.

Nonostante sia scientificamente provato che è meno dannosa di alcol e tabacco, che è risaputo che in Italia ci sarebbero le condizioni perfette per coltivarla, che ci sono aziende estere che non aspettano altro che venire ad investire nel nostro paese, che ci sono migliaia di ettari di terreni abbandonati e la disoccupazione giovanile al 30%, in Italia, è proprio il caso di dirlo, non si muove una foglia.

Ma un governo degno di questo nome, prima che agli interessi di bottega, dovrebbe guardare a quelli nazionali, che vanno tutti in un’unica direzione: quella di una cannabis finalmente legale in un mercato sempre più strategico a livello mondiale.

Legalizzare significa creare lavoro

Nei prossimi 10 anni l’Europa potrebbe vantare il più grande mercato di cannabis al mondo. Lo sostiene l’European Cannabis Report stilato annualmente da Prohibition Partners che prevede che il continente avrà il più grande mercato legale entro il 2028 e che potrebbe valere la cifra enorme di 123 miliardi di euro (58 miliardi nel mercato medico e 65 miliardi in quello ricreativo).

Mentre l’Italia entra in recessione e la disoccupazione giovanile si mantiene intorno al 30%, un’altro dato che salta agli occhi è il fatto che negli Stati Uniti la cannabis legalizzata abbia creato dai 125mila ai 160mila posti di lavoro a tempo pieno: sono i dati sono pubblicati dal Marijuana Business Factbook 2018 con stime che comprendono i lavoratori direttamente impiegati dalle aziende che producono e distribuiscono cannabis, oltre agli impiegati in società ausiliarie come contabili e guardie giurate.

Secondo gli analisti di New Frontier Data l’occupazione creata con la pianta più bistrattata della storia supererà il numero dei posti di lavoro che saranno creati dal settore manifatturiero in USA nei prossimi 4 anni, con oltre 250mila posti di lavoro creati dalla cannabis entro il 2020.

Le attenzioni estere rivolte all’Italia

Un fenomeno che ci riguarda da vicino, visto che il recente fermento dovuto alla cannabis light, ha portato in Italia investitori e multinazionali già strutturate. A metà del 2018 era stata la canadese CROP Infrastructure Corp. ad annunciare di aver stipulato un’accordo per la creazione di Xhemplar, società guidata dal politico di lungo corso Giovanni Castiglione, già sottosegretario alle Politiche agricole del governo Letta, del governo Renzi, e infine del governo Gentiloni, che aveva costruito la sua carriera politica in Forza Italia prima, Popolo delle Libertà poi, per approdare infine al Nuovo Centrodestra guidato da Alfano.

Alla fine dell’anno scorso era stato il fondo canadese LGC Capital investito 4,8 milioni di euro per acquisire il 47% di EasyJoint, azienda cha ha lanciato in Italia la cannabis light. E a cavallo tra il 2018 e l’anno nuovo è stata Canopy Growth, altra azienda canadese, tra le più grandi al mondo per produzione di cannabis, a finanziare Canapar, progetto europeo con sede a Ragusa, finanziato con 26 milioni di dollari canadesi per coltivare canapa, estrarre CBD e dar vita a prodotti cosmetici e farmaceutici.

Perché la canapa italiana era la migliore per qualità fino agli anni ’50 del ‘900 e il made in Italy, unito alla capacità dei nostri agricoltori, ai terreni disponibili e al clima favorevole, sono condizioni che andrebbero sfruttate oggi, nel momento in cui il settore si sta formando a livello internazionale.

Al forum di Davos, il summit del capitalismo globale, si è discusso di cannabis con tavole rotonde e interventi del calibro dell’ex presidente di Israele, Ehud Barak, che oggi guida un’azienda che si dedica alla cannabis medica.
Cannabis medica in cui eravamo partiti bene, ma che oggi stenta a decollare. Era il 2014 quando fu inaugurato il progetto di produzione di cannabis presso lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, facendo diventare l’Italia il secondo produttore europeo dopo l’Olanda. Dopo 4 anni la produzione nel 2018 si è attestata a circa 150 kg di cannabis, sommata ai circa 750 importati dall’estero: un quantitativo che non è riuscito a far fronte al fabbisogno dei pazienti italiani in continuo aumento. Per fare un paragone la Germania, che sta avviando in questo periodo il proprio progetto di produzione di cannabis a scopo medico, prevede di arrivare ad una produzione di 10 tonnellate entro il 2020.

Legalizzazione italiana

Nel 2016 in Italia si è discussa per la prima volta una legge sulla legalizzazione nella storia della nostra Repubblica; era quella proposta dall’inter-gruppo parlamentare che contava oltre 200 deputati, naufragata in un nulla di fatto. Nello stesso periodo era stata depositata una proposta di legge di iniziativa popolare, corredata da oltre 68mila firme raccolte dai Radicali, ed è di pochi giorni fa l’appello pubblico dell’associazione Luca Coscioni che chiede ai deputati che venga discussa in Parlamento.

Nel frattempo il senatore del M5S Ciampolillo ha depositato due disegni di legge che se approvati consentirebbero la coltivazione di 4 piante di cannabis a scopo terapeutico e ricreativo, mentre Matteo Mantero, altro senatore pentastellato, ha presentato una proposta di legge che legalizzerebbe di fatto la cannabis.

Forse è ora che le istituzioni e gli uomini che governano questo paese, si tolgano la maschera dell’ipocrisia e inizino a ragionare sui dati e sui fatti, perché proprio chi è favorevole ad un maggior controllo, in un paese in cui sono stimati 6 milioni di consumatori abituali e 12 occasionali, dovrebbe essere favorevole ad una regolamentazione e tassazione del fenomeno, togliendo profitti alle mafie, creando un introito stimato tra gli 8 e i 10 miliardi di euro l’anno in un paese con una situazione economica complicata, e garantendo una sostanza sicura, prodotta dai nostri agricoltori per un pubblico adulto e consapevole.