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“Qui la paura è uscire in un sacco bianco”: il racconto di un’operatrice MSF dentro il centro Ebola in RD Congo

Martina Marchiò, operatrice umanitaria di Medici Senza Frontiere in missione in Ituri, racconta a Fanpage.it cosa significa affrontare l’Ebola all’interno di un centro di trattamento: “Il virus corre veloce, ma per salvare una vita bisogna rallentare”.
Operatori di Medici Senza Frontiere assistono i pazienti all'interno di un centro di trattamento per l'Ebola nella provincia dell'Ituri, epicentro dell'epidemia nella Repubblica Democratica del Congo. Credit: Credit: Julien Dewarichet/MSF
Operatori di Medici Senza Frontiere assistono i pazienti all'interno di un centro di trattamento per l'Ebola nella provincia dell'Ituri, epicentro dell'epidemia nella Repubblica Democratica del Congo. Credit: Credit: Julien Dewarichet/MSF

L’Ebola continua a colpire la Repubblica Democratica del Congo, dove il bilancio ufficiale ha superato le 1.500 vittime in meno di tre mesi, cinque volte in più rispetto a quanto registrato nelle prime fasi delle precedenti epidemie. Quasi il 90% di tutti i casi confermati è concentrato nella provincia di Ituri, nella parte nord-orientale del Paese, che conta oltre 3.000 contagi accertati e più dell’80% dei decessi segnalati a livello nazionale.

Sono i numeri che descrivono la portata dell’emergenza sanitaria, ma non il volto umano della crisi, la paura dei malati, l’impegno di chi li assiste e le storie di chi ogni giorno combatte il virus. È da questa prospettiva che Martina Marchiò, operatrice umanitaria di Medici Senza Frontiere (MSF) in missione in Ituri, racconta a Fanpage.it cosa significa lavorare in uno dei centri di trattamento per l’Ebola più esposti all’epidemia.

Dopo l’Italia, il Congo è il luogo che sento più vicino all’idea di casa. Forse perché ci ho vissuto due anni. Forse perché qui le persone hanno il dono raro di farti sentire parte di una famiglia allargata fin dal primo incontro. O forse perché la natura ha una forza che travolge: rigogliosa, intensa, impossibile da ignorare.

Alle spalle del centro di trattamento per l’Ebola di Medici Senza Frontiere, le colline si accendono di un verde brillante. Al mattino una nebbiolina fitta le avvolge, sfumandone i contorni e rendendole quasi irreali. È un paesaggio di una bellezza disarmante, in contrasto con ciò che accade ogni giorno all’interno del centro.

"Per fermare l'Ebola bisogna interrompere ciò che ci rende umani"

L’Ebola è una malattia subdola. Si trasmette attraverso il contatto con i fluidi corporei di una persona infetta e colpisce, prima di tutto, chi le è più vicino: i familiari, gli amici, le persone amate. Per fermare il virus bisogna interrompere proprio ciò che ci rende umani: gli abbracci, le strette di mano, i baci, il dormire nello stesso letto, il condividere gli oggetti più comuni, persino l’allattamento materno.

Qualche giorno fa è arrivata al centro di trattamento di Medici Senza Frontiere un’intera famiglia: il nonno, le figlie, le nipoti. Tutti positivi. Tutti malati. La nonna era morta alcuni giorni prima ed era stata lei, senza saperlo, a trasmettere il virus ai suoi cari.

Poco dopo è arrivata un’altra donna. Era al secondo trimestre di gravidanza, aveva forti contrazioni e un’importante emorragia. È morta. La sua famiglia è stata accompagnata durante quella che qui viene chiamata una "sepoltura degna e sicura". È un’espressione che racchiude insieme rispetto e dolore. Il corpo di una persona deceduta per Ebola rappresenta infatti il momento di massima contagiosità. Per proteggere chi resta, sono necessarie procedure rigidissime, difficili da accettare per i familiari che vorrebbero solo salutare il proprio caro.

Le donne in gravidanza sono tra le categorie più vulnerabili e spesso non sopravvivono.

"Qui tutti hanno paura di uscire dentro un sacco bianco"

L’Ituri continua ad essere l’epicentro dell’epidemia. Ogni controllo della temperatura è vissuto con paura. Ogni febbre scatena il timore di essere trasferiti nel centro Ebola e di non uscirne più. Molti, qui, raccontano la stessa paura: entrare con le proprie gambe e uscire dentro un sacco bianco.

Eppure qualcuno guarisce. Qualcuno riesce a vincere la battaglia contro questo virus invisibile che sconvolge ogni certezza e riscrive le regole della cura, dell’assistenza e persino delle relazioni umane.

Anche i gesti più semplici diventano complessi: visitare un paziente, misurare i parametri vitali, inserire un ago in una vena, eseguire una trasfusione. Ogni movimento deve essere pianificato, verificato, eseguito con precisione assoluta. Qui non esistono automatismi. Ogni gesto richiede tempo, attenzione e consapevolezza.

"Il virus corre veloce, ma per salvare una vita bisogna rallentare"

L’Ebola è un’emergenza che corre veloce, ma insegna una lezione controintuitiva: per salvare una vita bisogna rallentare. Fermarsi un istante prima di ogni azione, riflettere, rispettare ogni procedura. In un luogo dove tutto sembra chiedere di fare in fretta, è proprio la lentezza a fare la differenza tra il contagio e la salvezza.

E ogni volta che esco dal centro e alzo lo sguardo verso quelle colline immerse nella nebbia, penso al paradosso di questa terra. Così generosa e così ferita. Il Congo continua a insegnarmi che la forza non è l’assenza della paura, ma la capacità di continuare a prendersi cura degli altri anche quando ogni gesto può avere un prezzo altissimo. Forse è anche per questo che, dopo l’Italia, continuo a chiamarlo casa.

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