Intelligenza artificiale (IA)

“L’intelligenza artificiale è come la favola dei Tre Porcellini, chi evita la fatica non trova salvezza”

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OpenAI ha annunciato di aver risolto grazie all’intelligenza artificiale l’equazione di Navier–Stokes, uno dei problemi di matematica più complessi studiati in questa disciplina. Ne abbiamo parlato con Filippo Gazzola, matematico e docente di Analisi Matematica al Politecnico del Milano.
Intervista a Filippo Gazzola
Professore ordinario di Analisi Matematica del Politecnico di Milano

L'8 settembre OpenAI ha pubblicato sul suo blog un articolo. Titolo: On the Navier–Stokes Millennium Prize Problem. Contenuto: la soluzione a un problema matematico complesso, che attraversa gli appunti e degli studenti di matematica da quasi 100 anni. OpenAI è la società che ha permesso al mondo di conoscere l'intelligenza artificiale per come la usiamo oggi, non soltanto un'entità da fantascienza ma uno strumento entrato in ogni cosa che tocchiamo. Di recente pure nelle lavatrici. Dopo averci mostrato le sue doti nell'assemblare dati per darci una risposta o nel comporre pixel per generare un'immagine da un testo, ora OpenAI vuole dimostrare che anche problemi matematici complessi possono essere agilmente risolti l'intervento di una squadra di intelligenze artificiali agentiche. L'equazione di Navier–Stokes non è esattamente materia da scuola dell'obbligo, per capire meglio il peso di questo articolo abbiamo intervistato Filippo Gazzola, professore ordinario di Analisi Matematica del Politecnico di Milano.

OpenAI ha annunciato di aver risolto l'equazione di Navier-Stokes, definendolo il problema matematico del millennio. Riusciamo a spiegare a chi non è un matematico di cosa si tratta?
Innanzitutto, è uno dei problemi matematici del millennio, non l'unico. Le equazioni di Navier-Stokes descrivono la dinamica dei fluidi, quindi il comportamento di aria, acqua, ma anche petrolio, gas e lava. Un'applicazione pratica che tutti conosciamo riguarda le previsioni meteo: a lungo termine non sono del tutto attendibili proprio perché on c'è unicità nelle soluzioni di queste equazioni, scoperta di pochi anni fa. In matematica le equazioni complesse spesso non si "risolvono" nel senso classico del termine: lo scopo è comprendere il comportamento delle loro soluzioni. Nel caso delle equazioni di Navier-Stokes ad esempio è interessante capire se nei fluidi che descrivono si possono generare dei vortici.

La soluzione proposta da OpenAI è credibile?
Facciamo un passo indietro. Per inquadrare la questione, dobbiamo guardare alle prime dimostrazioni assistite al calcolatore, come il problema dei quattro colori. I computer sono eccezionali per fare in pochi minuti calcoli che a noi richiederebbero una vita, come trovare centomila cifre decimali della radice di 2. Oggi, però, la situazione è un po' sfuggita di mano. Il documento prodotto da OpenAI è molto lungo e palesemente scritto da una macchina: un matematico userebbe un linguaggio diverso. Non è assolutamente banale stabilire se il risultato sia corretto. Ci vorrà tempo per capire.

Quindi nemmeno la comunità scientifica può dire se OpenAI ha ragione?
Esatto. Ci sono al massimo un centinaio di persone al mondo in grado di valutare e validare un lavoro di questo livello, e richiederà tempo e impegno per essere decifrato.

Quali potrebbero essere le applicazioni pratiche o i vantaggi derivanti dalle risposte fornite da OpenAI sulle equazioni di Navier-Stokes?
Queste equazioni sono state scritte per descrivere il comportamento dei fluidi ed è un problema aperto dal 1935. Un risvolto importante potrebbe nascondersi nelle turbolenze. I vortici (trombe d'aria) e le perturbazioni atmosferiche sprigionano un'energia gigantesca sul nostro pianeta. Se in futuro riuscissimo a comprenderne a fondo il comportamento, in un mondo che richiede sempre più energia, potremmo trovare il modo di catturare quell'energia per utilizzarla. Al momento mi sembra una cosa impossibile.

Il matematico Terence Tao paragona la risoluzione di problemi matematici di questo livello al sollevamento pesi: delegare tutto all'intelligenza artificiale porta a dei risultati, ma ci impedisce di allenare la mente e comprendere i processi. Come far fare i pesi a un robot invece che farli noi. È d'accordo?
Completamente. Anche la società matematica mondiale, tramite figure di spicco come Ulrike Tillmann e Peter Scholze, ha sottolineato che la matematica serve prima di tutto a sviluppare il pensiero umano. La mia preoccupazione è rivolta alle nuove generazioni. Tao e Scholze sono matematici che hanno faticato per comprendere la disciplina e oggi sanno governare l'IA dall'alto della loro competenza. Gli studenti di oggi la usano come scorciatoia e in futuro non sapranno gestirla. È come la favola dei Tre Porcellini: chi cerca di evitare la fatica si salva oggi solo grazie al porcellino saggio, ma tra vent'anni, quando si troveranno soli davanti al "lupo cattivo", non avranno gli strumenti per difendersi.

Nel suo lavoro quotidiano con gli studenti universitari nota questo abuso dell'intelligenza artificiale per i compiti base?
Sì, ed è un disastro. Molti studenti oggi delegano la ricerca delle risposte all'IA. Lo scopo principale sembra essere solo superare gli esami in fretta, laurearsi e poi trovare un lavoro, senza alcun reale interesse per i problemi scientifici in sé. Escludo ovviamente un 5% di eccellenza umana che continua a darmi speranza. Tuttavia, l'invenzione in sé non basta: la bomba atomica è un'invenzione scientificamente straordinaria per l'energia che sprigiona, ma dobbiamo sempre guardare all'uso che ne fa l'umanità.

Dovremmo iniziare a trattare l'intelligenza artificiale con lo stesso scrupolo con cui si parlava della bomba atomica?
Oltre alla bomba atomica, userei il paragone con la morfina: una grande invenzione che toglie la sofferenza ai malati terminali, ma sappiamo bene quali disastri abbia creato il suo abuso. Per frenare questa deriva, la prima mossa è intervenire fin dalle scuole elementari per evitare che i bambini si abituino a usare l'intelligenza artificiale come scorciatoia. Inoltre, servirebbe solidarietà collettiva: se ognuno di noi rinunciasse al 2% della propria pigrizia tecnologica quotidiana, potremmo iniziare a governare questo fenomeno.

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