Matteo Salvini, ministro dell'interno del governo del cambiamento che secondo molti andrebbe giudicato solo sui fatti ieri a Vicenza ha vomitato la solita bile sul palco con una delle sue frasi da statista: «per gli immigrati clandestini è finita la pacchia, preparatevi a fare le valigie, in maniera educata e tranquilla, ma se ne devono andare». Una frase, una solita delle sue, ma pronunciata questa volta con l'investitura da ministro dell'interno e, piaccia o no ai nuovi governanti, una frase pronunciata da un membro di governo è un fatto. Eccome. Poi insiste: definisce le ONG "vicescafisti", spara iperboli a caso («non c'è lavoro per gli italiani figurarsi se c'è lavoro per mezzo continente africano» ha dichiarato oggi a Pozzallo) e per non farsi mancare nulla definisce la Tunisia un Paese «che spesso esporta galeotti».

È normale che quello che è il più grande business dei migranti (ovvero il segretario della Lega Matteo Salvini) venga riproposto come propaganda nonostante non ci sia nessun governo da attaccare: per continuare a lucrare ora che non c'è più la sinistra (magari) al potere Salvini & co. rivolgeranno i propri strali verso l'Europa, verso gli stati africani (vedrete, arriverà preso anche a questo) e intensificheranno gli attacchi alle ONG. Le carogne eviscerano le prede fino all'ultimo goccia di sangue, finché funziona. Eppure dentro quella pacchia che secondo Salvini è la condizione di vita di chi sbarca l'Europa ci sono dentro tutti i suoi segni caratteristici: c'è l'ignoranza di chi non ha mai ascoltato le storie degli sbarcati, gli sarebbe bastato seguire a Milano, dove Salvini è di casa, il processo ai danni di Osama Matammud, carceriere libico arrestato e condannato proprio qui in Italia, per sentire dei lager libici, delle caviglie e dei polsi spezzati con i tondini di ferro, dei sacchetti di plastica bruciati e fatti colare sulle schiene dei profughi, delle donne stuprate per tutta la notte e poi uccise, delle ferite che i clandestini si portano con loro; c'è l'irresponsabilità politica di chi considera un privilegio sfuggire alla guerra, non riuscire a raggiungere i propri famigliari sparpagliati per l'Europa e di chi considera riposante (una pacchia, appunto) essere sopravvissuti; c'è la cecità (strumentale e disumana) di chi non vede i morti, ne parla con superficialità e quasi fastidio e che nel giorno in cui in 35 (almeno, perché i numeri del Mediterraneo sono sempre per difetto) negano al largo della Tunisia preferisce concentrarsi sui negri che spennano piccioni ai semafori; c'è la mitomania di chi crede che le proprie bugie (quelle degli hotel a cinque stelle, dei cellulari, dei trentacinque euro al giorno) possano diventare la realtà a forza di ripeterle, finché non arriva qualcuno (come lo stesso Viminale che è intervenuto proprio ieri per smentire il suo stesso ministro sulla possibilità dei rimpatri sventolati in campagna elettorale) a smontarle punto per punto.

Eppure la pacchia vera, se ci pensate, è proprio quella di Salvini: a forza di disegnare un mondo irreale e soluzioni impraticabili alla fine ci si è ritrovato re. Solo che ora il potere logora lui. Attendiamo con ansia i fatti, anche perché le parole ci digusteranno ancora a lungo.