Il villino abusivo di Casteldaccia, dove sono morte 9 persone.
in foto: Il villino abusivo di Casteldaccia, dove sono morte 9 persone.

La tragedia di Casteldaccia ha riportato al centro del dibattito pubblico il problema dell'abusivismo edilizio in Italia. La villetta travolta dalla piena del fiume Milicia, infatti, era una costruzione abusiva insanabile in quanto sorgeva in una zona a inedificabilità assoluta sulla quale da tempo pendeva un ordinanza di demolizione del comune. Nove le persone che hanno perso la vita a causa dell'inondazione, tra cui molti bambini. Le due famiglie sterminate dal Milicia era entrambe affittuarie e non proprietarie dell'abitazione costruita praticamente nell'alveo del fiume e stando a quanto ha raccontato l'unico sopravvissuto, nessuno di loro ha mai saputo che la costruzione loro affittata era in realtà abusiva, pericolosa e da demolire. Con la strage di Casteldaccia si torna dunque ad affrontare un argomento a lungo dibattutto, quello dell'abusivismo edilizio, piaga che stando alle rilevazioni dilaga soprattutto -ma non solo – in Sicilia, in Campania e nelle regioni del Sud Italia.

Il caso di Casteldaccia

Quella delle costruzioni abusive a Casteldaccia non era una delle classiche situazioni di cui nessuno sa nulla: il comune non solo era a conoscenza delle varie abitazioni ma aveva anche ordinato di abbatterle. Nello specifico, la casa della tragedia non era stata abbattuta perché i proprietari avevano impugnato l'ordinanza del Comune e si attendeva la decisione del Tar. Su questo punto, però, le versioni di comune e tribunale regionale contrastano: il Tar, come riportato a Repubblica oggi, nel 2011- 3 anni dopo il ricorso – chiuse la pratica per perenzione per inattività delle parti perché a quanto pare il Comune di Casteldaccia non presentò la documentazione necessaria e non si costituì nemmeno a giudizio. Secondo il Consiglio di Stato, la chiusura per perenzione non costituiva un impedimento all'abbattimento, ma anzi non essendo stata annullata l'ordinanza, il Comune avrebbe dovuto e potuto procedere e, in sostanza, la casa della tragedia avrebbe potuto essere abbattuta già sette anni fa. Inoltre, i proprietari della villetta abusiva nel 2010 vennero condannati a 3 mesi di carcere, pena sospesa, e alla demolizione della casa nonché al ripristino dei luoghi. La condanna, passata in giudicato nel 2012, non è mai stata eseguita e la villetta è rimasta lì dov'era.

Come spiegato, le abitazioni abusive nei pressi dell'alveo del Milicia sono sparse ovunque, non solo nel territorio comunale di Casteldaccia ma anche in quelli dei comuni confinanti. Nella serata di ieri, il primo cittadino di Altavilla Milicia, Giuseppe Virga, ha spiegato: "La zona in cui è esondato il fiume Milicia è ad altissimo rischio, non solo per le condizioni dell'alveo che va ripulito ma per l'enorme numero di case abusive costruite. Lo denunciamo da anni. L'ultimo esposto è di un anno fa e l'ho fatto con l'ex sindaco di Casteldaccia". 

L’ex sindaco di Casteldaccia, Fabio Spatafora, ha ricordato che esistono migliaia di richieste di sanatoria inevase e solo sei vigili urbani in forza a un comune che deve fare fronte a una mole di lavoro incessante: "La situazione è davvero difficile. Abbiamo solo 6 vigili urbani a cui delegare i controlli e parliamo comunque di luoghi in cui è anche complicato accedere perché i proprietari delle case abusive hanno fatto dei cancelli che non consentono i sopralluoghi. Tanto che, spesso, a informarmi delle nuove costruzioni era il sindaco del comune vicino che, dall'alto,poteva rendersi conto di quanto accadeva a valle. L'iter è farraginoso, dopo l'ordine di demolizione se il proprietario non ottempera, il consiglio comunale deve o acquisire il bene o disporre di abbatterlo, ma spesso, come accade all'amministrazione comunale di Casteldaccia che è in dissesto economico, non ha i soldi per demolire".

Proprio Spatafora e Di Giacinto sono accusati dalla Corte dei Conti di danno erariale da 239 mila euro per non avere rispettato le norme sul contrasto all’abusivismo edilizio. I fatti contestati si riferiscono agli ultimi dieci anni, dal 2007 al 2017, e secondo l’accusa “avrebbero consentito agli autori degli illeciti di continuare a beneficiare degli immobili realizzati abusivamente, senza corrispondere alcuna indennità di utilizzo, né la tassa sui rifiuti e gli altri tributi previsti dall’ordinamento, con conseguente danno per le casse del Comune”.

Il rapporto di Legambiente sull'abusivismo edilizio

Insomma, a quanto pare l'abusivismo edilizio dilangante non può non essere preso in causa in questa vicenda che origina da malcostumi ed eccesso di burocrazia. Secondo un recente rapporto di Legambiente diffuso a settembre, in Italia più dell’80% degli immobili abusivi è ancora in piedi perché le ordinanze di demolizione non sono mai state eseguite. Secondo Legambiente risultano essere stati abbattuti 14.018 immobili rispetto ai 71.450 colpiti complessivamente da ordinanze di demolizione negli ultimi 15 anni (il 19,6% del totale). La Campania si conferma la regione più esposta al fenomeno, con una quota di 50,6 immobili fuorilegge ogni cento. Seconda è la Calabria con il 46,6% di edilizia abusiva, segue il Molise, con il 45,8%. Per quanto riguarda la sola Sicilia, dal 1985 a oggi quasi il 60% delle case abusive in Sicilia è in attesa di sanatoria e l'83,6% delle ordinanza di demolizione emanate risultano non eseguite.

Sebbene la Sicilia sia interamente flagellata dalla piaga dell'abusivismo edilizio, esistono in particolare alcune zone dove il fenomeno si presenta in maniera particolarmente persistente: a Licata, dove ci sono migliaia di immobili da abbattere, 1,2 a famiglia, su un territorio di 180 chilometri quadrati, il sindaco Angelo Cambiano prima e la commissaria straordinaria del Comune Maria Grazia Brandara poi, sono stati vittime di intimidazioni e minacce di morte perché hanno cercato in ogni modo di demolire le costruzioni abusive sul territorio.

Palma di Montechiaro gli edifici abusivi da abbattere sono almeno 9.998, anche qui 1,2 a famiglia, per la maggior parte costruiti in centro città. Proprio a Palma, nel gennaio 2017, il sindaco Pasquale Amato preferì dimettersi anziché eseguire tutte le ordinanze giudiziarie per disporre l'abbattimento degli edifici abusivi a causa delle continue minacce e dell'ostruzionismo. Nei mesi successivi, il neo-sindaco succeduto ad Amato, Stefano Castellino, come primo atto di giunta firmò un'ordinanza di sospensione per tutte le demolizioni nonché chiese all'Ufficio tecnico di redigere un regolamento sull’utilizzo degli immobili abusivi già acquisiti dal Comune e per questi motivi è finito subito indagato con le accuse di abuso d’ufficio, falso ideologico e omissioni d’atto d’ufficio.

Triscina, conosciuta come il "lido degli abusi" esiste un intero quartiere di oltre cinquemila case abusive, di cui oltre 1.000 sono insanabili e 300 sono state costruite entro i 150 metri dalla battigia, sebbene dal 1976 esista il vincolo di inedificabilità assoluta. Per cercare di sanare il problema, il comune ha chiesto un mutuo da 3 milioni di euro a Cassa Depositi e Prestiti per finanziare la demolizione di 85 abitazioni abusive sorte in zone a inedificabilità assoluta, ma la situazione appare complicata perché gli ex proprietari di queste 85 case hanno disposto un ricorso in Cedu sostenendo l'illegittima della confisca delle case in quanto non seguita da una condanna penale per abusivismo nonché un esposto alla Corte dei Conti denunciando l'illegittima del ricorso a un mutuo da 3 milioni di euro per pagare le demolizioni per un comune sull'orlo del dissesto finanziario.

La legge che non funziona e le ordinanze di demolizione ignorate

"La legge prevede che se il proprietario di un immobile abusivo non rispetta l’ingiunzione alla demolizione entro 90 giorni, lo stesso viene automaticamente acquisito al patrimonio immobiliare pubblico, inclusa l’area di sedime per un’estensione massima di dieci volte la superficie dell’abuso (art. 31, comma 3, DPR 380/2001). Sempre l’articolo 31, al comma 4, prevede che ‘l’accertamento dell’inottemperanza alla ingiunzione a demolire, nel termine di cui al comma 3, previa notifica all’interessato, costituisce titolo per l’immissione nel possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari, che deve essere eseguita gratuitamente'", spiega Legambiente.

In sostanza, la legge prevede che il patrimonio edilizio abusivo colpito da ordine di abbattimento non eseguito entro i tempi di legge, diventa a tutti gli effetti proprietà del Comune, che può demolirlo anticipando le spese che poi dovrà farsi risarcire oppure che destinare a usi di comprovata pubblica utilità. "Ebbene, è evidente che negli uffici comunali preposti quasi nessuno pensa di dover seguire queste prescrizioni, visto che solo il 3,2% degli abusi non demoliti risulta oggetto di acquisizione al patrimonio comunale. Seppur esiguo, il numero maggiore di trascrizioni è appannaggio dei comuni siciliani, che a livello regionale hanno provveduto a formalizzare l’acquisizione degli immobili abusivi al 16%. Tutte le altre regioni oscillano tra il 3,7% dell’Abruzzo e lo 0,1% del Trentino", prosegue il rapporto di Legambiente. Il problema? La mancata ufficializzazione dell’acquisizione, oltre a essere una grave omissione di atti d’ufficio, comporta anche una responsabilità per danno erariale. Molto spesso, infatti, accade che le case restino nella disponibilità degli abusivi che ne godono senza alcun titolo e senza oneri.

Per fare un esempio, nel 2016, un’indagine della Guardia di Finanza diretta dalla Procura della Corte dei Conti, scoprì che a Caltagirone, nonostante una sentenza di demolizione datata 1996, i proprietari continuavano a vivere nella loro abitazione. Allargando le indagini alla sola provincia di Catania, sono stati accertati altri 100 casi simili. In provincia di Palermo, in 75 su 82 comuni controllati sono stati riscontrati casi di occupazione illegittima. La lotta all'abusivismo edilizio in Sicilia, però, non sembra affatto una priorità e tra mancate demolizioni e favoritismi, il fenomeno appare socialmente accettato al grido "lo fanno tutti, tutti intorno a me sono abusivi" – come dichiarato dallo stesso proprietario della villetta di Casteldaccia a Repubblica -, una scusante che dovrebbe esimere il cittadino dal rispetto di una legge solo perché quella legge sul territorio la rispettano in pochi.