
I test nucleari condotti nel secolo scorso hanno lasciato tracce radioattive anche negli oceani, finendo per contaminare numerosi organismi marini. Oggi, a distanza di decenni, quelle stesse tracce possono aiutare i ricercatori a ricostruire la vita dei cetacei, scoprire dove sono nati, come si sono spostati e anche quanti anni avevano quando sono morti.
È quanto emerge da un nuovo studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Marine Science, che ha permesso di identificare un'orca maschio vissuta per circa 65 anni, forse anche di più, una delle più longeve mai documentate.
I ricercatori di diverse università e musei scozzesi hanno analizzato i denti di cinque cetacei, due capodogli e tre orche, trovati morti lungo le coste della Scozia negli ultimi decenni. Come gli anelli di crescita del tronco di un albero, anche i denti di questi animali conservano una sorta di archivio della loro vita, fatto di strati e sostanze che si accumulano nel tempo. Così i ricercatori hanno ricostruito le vite di questi animali.
Come i test nucleari del passato permettono di ricostruire la vita dei cetacei

Il segreto è nel carbonio-14, una forma radioattiva del carbonio presente naturalmente nell'ambiente, ma la cui concentrazione è aumentata notevolmente durante i test nucleari atmosferici condotti soprattutto negli anni 50 e 60, in particolare da Stati Uniti, Unione Sovietica e Regno Unito. Le esplosioni hanno infatti liberato grandi quantità di carbonio-14, che si è diffuso nell'atmosfera ed è poi entrato anche negli ecosistemi marini attraverso la catena alimentare.
Gli scienziati hanno cercato proprio queste tracce nei denti dei cetacei, confrontando le concentrazioni di carbonio-14 nei diversi strati di crescita. In questo modo hanno potuto stabilire quali di questi denti si fossero formati prima, durante o dopo il periodo dei test nucleari, verificando anche che gli strati si depositano effettivamente ogni anno, almeno nelle prime fasi e durante buona parte della vita degli animali.

L'analisi ha inoltre permesso di ricostruire anche alcuni aspetti della loro ecologia grazie agli isotopi stabili, forme non radioattive di alcuni elementi chimici che possono fornire informazioni sulla dieta e sugli ambienti frequentati dagli animali.
Tra gli animali studiati c'è anche Moby, un capodoglio diventato molto famoso in Scozia dopo essersi spiaggiato nel Firth of Forth nel 1997. Il suo cranio è oggi conservato al National Museum of Scotland. I ricercatori hanno scoperto che aveva almeno 43 anni quando è morto, mentre l'altro capodoglio analizzato era più giovane. Le tracce chimiche nei loro denti suggeriscono inoltre che questi animali siano nati probabilmente in acque subtropicali più calde, prima di spostarsi verso latitudini maggiori durante la crescita.
Un'orca maschio di almeno 65 anni

Il risultato più interessante riguarda però una delle tre orche analizzate, un maschio trovato spiaggiato nell'arcipelago delle Ebridi Esterne nel 2015. Gli strati presenti nei suoi denti indicano che potrebbe aver raggiunto circa 65 anni, o forse aver superato questa età. Si tratta di un dato particolarmente interessante, poiché si stima che i maschi di orca, mediamente, vivano molto meno delle femmine, con un'età stimata di appena 30 anni circa.
Potrebbe quindi trattarsi del maschio più anziano mai documentato, anche se i dati sulla longevità delle orche e in particolare quella dei maschi, sono ancora piuttosto scarsi. Stimare con precisione l'età dei cetacei, infatti, non è per nulla semplice, in particolare quando si tratta di individui nati e vissuti in natura per tutta la vita, spesso senza neppure essere mai stati osservati e monitorati dagli scienziati.

Lo studio, naturalmente, riguarda soltanto cinque animali e non permette quindi di trarre conclusioni generali sulla longevità delle due specie. Dimostra però che le tracce lasciate dai test nucleari possono diventare uno strumento utile per ricostruire la storia individuale dei cetacei e migliorare le conoscenze sulla loro biologia. Conoscere meglio l'età, gli spostamenti e le diverse fasi della vita di questi grandi mammiferi marini può infatti aiutare anche a comprendere le dinamiche delle popolazioni e a sviluppare così strategie di conservazione più efficaci.