
Quando uno studio scientifico scopre qualcosa di nuovo sul comportamento dei cani, è facile pensare che quel risultato valga per la specie nel suo complesso. Ma non è necessariamente così. Un gruppo di ricercatori guidato da Julia Espinosa della York University in Canada, ha recentemente evidenziato un problema spesso sottovalutato e che riguarda proprio la ricerca sul comportamento e sulle capacità cognitive del miglior amico dell'uomo: molti studi vengono condotti su popolazioni molto specifiche, che però potrebbero non essere rappresentative della grande varietà di cani e dei contesti in cui vivono.
Il problema è molto simile a quello già individuato da tempo anche nella psicologia umana. Una parte consistente degli studi, infatti, è stata condotta su persone definite con l'acronimo WEIRD, cioè occidentali, istruite, appartenenti a società industrializzate, relativamente ricche e democratiche, e questo rappresenta un limite enorme per la rappresentatività dei risultati ottenuti. L'acronimo, che in italiano si traduce con "strane", è formato dalle parole inglesi Western, Educated, Industrialized, Rich e Democratic.
Secondo lo studio condotto Espinosa e colleghi, qualcosa di molto simile sta accadendo anche nella ricerca sui cani. Una parte importante degli studi viene infatti realizzata in Europa e Nord America, spesso coinvolgendo cani che vivono in famiglia, in ambienti urbani e con persone molto coinvolte nella loro cura e nell'educazione. Sono cani perfettamente adatti per molti esperimenti, ma non necessariamente rappresentativi di tutti i cani del pianeta.
Cani diversi, vite diverse: il problema della generalizzabilità degli studi

I cani non sono tutti uguali. Esistono infatti centinaia di razze e una quantità praticamente infinita di incroci, con differenze genetiche, morfologiche e comportamentali. Alcuni sono stati selezionati per collaborare con le persone nella conduzione del bestiame, altri per la caccia, altri ancora per recuperare e riportare oggetti dall'acqua o per vivere prevalentemente in casa come animali da compagnia.
Anche l'ambiente in cui vivono può essere molto diverso. Un cane che vive in un appartamento e viene portato quotidianamente al guinzaglio al parco cresce affrontando esperienze molto diverse rispetto a uno che vive prevalentemente all'aperto, si muove liberamente e deve cavarsela da solo, come i randagi o le popolazioni rinselvatichite. Questa differenza è particolarmente evidente quando si cerca di studiare la cognizione, ovvero l'insieme dei processi attraverso cui un animale percepisce l'ambiente, apprende, ricorda, prende decisioni e risolve problemi.
Se un comportamento dipende anche dalle esperienze vissute, dal contesto sociale o dall'ambiente in cui un cane è cresciuto, il risultato ottenuto su una particolare popolazione potrebbe non ripetersi allo stesso modo in un'altra. Non significa che uno studio specifico sia necessariamente sbagliato. Significa che bisogna essere più prudenti quando si estende una conclusione oltre il gruppo effettivamente studiato. È il problema della generalizzabilità, vale a dire la possibilità di estendere un risultato ottenuto in un determinato campione ad altre popolazioni e situazioni.
Il bias può riguardare anche gli umani di riferimento

A essere poco rappresentativi non sono però soltanto i cani. Anche le persone che partecipano agli studi possono costituire una fonte di bias attraverso una distorsione sistematica nella selezione dei partecipanti. È più che plausibile, per esempio, che una persona molto interessata al comportamento animale, con un rapporto particolarmente stretto con il proprio cane e abituata a partecipare ad attività di educazione e addestramento, sia maggiormente predisposta a iscrivere il proprio animale a uno esperimento rispetto a chi ha meno tempo o interesse.
Di conseguenza, nei campioni usati per effettuare studi ed esperimenti potrebbero essere sovrarappresentati i cani già ben socializzati, abituati a interagire con persone sconosciute e che hanno un legame molto stretto e particolarmente coinvolto con il proprio umano. E anche questo può influenzare i risultati di uno studio.
C'è poi un ulteriore elemento: i ricercatori e i laboratori che studiano l'etologia canina non sono distribuiti in modo uniforme nel mondo. Gli esperimenti, i metodi utilizzati e i luoghi in cui vengono reclutati gli animali possono quindi riflettere soprattutto le caratteristiche e il contesto sociale e culturale delle società in cui la ricerca viene realizzata.
Dalle persone "WEIRD" ai cani "STRANGE"

Per rendere più evidente questo problema nella ricerca sui cani, gli autori propongono di usare l'acronimo STRANGE, un sinonimo di "strano" scelto per mettere insieme i criteri che permettono agli scienziati di chiedersi quanto gli animali studiati siano effettivamente rappresentativi. Esattamente come accade per le persone WEIRD. L'acronimo proposto mette quindi insieme sette possibili fonti di distorsione.
S – Social background, contesto sociale. Riguarda l'ambiente sociale e abitativo in cui vive l'animale. Un cane che vive solo con una persona in casa può avere esperienze molto diverse da uno che vive con altri cani, in un rifugio o libero.
T – Trappability and self-selection, catturabilità e autoselezione. Alcuni animali sono più facili da coinvolgere in uno studio di altri. Nel caso dei cani da compagnia, per esempio, può essere più semplice reclutare individui socievoli e abituati agli esseri umani. Per i randagi o quelli liberi, invece, la possibilità stessa di catturare un individuo può dipendere dalle sue caratteristiche comportamentali.
R – Rearing history, storia di crescita. Le esperienze delle prime fasi della vita possono influenzare profondamente il comportamento. Socializzazione, rapporto con gli esseri umani, ambiente ed educazione possono quindi condizionare le risposte che si ottengono durante un test.
A – Acclimation and habituation, acclimatazione e abituazione. Un animale deve spesso adattarsi al luogo e alle procedure dell'esperimento. Alcuni individui si abituano facilmente alla presenza di estranei o a un laboratorio, altri possono essere più sensibili. Anche questa differenza può influenzare la prestazione durante il test.
N – Natural changes in responsiveness, cambiamenti naturali nella capacità di rispondere. Il comportamento non è immutabile. Età, ormoni, stato fisiologico e altri cambiamenti individuali possono modificare il modo in cui un animale reagisce a una situazione.
G – Genetic make-up, patrimonio genetico. La genetica contribuisce alle caratteristiche individuali e alle differenze tra popolazioni e razze. Studiare soprattutto alcuni tipi di cane può quindi restituire un'immagine molto parziale della variabilità della specie.
E – Experience, esperienza. Addestramento, educazione, esperienze precedenti e persino la partecipazione ad altri esperimenti possono modificare il comportamento di un animale. Un cane che ha già imparato a rispondere a determinati segnali potrebbe affrontare un test in modo diverso rispetto a un individuo che non ha mai avuto esperienze simili.
Essere "STRANGE", quindi, significa che il campione può avere caratteristiche particolari che devono sempre essere considerate prima di estendere i risultati a tutti i cani.
Il problema della replicabilità e l'approccio ManyDogs

Questo diventa importante anche quando uno studio viene ripetuto. La replicabilità indica, semplificando un po', quanto un risultato può essere nuovamente osservato quando la ricerca viene ripetuta, possibilmente con procedure simili. Se però due gruppi di ricerca studiano cani molto diversi tra loro, utilizzando ambienti o procedure differenti, probabilmente otterranno anche risultati diversi. Questo non significa automaticamente che uno dei due studi sia sbagliato. La differenza potrebbe dipendere proprio dalle caratteristiche degli animali o del contesto.
Il problema è che, quando i campioni sono piccoli e poco diversificati, diventa più difficile capire quale sia la spiegazione. Per questo Espinosa e colleghi propongono di aumentare la collaborazione internazionale e di coinvolgere campioni più ampi e diversificati. Un esempio di questo approccio è ManyDogs, un consorzio internazionale coordinato dagli stessi ricercatori che lavora proprio per migliorare la replicabilità e la generalizzabilità della ricerca sul comportamento e sulla cognizione canina.

L'idea è studiare gli stessi comportamenti attraverso protocolli condivisi e coinvolgendo cani con caratteristiche, esperienze e provenienze differenti. In questo modo è possibile capire quali risultati siano davvero generalizzabili e quali, invece, dipendano dal particolare gruppo di cani studiato. Un approccio di questo tipo naturalmente non elimina tutti i possibili bias, ma permette di identificarli meglio e di capire quali caratteristiche del cane, del suo umano, dell'ambiente o del metodo sperimentale possono contribuire ai risultati.
Significa chiedersi quali cani stiamo studiando, dove vivono, quali esperienze hanno avuto e quanto siano rappresentativi di quelli che non abbiamo osservato. Solo così è possibile avvicinarsi il più possibile a una comprensione più esaustiva e rappresentativa di una specie che vive in contesti così diversi e che, proprio per questo, non può essere descritta e raccontata solo attraverso le esperienze di una piccola parte della sua popolazione.