“Mio padre ci ha lasciato in eredità questa terra”: la lotta di una pensionata per fermare un data center
A Taylor, piccola cittadina del Texas, una promessa fatta decenni fa rischia oggi di scontrarsi con il boom dei data center e dell'intelligenza artificiale. Sembra la trama di una serie tv degli anni Novanta, con una piccola comunità agricola che si ritrova a difendere la propria terra dall'avanzata di un'industria interessata soprattutto ai profitti. Eppure è proprio ciò che sta accadendo a Pamela Griffin, 58 anni, pensionata, impegnata in una battaglia legale per impedire che un terreno a pochi passi da casa sua venga trasformato in un enorme complesso di server.
In quello che da bambina era il luogo dei giochi spensierati, la Blueprint Data Centers ha intenzione di costruire un grosso centro dati di oltre 12.500 metri quadrati – peraltro molto vicino ad alcune abitazioni – che ha fatto insorgere la comunità locale. Negli States i data center sono diventati ormai da tempo un autentico problema sociale, con centinaia di comitati cittadini insorti in tutto il Paese contro la diffusione di strutture percepite come nocive per l'ambiente, il territorio e lo stesso tessuto sociale. È un tema che sta cominciando anche qui in Italia e che su Fanpage.it abbiamo iniziato a raccontare. Per Griffin, però, la questione va ben oltre il rumore, il consumo di acqua o quello di energia. Al centro della sua lotta ci sono anche la storia della sua famiglia e una promessa che, per generazioni, avrebbe dovuto trasformare quei terreni in un parco.
La storia della famiglia Griffin e la promessa mancata
Tutto è cominciato a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, quando la nonna di Griffin, Addie Collins, acquistò diversi appezzamenti nella zona sud della città per i suoi otto figli. La donna afroamericana sapeva bene cosa voleva dire vivere ai margini di una società di bianchi e quando gli Stati Uniti approvarono il Fair Housing Act che vietava l'esclusione dei neri dal mercato immobiliare, Collins diede fondo ai risparmi accumulati in anni di lavoro come domestica e contadina per assicurare un futuro alla famiglia. Ancora oggi Griffin vive nella casa costruita dal padre su quelle terre "conqusitate" dalla nonna.
Da bambina, però, Griffin poteva contare anche su un altro luogo speciale. Un piccolo fazzoletto di terra spoglia dietro casa, acquistato dal padre, che lei e gli altri bambini neri del quartiere utilizzavano come parco giochi improvvisato. Il lotto confinava con 87 acri appartenenti ai discendenti di Howard Bland Sr., figura storica della comunità locale. Proprio vedendo i bambini entrare nella proprietà per recuperare le palline da baseball, i Bland avrebbero espresso al padre di Griffin il desiderio di trasformare quei terreni in un parco pubblico. A raccontarlo è stata la stessa Griffin in una recente intervista alla CNN: "I Bland conoscevano la comunità come nessun altro ed erano disposti ad aiutare quando nessun altro lo era".
Quella promessa fatta in tempi in cui una stretta di mano valeva più di cento contratti si è però persa in decenni di passaggi di proprietà e procedure burocratiche. La famiglia Bland cedette gli 87 acri alla Texas Parks and Recreation Foundation per appena 10 dollari nel 1999. Nell'atto compariva una clausola secondo cui il terreno doveva essere "tenuto in custodia fiduciaria per un futuro utilizzo come parco" della contea di Williamson. Negli anni successivi, però, il terreno cominciò a passare di mano in mano. Nel 2003 fu trasferito a un'organizzazione no-profit per la gestione dei parchi e, poco dopo, alla stessa città di Taylor, che nel 2009 la cedette alla Taylor Economic Development Corporation in cambio di 15.000 dollari e 39 acri di terreno. Infine, nel 2025, la superficie rimanente fu venduta per 10 milioni di dollari a una società legata alla Blueprint Data Centers.
La causa di Griffin e la battaglia in appello
Secondo la città di Taylor, la clausola sulla destinazione a parco, presente nell'atto del 1999, non compare nei documenti successivi, non ci sarebbe alcun vincolo legalmente valido che impedirebbe la cessione del terreno ai costruttori di data center. Griffin, al contrario, ritiene che quella promessa non sia mai stata cancellata legalmente. Dalla sua ci sarebbe anche un accordo scritto nero su bianco con firma del signor Bland. Per questo Griffin e i suoi fratelli hanno deciso di portare la questione in tribunale. La loro tesi è che il terreno debba restare destinato a un parco pubblico e che la restrizione originaria continui ad avere valore.
Nell'ottobre 2025 un giudice della contea di Williamson ha però respinto la causa, stabilendo che Griffin e i suoi familiari non avevano la legittimazione per agire perché non erano proprietari del terreno né avevano un interesse economico diretto. Per l'avvocato di parte, Chris Osborn, il giudice non ha però affrontato la questione centrale, ossia quale debba essere la destinazione d'uso della proprietà. Il caso è ora davanti a una corte d'appello del Texas. Parallelamente, il Procuratore Generale dello Stato, Ken Paxton, ha aperto un'indagine per verificare se la clausola del 1999 sia stata modificata o rimossa legalmente durante i successivi trasferimenti.
Nel frattempo Griffin non ha intenzione di rinunciare alla sua lotta: "Mio padre ci ha lasciato in eredità questa terra e ci ha detto di custodirla" è il mantra che continua a ripetere ai media. Quel terreno dietro casa rappresenta infatti non solo un prezioso ricordo d'infanzia, ma anche una speranza di quiete per la comunità, incluso suo figlio con disabilità, che trova nelle passeggiate su quei terreni un momento di rara serenità ogni volta che va a trovarla. Ora tutto dipende dall'esito del ricorso e dall'indagine del Procuratore Generale. Quel che è certo è che Griffin non si darà per vinta fino alla fine.