Negli USA ora si usano anche i motori dei vecchi aerei per dare energia ai data center
Negli Stati Uniti la corsa all'intelligenza artificiale procede a ritmi forsennati e le aziende del settore hanno fretta di rendere operativi i propri data center, così da ammortizzare gli enormi investimenti sostenuti. Attendere i permessi per l'allacciamento alla rete elettrica richiede troppo tempo, soprattutto con nuove strutture che spuntano ovunque in un contesto che, a differenza di quanto sta accadendo in Europa e in Italia, è ancora poco regolamentato. Per questo molte aziende hanno iniziato a fare da sé, cercando soluzioni alternative per produrre energia. Tra queste, una delle più gettonate è quella di recuperare i motori a reazione dei vecchi aerei, smontarli e usarli per fornire energia ai centri dati che a loro volta alimentano l'IA.
A documentare il fenomeno è una recente inchiesta del New York Times che ha rivelato quanto la "sete" di energia abbia portato molte delle più importanti realtà del settore a prendere d'assalto i depositi che custodiscono le carcasse di metallo degli aerei dismessi per asportarne le turbine e riconvertirle in generatori elettrici per i nuovi data center. Una trovata senz'altro ingegnosa, che però può diventare un ulteriore problema per l'ambiente e per le comunità che si trovano a vivere nei dintorni di queste infrastrutture.
Come vengono usati i motori degli aerei per produrre elettricità
I motori degli aerei sono notoriamente molto potenti. Dopotutto, devono muovere un'immensa quantità d'aria per spingere in volo bestioni da decine di tonnellate. È proprio questa potenza che l'industria dell'IA vuole sfruttare per generare elettricità. In un normale motore a reazione, una grande ventola aspira l'aria, che viene compressa da una serie di rotori e immessa nella camera di combustione, dove si mescola con il carburante. La combustione genera dei gas ad alta temperatura che fanno ruotare le turbine e, attraverso un albero centrale, alimentano nuovamente i compressori e la ventola. Il flusso d'aria espulso posteriormente produce la spinta necessaria al volo. Per trasformare il motore in una centrale elettrica, vengono quindi rimossi la ventola anteriore e l'involucro esterno, mentre la camera di combustione viene modificata per funzionare a diesel o a gas naturale, molto meno costoso del normale carburante per aerei. L'albero centrale, invece, viene collegato, attraverso un riduttore, a un generatore elettrico. L'energia meccanica prodotta dalla rotazione viene così convertita in elettricità.
Per le aziende Tech, sempre più affamate di energia, si tratta di una soluzione relativamente rapida e funzionale per rispondere a un bisogno immediato. Tutto ciò comporta però un elevato costo in termini ambientali. I motori a reazione, il cui scopo d'origine è ben diverso, risultano meno efficienti delle turbine industriali costruite appositamente per le centrali e per ottenere la stessa quantità di elettricità occorre bruciare più combustibile, con un conseguente aumento delle emissioni di CO₂. A ciò si aggiungono altri inquinanti prodotti dalla combustione, tra cui ossidi di azoto, monossido di carbonio e composti organici volatili, che possono avere effetti sulla qualità dell'aria e sulla salute delle persone.
Il boom del fenomeno e il caso Mississippi
Questo modello si sta rapidamente diffondendo negli Stati Uniti, soprattutto dopo che il presidente Donald Trump ha esplicitamente chiesto ai colossi del settore di acquistare o prodursi da soli l'energia elettrica necessaria per i data center, così da evitare un'impennata incontrollata dei prezzi delle bollette. Tale invito, non seguito da leggi specifiche o criteri tecnici vincolanti, si è infatti tradotto in una corsa sfrenata per accaparrarsi con qualsiasi mezzo le risorse energetiche necessarie a far funzionare server e impianti di raffreddamento. Tra le aziende che riconvertono i motori, il New York Times cita la ProEnergy, società del Missouri che utilizza turbine General Electric impiegate anche sui Boeing 747. Ogni unità può produrre circa 50 megawatt di elettricità, equivalenti, secondo un suo dirigente, al fabbisogno di 15.000 case private.
La prima a puntare su questa tecnologia è stata xAI, la società di Elon Musk che ha installato otto turbine modificate per alimentare i propri data center nell'area di Memphis, al confine tra Tennessee e Mississippi. Tale iniziativa è stata seguita a ruota da OpenAI – che ha adottato turbine a gas nel primo sito del progetto Stargate, ad Abilene, in Texas – e Crusoe, società d'infrastrutture digitali che, come riporta la testata TechCrunch, lo scorso aprile ha ordinato 13 unità convertite da ProEnergy. Il caso di xAI è però il più problematico anche perché sulla questione è già scattata una denuncia da parte di alcune associazioni ambientaliste e tutela dei diritti civili.
Secondo i permessi statali e le immagini satellitari esaminati anche dal New York Times, le otto turbine installate da xAI dispongono infatti di autorizzazioni che consentono emissioni di monossido di carbonio pari al doppio rispetto alle altre turbine presenti nel sito e limiti superiori del 25% per i composti organici volatili (COV), sostanze potenzialmente dannose per la salute. Queste autorizzazioni sono state contestate dal Southern Environmental Law Center, che ha sollevato dubbi sulla documentazione relativa alle emissioni e sulla loro possibile sottostima. L'organizzazione ha inoltre intentato una causa contro xAI per l'utilizzo di altri generatori a gas senza le necessarie autorizzazioni. La questione riguarda anche la popolazione residente. Si tratta di una storia che abbiamo già approfondito su Fanpage.it. Negli otto chilometri intorno ai tre enormi data center dell'azienda vivono infatti oltre 100.000 persone che, oltre al sonno, rischiano di trovarsi compromessa anche la salute. Tre cittadini hanno già iniziato una battaglia legale contro xAI che, per silenziare il dissenso, sta cercando di acquistare centinaia di abitazioni nella zona per riempirle con i propri dipendenti.