Ebola, in RDC salta la prima linea di difesa: manca acqua potabile e tracciamento sotto il 50%, denuncia Oxfam

L’acqua potabile, considerata la prima linea di difesa in qualsiasi emergenza sanitaria, resta gravemente insufficiente, mentre il tracciamento copre meno della metà dei contatti. Sono questi i nuovi dati raccolti sul campo dall’organizzazione umanitaria Oxfam che, a un mese dallo scoppio dell’epidemia di Ebola in Repubblica Democratica del Congo (RDC) e Uganda, solleva urgenti preoccupazioni sulla diffusione del virus. A Mongbwalo, una città di quasi 140.000 abitanti nella provincia di Ituri epicentro della crisi sanitaria, solo il 20% della popolazione ha accesso all’acqua potabile, mentre appena il 25% dispone di infrastrutture igienico-sanitarie funzionanti. Il tracciamento dei contatti, pilastro fondamentale di qualsiasi risposta all’Ebola, ha raggiunto solo il 43% di copertura, una cifra ben al di sotto il 79% registrato un mese dopo l’inizio dell’epidemia del 2018-2020 nella stessa regione.
“Con soli 0,2 medici ogni 1000 persone e oltre 70 strutture sanitarie distrutte dal conflitto, le autorità sanitarie della Repubblica Democratica del Congo faticano a identificare i nuovi contagi con la rapidità necessaria per interrompere la trasmissione” spiega Oxfam. “Nel Nord Kivu, si registrano decessi nelle comunità prima ancora che i pazienti vengano identificati come casi di Ebola. Sempre più famiglie si prendono cura di parenti malati a casa, esponendo inconsapevolmente altre persone al virus”.
Acqua, igiene e protezioni: le carenze che ostacolano la risposta all’Ebola
“L’acqua, in assoluto la prima linea di difesa, non è disponibile” denuncia Manel Rebordosa, coordinatore di Oxfam per le attività sul campo nella provincia di Ituri. “I minatori che lavorano nelle aree circostanti non hanno servizi igienici né postazioni per lavarsi le mani, e poi tornano a casa in comunità già alle prese con il virus. L’acqua potabile costa due dollari per 20 litri. Per la maggior parte delle famiglie qui, è una cifra ben al di là delle loro possibilità”.

Pesa inoltre la grave carenza di dispositivi di protezione individuale, servizi igienico-sanitari e infrastrutture per l'acqua potabile, che continua a limitare le operazioni di risposta, rendendo sempre più difficile contrastare la diffusione del virus.
I Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) hanno confermato che quella in corso è già la terza più grande epidemia di Ebola mai registrata, dopo quella dell’Africa occidentale del 2014-2016 e quella del Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, tra il 2018 e il 2020. Il Ministero della Salute della Repubblica Democratica del Congo ha aggiornato il bilancio dei contagi, riportando 781 casi confermati e 182 decessi in 25 zone sanitarie. numeri che secondo Oxfam potrebbero sottostimare la reale diffusione del virus.
Virus senza vaccino rende cruciali acqua potabile e tracciamento dei contatti
A complicare il contenimento dell’epidemia è la mancanza di un vaccino autorizzato contro il ceppo responsabile dell’epidemia, il virus Ebola Bundibugyo, identificato per la prima volta in Uganda nel 2007. Prima della nuova emergenza sanitaria dichiarata dall’OMS, questo virus era stato collegato soltanto a un’altra epidemia, registrata in RDC nel 2012. I sintomi dell’infezione possono includere febbre, debolezza, diarrea, vomito ed emorragie nei casi più gravi, mentre la trasmissione avviene attraverso il contatto diretto con fluidi corporei di persone o animali infetti.
All’assenza di vaccini specifici si aggiungono le carenze dovute ai tagli agli aiuti umanitari internazionali che, secondo il forum delle ONG, in RDC si sono ridotti del 46%, costringendo le agenzie umanitarie a ridimensionare drasticamente le proprie attività.
“Quando i team di assistenza alla comunità, di cui ci si fida, scompaiono, le voci si diffondono più velocemente del virus. Le persone ora temono le strutture sanitarie, che considerano trappole mortali. Le famiglie si rivolgono ai rimedi tradizionali, rischiando di ritardare le cure e di permettere al virus di diffondersi ulteriormente. Ogni giorno senza finanziamenti, il virus miete più vittime” ha aggiunto Rebordosa.
Oxfam sta collaborando con i suoi partner e ha intensificato la sua risposta all’epidemia di Ebola, avviando un intervento iniziale di sei mesi da 11,6 milioni di dollari per fornire acqua potabile e kit igienici a 200.000 persone nella provincia di Ituri e per sostenere iniziative di sensibilizzazione a livello comunitario. “Questo, tuttavia, è ben lontano dall’essere sufficiente” conclude l'Organizzazione. “Senza un aiuto immediato, sarà sempre più difficile contenere l’epidemia”.