Il caso Ninfee, l’allucinazione collettiva partita da un solo quadro: sembra fatto dall’IA ma è di Monet

C'è stato un momento in cui abbiamo iniziato a pensare che non avremmo più saputo riconoscere il reale dall'AI, ma forse quel limite è stato già ampiamente superato. Negli ultimi giorni su X non si parla d'altro che di un quadro di Monet spacciato per un prodotto creato dall'intelligenza artificiale. L'esperimento sociale è stato realizzato da un artista concettuale anonimo, che su X viene chiamato SHL0MS. Dal suo profilo, l’utente ha pubblicato un dettaglio delle celebri Ninfee di Claude Monet facendolo passare per un'immagine generata dall'AI. Sopra, la frase: "Ho appena generato un'immagine nello stile di Monet usando l'AI. Descrivete nel dettaglio cosa la rende inferiore a un vero Monet". Per rendere tutto più credibile, è stato aggiunto anche il tag "Made with AI" di X.
Da lì in avanti è successo qualcosa di meraviglioso. Migliaia di persone hanno iniziato ad analizzare e commentare il dipinto: tra i profili pronti a distinguere i dettagli come se si trovassero sotto l'ombrellone a giocare a "Indovina le differenze" della Settimana enigmistica c'era un po' di tutto mancati eredi di Vittorio Sgarbi, potenziali ingegneri di machine learning e i soliti utenti Reddit con troppo tempo libero. C'era chi parlava di "mancanza di profondità", chi criticava le "texture confuse", chi sosteneva che i colori fossero "troppo artificiali". Un utente ha scritto addirittura un lungo thread tecnico per spiegare perché quell'immagine non avrebbe mai potuto raggiungere il livello emotivo di un vero Monet.
Il problema è che quell'immagine era di un quadro autentico. Si trattava di un dettaglio delle Ninfee conservate alla Neue Pinakothek di Monaco. Eppure, solo perché alle persone è stato fatto credere che fosse AI, nessuno ha saputo riconoscere il vero. L'esperimento è diventato immediatamente uno dei casi più discussi online sul rapporto tra AI, immagini e percezione collettiva. Oltre al tranello, però, c'è di più: moltissimi utent si sono fatti ingannare dal fatto di non guardare davvero, ma dalla tentazione inconscia di fissarsi sull'etichetta.
Il problema dell'etichetta AI Generated
Sempre più spesso, questi casi legati alla tecnologia e all'intelligenza artificiale in particolare, aprono spiragli nella sfera psicologica. Nel momento in cui un'immagine viene dichiarata "AI generated", internet entra in una specie di modalità automatica. Inizia la caccia ai difetti. Mani strane, luci irreali, dettagli incoerenti, "anime assenti", "troppo perfetta", "troppo finta". È quasi diventato un gioco sociale: dimostrare di saper riconoscere l'intelligenza artificiale a colpo d'occhio. Un po' come quando qualche anno fa tutti pensavano di poter riconoscere le fake news leggendo soltanto il font del post su Facebook. Se vogliamo è anche una sorta di autodifesa.
E siamo arrivati al punto in cui migliaia di persone hanno accusato Monet di non sembrare abbastanza Monet. Oggi non osserviamo più soltanto quello che abbiamo davanti, ma entriamo in un circolo vizioso della mente in cui interpretiamo di continuo il contesto, la piattaforma, il formato, il watermark, la didascalia e arriviamo a guardare un'immagine con la nostra mente già pronta a vedere altro.
Ora sono le fotografie reali a sembrare false
Una beffa, quella di X, che ha il sapore dei corsi e ricorsi storici: quando gli impressionisti iniziarono a esporre opere come quelle di Monet, infatti, venivano accusati di dipingere quadri incompleti, sfocati, poco realistici. A più di un secolo di distanza, alcune di quelle stesse critiche sono tornate online riciclate contro immagini considerate "troppo AI". Nel frattempo il fenomeno delle immagini reali scambiate per artificiali sta crescendo ovunque. Fotografie autentiche considerate fake, video veri accusati di essere deepfake, illustrazioni storiche trattate come dei prompt usciti male. Più i modelli generativi migliorano, più internet sembra perdere fiducia nei propri occhi.