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28 Settembre 2026
11:42

La difficile vita in canile rende la valutazione del carattere complessa e diminuisce la possibilità di adozione

Uno studio ha analizzato quanto lo stress vissuto da un cane all'interno del canile può alterarne il comportamento e falsare la valutazione sulla sua adottabilità. Servono ambienti più adeguati, formazione e valutazioni che tengano maggior conto del contesto.

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"I cani reagiscono in modo diverso all'ambiente del rifugio in base alla genetica, alle esperienze passate e al contesto, e alcuni individui non riescono ad adattarsi. Chi fatica ad adattarsi può manifestare comportamenti di adattamento disfunzionali, percepiti come meno desiderabili da chi adotta, perpetuando così il ciclo di risposta allo stress".  In questo passaggio c'è tutto il senso di uno studio condotto da due ricercatrice del Dipartimento di Scienze animali della Michigan State University che ha fatto emergere la realtà quotidiana della vita che spendono i cani nei canili e delle difficoltà che devono affrontare educatori e istruttori, quando ci sono poi in queste strutture, per comprendere davvero l'indice di adottabilità di un individuo in base ad una valutazione che viene falsata dal contesto in cui gli animali vivono.

"Chi fatica ad adattarsi può manifestare comportamenti di adattamento disfunzionali – scrivono le autrici – percepiti come meno desiderabili da chi adotta, perpetuando così il ciclo di risposta allo stress. Per affrontare i problemi di benessere gli interventi comportamentali, inclusi programmi di arricchimento ambientale e addestramento, possono attenuare lo stress; tuttavia, esiste ancora una popolazione che potrebbe beneficiare di interventi farmacologici a supporto degli individui a livello fisiologico".

La vita all'interno dei canili, che siano quelli americani dove in molti ancora viene praticata l'eutanasia o quelli italiani in cui sono ammassati nelle strutture del sud anche fino ad oltre 500 cani, è mediamente basata su una magra esistenza chiusi nei box, in uno stato di costante isolamento sociale e continuo stress acustico e olfattivo. La personalità del singolo animale, pur sottoposto a una valutazione da parte di esperti cinofili è limitata al "qui ed ora", ovvero all'osservazione che non può prescindere dal contesto, tanto da incidere sul cosiddetto "ida", ovvero l'indice di adozione che necessariamente cala a fronte di un ambiente non consono all'appagamento dei bisogni e delle motivazioni di ogni cane "ospite".

Il riferimento all'utilizzo dei farmaci va anche contestualizzato, perché non sembri che nello studio venga indicata quella come via risolutiva di un problema strutturale. Le ricercatrici infatti rimarcano quanto stavamo accennando, ovvero anche l'assenza diffusa di personale qualificato. "Le risorse dei rifugi variano notevolmente e le differenze in termini di formazione, esperienza e personale clinico possono rendere difficile l'accesso ai farmaci ansiolitici". Questi ultimi, infatti, vanno prescritti sono da un veterinario esperto in comportamento, figura rara quanto gli educatori e istruttori cinofili nelle strutture italiane, sebbene molti regolamenti regionali ne prevedano la presenza e comunque in numero ridotto rispetto alla popolazione canina soprattutto nelle aree del centro sud del nostro paese.

A tal proposito, infatti, nello studio viene sottolineato che "la maggior parte delle valutazioni comportamentali nei rifugi si concentra sui test del temperamento per prevedere il comportamento futuro a casa o identificare gli individui a rischio di aggressività, ma sono pochi quelli che possono aiutare a identificare lo stress generalizzato correlato all'ambiente in cui vivono". Il senso è che per ogni cane la vita in canile ha un significato diverso ma sicuramente tutti condividono una realtà quotidiana fatta di assenza di una persona di riferimento, poche o zero ore di svago e una costante immersione in un ambiente in cui olfatto e udito restituiscono lo stato di stress che ognuno di loro vive in questa condizione. Ma questo studio ci dice anche che lì dove anche c'è la presenza di personale qualificato la valutazione è complessa in un ambiente ipostimolato dal punto di vista delle esperienze e iperstimolante dal punto di vista della fatica di vivere nel contesto in cui si trovano gli animali.

"Rimane la necessità di una valutazione comportamentale validata che misuri la capacità di adattamento in modo clinicamente significativo, al fine di facilitare la collaborazione tra rifugi e veterinari e affrontare le problematiche immediate relative al benessere dei cani ospitati nei rifugi", concludono le esperte, senza aver citato però un altro elemento determinante per la buona riuscita di un'adozione: il ruolo dei volontari. Si tratta di figure fondamentali in tutto il mondo, non solo in Italia, per l'abnegazione nei confronti degli animali ma che spesso non hanno le competenze necessarie per poter comprendere fino in fondo le caratteristiche di un soggetto e individuare ed indirizzare la famiglia o la persona in un corretto percorso di adozione responsabile. Il tema della formazione, dunque, da tutti i punti di vista rimane il punto di inizio di qualsiasi analisi del problema e riguarda ogni figura che approccia con il mondo canile, nella consapevolezza però – come ci dice questa ricerca – che l'errore è sempre a portata di mano ed è dovuto alla modalità in cui ancora queste strutture sono concepite.

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