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17 Maggio 2022
13:19

Nuova epatite nei bambini, cosa c’è di vero sull’ipotesi del contatto con i cani

I dati pubblicati nel Regno Unito mostrano che il 70% dei bambini colpiti da questa grave forma di epatite ha avuto un contatto con un cane, ma ad oggi non è verificata alcuna relazione causale.
A cura di Valeria Aiello
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È notizia di queste ore quella di un possibile collegamento tra la nuova e tuttora misteriosa epatite acuta nei bambini e il contatto con i cani. Anche se i dati ad oggi disponibili sembrano suggerire che la possibile causa sia un adenovirus, nel Regno Unito – dove sono stati registrati i primi casi – si indaga a fondo, senza escludere qualsiasi altra ipotesi. In un recente briefing tecnico, in particolare, la UK Health Security Agency (UKHSA) ha riportato un numero relativamente alto di “esposizione ai cani” tra i bambini colpiti da questa grave forma di epatite. Tuttavia, prima che questo dato finisca per creare inutili allarmismi, vale la pena capire cosa è stato realmente osservato nel Regno Unito.

Epatite acuta nei bambini e il “legame” con i cani

Nel documento, l’UKHSA ha rilevato che il 70% dei piccoli pazienti (64 su 92 per i quali i dati erano disponibili) proveniva da famiglie proprietarie di cani oppure aveva avuto “esposizioni ad altri cani”. Questo dato, emerso dai questionari compilati dai genitori dei bambini colpiti dalle epatiti, non è tuttavia sufficiente a dimostrare una relazione causale, come spiegato da Mick Bailey, professore di Immunologia comparata dell’Università di Bristol. “Per suggerire un collegamento – dice l’esperto a The Conversationè importante mostrare non solo che l’esposizione ai cani nei pazienti è elevata, ma che è maggiore rispetto ai bambini non affetti. Fino a quando qualsiasi collegamento non viene verificato in quello che è noto come studio caso-controllo, qualsiasi legame non è altro che un’ipotesi”.

Ipotesi che, tra l’altro, è “estremamente debole, probabilmente molto di più della maggior parte delle altre ipotesi alternative che sono state proposte” ha aggiunto Bailey, sottolineando come, con il 33% delle famiglie del Regno Unito proprietaria di cani, avere il 70% di bambini con epatite entrati in contatto con un cane “può essere del tutto normaleconsiderando anche che “molti altri bambini provenienti da famiglie non proprietarie di cani saranno esposti ai cani quando fanno visita o giocano con i loro amici”.

Un secondo problema, fa notare l’esperto, è relativo al fatto che quando si raccolgono grandi quantità di dati retrospettivamente, c’è il rischio che alcuni di questi possano sembrare legati ai casi. Questo tipo di collegamento è chiamato correlazione spuria, e diversi esempi di questo tipo di associazione sono mostrati in un sito web dedicato.  Ad esempio, il tasso di divorzi nel Maine tra il 2000 e il 2009 sembra essere fortemente legato al consumo pro-capite di margarina (grafico qui sotto).

Una correlazione spuria. (Tiler Vigen)
Una correlazione spuria. (Tiler Vigen)

Il punto importante sui collegamenti identificati dai dati retrospettivi è che sono ipotesi – spiega Bailey – . Devono sempre essere controllati raccogliendo ulteriori dati sui nuovi casi. Se il collegamento è reale, continuerà a essere visualizzato nei nuovi dati. Se invece è spurio, non lo sarà”.

Un’altra delle associazioni presenti sul sito web di correlazione spuria mostra un altro importante problema. Tra il 2000 e il 2009, il consumo pro capite di formaggio negli Stati Uniti sembra essere collegato a decessi dovuti all’aggrovigliamento delle lenzuola. “In realtà non è difficile pensare che ciò possa accadere a causa di incubi causati dal formaggio – ironizza l’esperto – . Il fatto che possiamo pensare a un meccanismo alla base del collegamento ci dà più fiducia nel ritenere che questo possa essere vero, anche se il meccanismo è piuttosto inverosimile”.

Le possibili cause dell’epatite acuta nei bambini

Come premesso, le principali ipotesi sulle cause di questa forma di epatite pediatrica sono quelle che coinvolgono un virus in particolare, un adenovirus, che è stato rilevato nel 72% dei pazienti testati (per confronto, Sars-Cov-2 è stato rilevato solo nel 18% dei casi). “Laddove è stato possibile identificare il tipo, il patogeno è risultato essere l’adenovirus 41 (Ad41), una forma virale che infetta l’uomo e che normalmente causa diarrea nei bambini – indica Baily – . Sebbene i cani abbiano i propri adenovirus che causano malattie respiratorie o epatite, non è noto che questi virus infettino l’uomo e Ad41 non ha alcuna associazione nota con i cani”.

D’altra parte, i casi che si stanno verificando non suggeriscono che l’infezione si stia diffondendo tra i bambini. “Ci sono troppi pochi casi, e troppo ampiamente distribuiti per ritenere che l’infezione si trasmetta tra i bambini. E allo stesso modo, anche la distribuzione dei casi non suggerisce che si tratti di un nuovo virus trasmesso dai cani ai bambini. I casi sono comparsi in altri Paesi molto più velocemente di quanto un virus canino si sarebbe diffuso tra i cani”.

Altre possibili ragioni dell’epatite acuta pediatrica

Alcuni esperti hanno suggerito che la gravità di questa forma di epatite possa essere dovuta a una ragione immunitaria, indirettamente legata alla pandemia di Covid. “Il distanziamento sociale durante la pandemia ha ridotto la trasmissione di tutta una serie di malattie, e la mancanza di esposizione ad esse potrebbe aver lasciato alcuni bambini impreparati a infezioni che normalmente non causerebbero problemi – ritiene Baily – . Allo stesso modo, la mancata esposizione allo sporco a causa del lavaggio delle mani, della sterilizzazione delle superfici e di altre misure igieniche può aver predisposto i bambini a risposte immunitarie iper-reattive (come è stato suggerito per le malattie allergiche) e all’epatite, che può essere causata dalla risposta del sistema immunitario piuttosto che da un virus.  Infine, e non sorprendentemente, è stato suggerito che le precedenti infezioni da Covid possano aver predisposto i bambini all’epatite”.

Al momento, tutte queste non sono altro che ipotesi e i dati disponibili non sono sufficienti ad assegnare una priorità a nessuna di esse o a suggerire misure di controllo – conclude l’esperto – . Fortunatamente, l'incidenza è ancora estremamente bassa e, finché non ci saranno dati migliori, i genitori dovrebbero probabilmente concentrarsi maggiormente sul tenere d’occhio eventuali sintomi nei loro figli più che sulla riduzione della loro esposizione ai cani”.

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