Altro che Forum, il primo robot in tv è arrivato nel 1978: perché il piccolo schermo vuole gli umanoidi
«Ciao Barbara. Sono Jeeves, il tuo assistente». Il 7 settembre Barbara Palombelli ha iniziato la nuova stagione di Forum con accanto un collega particolare. “Una novità assoluta” lo ha descritto Palombelli: sì perché Jeeves è un robot umanoide. La conduttrice ha spiegato che questo speciale assistente è gestito da giovani ingegneri italiani e l’affiancherà durante la stagione, anche per parlare di intelligenza artificiale e del rapporto tra uomini e macchine. Certo, bisogna capire se gli ingegneri si occupano solo dei movimenti o anche delle parole. A vederlo in studio l’effetto è stato decisamente straniante, in realtà però la televisione italiana ha già avuto parecchi robot. Una sorta di ossessione per proiettarsi verso un futuro tecnologico: un po’ perché il robot è nell’immaginario collettivo il simbolo della tecnologia, un po’ perché poterlo mostrare al proprio pubblico dà sempre quella sensazione – a chi lo propone – di realizzare un prodotto con gli effetti speciali.
Negli anni il robot, inteso come figura e non come macchina, è stata una presenza ricorrente davanti alle telecamere del piccolo schermo. Alcuni erano macchine autentiche uscite dai laboratori di ricerca, altri dei veri pupazzi meccanici. Qualcuno aveva addirittura una persona dentro, oppure dietro. Tra questi ce n’è stato perfino uno costruito dall'uomo che aveva appena creato E.T. Una carrellata di personaggi che da quasi mezzo secolo la tv per mettere in scena il futuro, adattandoli ogni volta alle paure, alle aspettative e soprattutto alla tecnologia del proprio tempo.
Quali sono i primi “robot televisivi”
Per trovare il primo “robot televisivo” bisogna tornare almeno al 1978. Nel varietà di Rai 1 Uffa, domani è lunedì, inserito all'interno di Domenica In, compariva un robot innamorato della farfalla Desideria. A interpretarlo era il mimo venezuelano Carlos Valles, opportunamente truccato e vestito da automa. Era quindi un uomo che interpretrava il robot, in un periodo in cui si inizia a vedere davvero una macchina umanoide muoversi autonomamente in uno studio televisivo apparteneva ancora alla fantascienza o al massimo al cinema, visto che da poco era uscito al cinema Star Wars. Pochi anni dopo sarebbe arrivato uno dei casi più curiosi. Nel 1983 Rai 2 manda in onda Galassia 2, varietà ideato da Gianni Boncompagni e Giancarlo Magalli. Nel cast c’è anche Roby, un robot grassoccio, con un solo occhio e una specie di proboscide. Dietro c'è Carlo Rambaldi, appena tornato in Italia dopo aver creato E.T. per Steven Spielberg e aver vinto il suo terzo Oscar.
Rambaldi progetta e realizza Roby appositamente per la trasmissione. Era una creatura meccanica e scenica, più vicina agli animatronic del cinema che ai robot autonomi di oggi. Era quindi un effetto di scena a tutti gli effetti, che il pubblico avrebbe interpretato come l’idea del futuro in un’epoca in cui il Macintosh doveva ancora essere lanciato da Apple. Nello stesso periodo un altro robot, decisamente più umano che umanoide, diventa enormemente famoso, pur non avendo dentro nemmeno un chip in grado di farlo ragionare. È David Zed, nome d'arte dell'attore statunitense David Kirk Traylor. Si muove a scatti, parla con voce sintetica e costruisce un'intera carriera italiana fingendosi un androide. Nel 1980 arriva persino fuori concorso al Festival di Sanremo con una canzone intitolata R.O.B.O.T.; dal 1983 entra nel mondo di Raffaella Carrà e nella seconda edizione di Pronto, Raffaella? viene accreditato ufficialmente come “uomo robot” accanto alla conduttrice.La distinzione è importante: Zed era un performer, Roby una creatura meccanica. Per il telespettatore, però, entrambi svolgevano la stessa funzione. Il robot era diventato qualcuno con cui il conduttore poteva parlare.
Quando ogni programma per ragazzi voleva il suo robot
Un format oggi praticamente scomparso dalla tv generalista, ha regalato al settore diversi protagonisti che molti ricorderanno: è la cosiddetta “tv dei ragazzi”, che negli anni Ottanta di robot ne ha proposti molti. A Tandem, storico contenitore pomeridiano di Rai 2 in cui lavorò anche Fabrizio Frizzi, compare Ottiero 2000, protagonista di un gioco chiamato L'indovinello del robot Ottiero 2000. Le informazioni tecniche sopravvissute sono poche, ma le ricostruzioni del programma lo ricordano come un personaggio ricorrente utilizzato per proporre quiz ai telespettatori. Dal 1987 Patatrac, altro programma per ragazzi di Rai 2, porta il robot Mariù addirittura nella rosa tra i conduttori, insieme ad Armando Traverso, Shirine Sabet, Massimo D'Adamo e Renato De Rienzo. Anche in questo caso siamo nell'universo del robot-personaggio televisivo, più che della robotica come la intendiamo oggi.
Un fenomeno molto sentito anche dalle televisioni private. Nel 1988 il contenitore Slurp di Odeon TV viene costruito intorno a tre personaggi: Paola, l'alieno Alfonso e Ugo Robot, chiamato in alcune ricostruzioni anche Hugo Robot, il cui nome prendeva spunto dal successo di Goldrake. Per capirne meglio il peso, è utile affidarsi alla rassegna stampa dell'epoca, che descriveva come Paola e Ugo si impegnassero a insegnare all’alieno come comportarsi tra gli umani. Il robot era quindi già la figura razionale del gruppo, quello che conosce le regole del mondo. Sempre dal 1988, su Italia 7, Super 7 porta i bambini dentro un'astronave insieme al conduttore Carlo Sacchetti, al pupazzo Frittella e a Mic Mac, robot dalla voce acuta. Qui sappiamo anche cosa fosse materialmente: Walter Canedoli, che lo animava, conserva nel proprio archivio fotografie del modello in legno e della versione in gommapiuma. Robot nell'immaginario, dunque, ma sostanzialmente un pupazzo nella realtà. È lo stesso mondo televisivo nel quale nasceranno Uan, Four e decine di altre mascotte.
Birillo, il robot diventato amico
Negli anni Novanta questa formula produce uno dei casi più riusciti, anche se lontano dalle reti nazionali. Nel marzo 1993 l'emittente laziale Super3 inaugura La posta di Sonia, programma nato quasi per caso dalle lettere che i bambini inviavano alla rete. Dopo un paio d'anni a Sonia Ceriola viene affiancato Birillo, un robot creato in Francia da Marc Reynaud. Diventa la sua spalla e uno dei simboli dell'emittente, comparendo anche nello spin-off L'angolo delle chiacchiere. Per chi è cresciuto nel Lazio tra gli anni Novanta e Duemila, Birillo era molto più vicino a un coprotagonista che a una trovata tecnologica. Sonia gli parlava, lui rispondeva, litigavano, scherzavano. Anni dopo la stessa Ceriola avrebbe ricordato ironicamente quanto Birillo fosse, ai suoi occhi, “umanizzato”. Qui il robot televisivo completa una prima trasformazione. All'inizio serviva soprattutto a mostrare qualcosa di strano. Poi diventa una presenza familiare. Esattamente ciò che accadrà molti anni più tardi con i robot sociali progettati per entrare nelle case, negli ospedali o nelle scuole e per offrire sostegno emotivo.
L’arrivo dei robot veri: gli umanoidi entrano negli studi
Nel 2016 il confine cambia. Nel buco di quasi dieci anni, il progresso ha avuto un’accelerazione incredibile e in tv ha portato robot veri. Come quelli che si potevano solo cercare di imitare fino a dieci anni prima. Sul palco di Italia's Got Talent arriva iCub, l'umanoide sviluppato dall'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. Alto poco più di un metro e davanti ai giudici esegue una dimostrazione di Tai Chi. Questa volta il corpo metallico che il pubblico vede non è un pupazzo costruito per un programma televisivo: è una piattaforma robotica utilizzata realmente nella ricerca scientifica.
Pochi mesi dopo iCub entra nello studio de La settima porta, programma scientifico condotto da Alessandro Cecchi Paone su Rete 4. Cecchi Paone dialoga con lui durante la trasmissione e lo presenta come presenza robotica all'interno dello show. L'anno seguente a Tú sí que vales tocca a Do It NAO, programmato dagli studenti dell'Itis Mario Del Pozzo di Cuneo. Parla, canta, balla, fa flessioni, risponde agli indovinelli e ottiene quattro “vale” dai giudici e il 98 per cento dei voti positivi della giuria popolare. La differenza rispetto a Roby, Mic Mac o Birillo è enorme dal punto di vista ingegneristico. Televisivamente, molto meno. Anche iCub e NAO vengono invitati a fare quello che facevano i loro predecessori: esibirsi, parlare con esseri umani, produrre una reazione.
Il grande mistero di Robozao
Nel 2018 Ballando con le stelle porta questa idea al limite. Milly Carlucci annuncia un nuovo “terzo conduttore” accanto a lei e Paolo Belli. È Robozao, quasi tre metri d'altezza, proveniente dal Brasile. La sua capacità di movimento è impressionante, addirittura la sua mandibola si sincronizza al parlato come se fosse il labiale. Partecipa a tutte le puntate, balla, interagisce con gli ospiti e il 24 marzo viene persino sottoposto a una surreale intervista di Gigi Marzullo. Guardandolo muoversi, però, molti telespettatori iniziano a chiedersi quanto ci sia davvero di robotico. La risposta è interessante proprio perché mostra quanto sia elastica questa parola in televisione. Il creatore di Robozao, Lei Almeida, ha spiegato successivamente che il personaggio viaggia insieme a una squadra di operatori. Due persone ne controllano i movimenti e uno dei ballerini resta dietro la struttura, replicandone le movenze e utilizzando un comando manuale. Alla domanda se ci sia qualcuno fisicamente all'interno, Almeida ha preferito mantenere un po' di mistero. Robozao quindi più che un robot vero era una grande macchina scenica teleoperata, progettata espressamente per eventi, fiere e spettacoli. La sua presunta autonomia faceva parte del gioco.
Gli ultimi passi prima Jeeves
L’esposizione dei robot è proseguita nella veste di “concorrenti” in diversi programmi, fino ad arrivare al debutto televisivo di Jeeves: la sua peculiarità, rispetto ai colleghi che lo hanno preceduto, non è tanto nel mostrare le sue abilità tecniche o, umanizzandolo, “fisiche”. La sua funzione è più di ragionamento, in perfetta aderenza con l’era dell’IA generativa. Jeeves è “l'assistente” di Barbara Palombelli: il termine scelto rispecchia perfettamente il momento storico. Siamo nella fase in cui ChatGPT, Gemini, Copilot e gli altri sistemi di intelligenza artificiale sono stati ribattezzati proprio con la stessa parola. Poco importa se gli “assistenti” sono software che parlano, chatbot che rispondono alle domande o agenti in grado di svolgere dei compiti. Quello che ha fatto Forum è prendere quell'idea e metterla dentro un corpo: è il concetto che conta, più che la componente tecnica. Non sappiamo infatti che strumenti utilizzi Jeeves, se risponda grazie a una voce comandata un’IA specifica o se le risposte sono registrate (potrebbero esserlo, data la velocità di replica rispetto all’input).
Perché la tv ama i robot?
Quindi è arrivato il momento di rispondere a questa domanda. Ma perché la tv è così innamorata dei robot? Il motivo, probabilmente, nasce anche da una necessità: rendere la tecnologia visibile. Smartphone e pc a parte, è difficile dare un volto a un algoritmo o una forma a software e modelli matematici. Il robot invece rappresenta la tecnologia, o addirittura il futuro, che entra in studio. Dargli un nome lo umanizza e permette allo spettatore di guardare un insieme di motori e sensori con un altro occhio. È un meccanismo studiato da tempo nella ricerca sull'interazione uomo-robot. L'antropomorfizzazione ci porta ad attribuire intenzioni, personalità e capacità mentali a oggetti che mostrano caratteristiche o comportamenti umani. Una meta-analisi condotta su decine di studi ha trovato complessivamente un effetto positivo delle caratteristiche antropomorfe sull'interazione con i robot, pur con differenze importanti a seconda dei contesti. Ed è anche per questo motivo se i robot hanno quasi sempre un nome proprio: Roby, Mariù, Mic Mac, Birillo, iCub, Robozao, Jeeves. Raramente vengono trattati come semplici apparecchiature. Diventano colleghi, concorrenti, assistenti, amici.
C’è un altro aspetto, forse di cui ci rendiamo meno conto, con cui rapportiamo ai robot. Frapporsi alla macchina per l’uomo è affascinante e allo stesso sfidante. Involontariamente cerchiamo una qualche imperfezione nel robot, che per definizione dovrebbe essere perfetto. Come se volessimo metterci alla prova.
Un robot che balla male, fraintende una domanda o si muove in maniera goffa produce materiale televisivo e social (quanti video avrete visto negli ultimi tempi di robot che cadono o commettono un errore?). E visti uno dopo l'altro, questi robot permettono quasi di ricostruire l'evoluzione dell'immaginario tecnologico italiano: la tecnologia è cambiata enormemente mentre la televisione molto meno.