
Nel dicembre del 2024 uno studio americano aveva restituito un risultato decisamente impattante rispetto alla relazione con il cane: il 99,12% dei cani negli Stati Uniti soffrirebbe di un comportamento definito “grave o molto grave” e, in particolare, l'86 era stata segnalata come la percentuale di soggetti che ha un “problema di separazione di grado moderato”.
Lo studio era stato condotto sui dati di 43 mila cani raccolti dal Dog Aging Project attraverso il mini C-BARQ, un questionario rivolto alle persone di riferimento per descrivere diversi aspetti del comportamento dei propri compagni animali.
Il risultato a cui era giunta l’autrice della ricerca, la professoressa Bonny V. Beaver del Dipartimento di Scienze Cliniche per Piccoli Animali della Facoltà di Medicina Veterinaria e Scienze Biomediche dell'Università del Texas, ora è stato rivalutato in un altro studio. La contro ricerca, a cura di James A. Serpell e Lauren R. Powell, è partita proprio dal voler riesaminare i dati originali e i due autori sono arrivati a stime nettamente inferiori rispetto a quanto era stato evinto.
Nell’articolo in cui avevamo riportato e commentato la prima ricerca sin da subito avevamo sottolineato come questi dati andassero presi con le pinze. Scrivevamo infatti che: “Quanto è riportato nello studio non è frutto di una valutazione comportamentale fatta da esperti ma il risultato delle risposte ottenute direttamente chiedendo alle persone che vivono con un cane di dare una valutazione in merito ad alcuni comportamenti”, proprio per sottolineare l’aspetto che l’indagine era basata sulle risposte delle persone di riferimento e poi sull’interpretazione dei dati da parte di chi conduceva lo studio.
Gli stessi dati ma risultati molto diversi
Nell'analisi originaria, il 49,9% dei cani manifestava paura o ansia di intensità moderata o grave, il 55,6% aggressività e l'85,9% comportamenti ricondotti all'ansia da separazione. La percentuale complessiva arrivava dunque al 99,12% come abbiamo accennato all’inizio.
I due ricercatori hanno così riesaminato i dati estrapolati dal questionario, partendo dal presupposto che il modo in cui erano stati raggruppati determinati comportamenti e la soglia utilizzata per classificarli come “problematici” tendevano a sovrastimarne la frequenza e la gravità.
Ciò che è emerso, secondo la loro chiave di lettura, è decisamente diverso rispetto ai risultati pubblicati da Beaver: le percentuali di cani con manifestazioni di paura o ansia di intensità moderata o grave variano dal 14,1% al 28,2%, a seconda della tipologia di comportamento che viene considerata. Per le diverse forme di aggressività si va dall'1,2% al 30,4%. I comportamenti legati alla separazione, invece, scendono al 9,3%.
Separazione e attaccamento, la chiave è sempre il tipo di relazione
Il punto nodale per capire perché si è arrivati a due interpretazioni così lontane l’una dall’altra è capire come gli esperti hanno distinto i comportamenti legati alla separazione da quelli di attaccamento o ricerca di attenzione. Nell'analisi originaria, le due categorie erano state accorpate per calcolare uno dei casi più tipici di problemi all’interno dei nuclei familiari quando si ha un cane: l'ansia da separazione.
Nella nuova analisi, i ricercatori invece hanno tenuto conto che una cosa è l’espressione patologica di questa manifestazione comportamentale, altro è il legame di attaccamento particolarmente forte che un cane può avere nei confronti della persona di riferimento e che, ad esempio, si estrinseca nello stargli sempre vicino, cercare spesso il contatto, seguirla in casa e così via. Si tratta di comportamenti che però non vanno automaticamente tradotti come patologici, cosa che invece è l’ansia da separazione definita come tale nel Manuale MSD Veterinario, testo di riferimento standard che codifica i disturbi comportamentali degli animali domestici.
L'ansia da separazione, a differenza degli esempi fatti, si caratterizza infatti nel mettere in atto un comportamento che porta a una condizione di profondo disagio quando il cane rimane da solo e tipicamente l’espressione del profondo stato di stress e sofferenza sono le prolungate vocalizzazioni, la distruttività in casa e altre azioni che compromettono il benessere dell’animale.
Distinguere dunque esattamente i comportamenti attraverso l’analisi delle risposte delle persone di riferimento è un elemento fondamentale perché le percentuali poi relative allo stato di benessere psichico dei cani si alzino o si abbassino. Aver riletto così i comportamenti ha dunque portato i due autori a stimare in netto ribasso il numero di cani che soffrono in generale di un problema comportamentale, nel particolare a ridurre al 9,3% quelli che hanno disagi legati alla separazione dalla persona di riferimento, tra il 14,1 e il 28,2% i cani che manifestano altri segnali legati a stati di paura e ansia (contro il 49,9% precedente) e a una percentuale che varia dal 1,2 al 30,4 per i problemi che riguardano i comportamenti aggressivi (contro il 55,6% della precedente analisi).
Aggressività: la difficoltà nel distinguere i segnali
Il tema dell’aggressività è poi molto rilevante, perché basarsi sulle risposte delle persone che non sanno distinguere i segnali comunicativi dei cani comporta poi che si facciano degli errori nel generalizzare quando si utilizzano i questionari come “fonti certe”. Prima di arrivare a mettere in atto un comportamento aggressivo, un cane normo comportamentale ha un repertorio comunicativo molto chiaro e, solitamente, l’attacco è davvero l’ultima ratio.
Nel questionario, la descrizione del comportamento aggressivo comprendeva comportamenti come abbaiare, ringhiare o mostrare i denti in determinate situazioni. Si tratta di segnali che possono essere importanti e richiedono attenzione, ma il loro significato dipende dal contesto, dalla frequenza, dall'intensità e dalle conseguenze.
Un cane che ringhia per comunicare disagio non è automaticamente equivalente a un cane che tenta di mordere. Il ringhio è un segnale di avvertimento: in quel momento un cane ci sta comunicando che nella situazione in cui si trova non è a suo agio e così chiede principalmente una cosa, ovvero mettere distanza dalla fonte del problema e così interrompere anche un’interazione non gradita.
Interpretare dunque effettivamente cosa il cane “stia dicendo” in un determinato momento e contesto non è semplice per la maggioranza delle persone e anche coloro che vivono con un quattro zampe in case spesso non hanno alcuna conoscenza specifica della comunicazione canina e facilmente, così, si scambia un ringhio per aggressività.
Nella nuova analisi, dunque, anche questi dati sono stati rivalutati a seconda della lente d’ingrandimento che è stata posta sull’interpretazione delle risposte all’interno del mini C-BARQ. Risultato: l'aggressività nello studio ultimo non viene raggruppata sotto un’unica percentuale, mentre nel primo risultata pari al 55,6% dei cani “studiati”. Nella ricerca più recente si fa la distinzione del contesto e del tipo di interazione ed emerge, ad esempio, che l’aggressività intraspecifica riguarda il 30,4% dei cani, quella verso persone estranee il 10% e solo l’1,2% verso la persona di riferimento.
Il problema dell’interpretazione dei dati e delle risposte delle persone di riferimento
Un questionario assegna punteggi a determinate manifestazioni. Per trasformare quei punteggi in una stima della prevalenza di un problema, occorre però decidere quali comportamenti raggruppare e quale livello considerare sufficientemente grave. Se si sceglie una soglia bassa, anche manifestazioni occasionali o di intensità contenuta possono contribuire a classificare un cane come portatore di un disagio. Se si adotta una strategia di interpretazione più allargata, il numero di soggetti inclusi nella categoria diminuisce.
Serpell e Powell hanno criticato proprio le scelte fatte nell'analisi originaria e anche lo stesso mini C-BARQ, secondo loro, non dovrebbe contenere domande in cui comportamenti differenti vengono accorpati come se rappresentassero manifestazioni equivalenti.
Come avevamo poi scritto anche nel primo articolo, la valutazione di una patologia comportamentale non può emergere da un questionario secondo la percezione delle persone che vivono con il cane. Una diagnosi clinica può essere fatta solo da un veterinario esperto in comportamento e va sempre tenuto conto in primis della relazione, certo, ma questa stessa è il frutto poi del contesto e delle esperienze che il cane fa e anche del “qui er ora” in cui poi la valutazione comportamentale viene effettuata.
Tutto ciò ci aiuta però anche a dire che non si deve estremizzare in senso contrario: i problemi comportamentali dei cani sono diffusi e lo sono sempre di più nelle società occidentali, in famiglie che hanno adottato o comprato un animale senza aver prima approfondito realmente quale sia l’impegno da dedicare al suo benessere non solo fisico ma anche psicologico.
C'è un rischio, comunque, in entrambe le analisi che sono state pubblicate nel momento in cui poi vengono diffuse senza un ragionamento chairo. Da un lato, le percentuali elevatissime che erano state diffuse portano ad alimentare l'idea che quasi tutti i cani abbiano qualcosa che non va. Dall'altro, ridimensionare quelle percentuali non deve diventare un pretesto per sottovalutare segnali di paura, disagio, aggressività o l’ansia da separazione.
Quello che è evidente, però, da entrambi i risultati è che l’origine dei dati è fondamentale e in quella ci vediamo ancora l’enorme difficoltà nel leggere il comportamento da parte di chi vive poi effettivamente con il cane.