Militari e poliziotti del Myanmar avrebbero commesso "crimini contro l'umanità" nei confronti della minoranza islamica Rohingya. L'ha sostenuto la delegata speciale dell'Onu nell'ex Birmania, Lee Yanghee, a un programma della Bbc. Aung San Suu Kyi, la leader "de facto" del paese, ha rifiutato di rilasciare qualsiasi intervista e di spiegare cosa stia accadendo, tuttavia un portavoce del suo partito ha ribattuto alle accuse sostenendo che sono "esagerate" e che la questione è "interna, non internazionale". Lee Yanghee ha dichiarato che non le è stato permesso il libero accesso nell'area del conflitto, ma che numerosi rifugiati in Bangladesh le hanno testimoniato di "crimini contro l'umanità da parte dei militari birmani di Myanmar, delle guardie di frontiera, della polizia e delle forze di sicurezza".

Onu: "Verso i Rohingya abusi sistematici"

L'alta funzionaria delle Nazioni Unite ha parlato di abusi "sistematici" attribuendo responsabilità importanti al governo di Aung San Suu Kyi che, pur essendo al potere da circa un anno, non ha ancora risposto a questi "massicci casi di orribili torture e crimini estremamente inumani". Negli ultimi mesi più di 70mila Rohingya, minoranza islamica di Myanmar, sono fuggiti in Bangladesh nella speranza di riuscire a salvarsi dalle persecuzioni.

Profughi Rohingya
in foto: Profughi Rohingya

Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, ha vinto le prime elezioni democratiche del paese in 25 anni a novembre 2015. Il governo di cui è a capo ha sempre negato tutte le più gravi accuse di violazione dei diritti umani nello stato di Rakhine, sostenendo che l'operazione militare in corso in quella zona è in realtà assolutamente legittima.

Chi sono i Rohingya e perché vengono perseguitati

Quella dei Rohingya è una popolazione estremamente povera proveniente dal Bangladesh, che si è però insediata in Myanmar – ex Birmania – da molte generazioni. Considerati una delle minoranze più perseguitate al mondo, sono di fede musulmana in un paese a maggioranza buddista e rappresentano non più di un cinquantesimo della popolazione del paese. La maggior parte di loro vive nello Stato di Rakhine. Nel 1982, la giunta militare al potere all'epoca li privò della cittadinanza birmana, circostanza che impedisce loro di accedere a numerosi servizi come scuole e ospedali. Non hanno nemmeno il diritto di voto, perciò non hanno potuto partecipare alle elezioni del 2015.