Manda un selfie alla madre, mezz’ora dopo sviene in casa: nella foto c’erano gli indizi del malore
Un selfie come tanti, inviato da una ragazza alla madre, che si sarebbe rivelato fondamentale per arrivare a una diagnosi che inizialmente sfuggiva ai medici. È il caso di una 20enne irlandese che, mezz’ora dopo aver scattato la foto, era svenuta in casa, dove la madre l’aveva trovata priva di sensi. Al suo arrivo al pronto soccorso, il suo livello di coscienza era fortemente ridotto, mentre i parametri vitali erano sostanzialmente nella norma. La giovane presentava però una lieve differenza nella dimensione delle pupille, debolezza del lato sinistro del corpo, brevi contrazioni muscolari e movimenti involontari delle labbra, che avevano portato a sospettare una possibile emorragia celebrale o un altro tipo di lesione al cervello. Una prima TC cerebrale aveva tuttavia escluso queste ipotesi.
È stato a quel punto che la madre ha mostrato ai medici il selfie che aveva ricevuto poco prima, in cui la ragazza appariva con entrambe le palpebre superiori cadenti: un quadro che i medici hanno descritto come “ptosi bilaterale” su BMJ Case Reports, rilevando anche una debolezza dei muscoli di entrambi i lati del viso, che le aveva fatto perdere i solchi nasolabiali.
Il selfie indirizza i medici verso la diagnosi
La foto ha fornito un indizio determinante nell’orientare le indagini verso un problema vascolare, confermato da un’angio-TC che ha individuato una trombosi dell’arteria basilare, il vaso sanguigno che contribuisce a irrorare il tronco encefalico e le regioni posteriori del cervello. E ha anche permesso al team di avere un riferimento temporale essenziale nella scelta del trattamento farmacologico da somministrare.
Nel rapporto sul caso, i medici spiegano infatti di aver considerato il momento dello scatto come il “tempo zero” dell’evento neurologico, perché la giovane, pur presentando già i segni visibili nella foto, conservava un livello di coscienza e la capacità di comunicare.
Da quel riferimento erano trascorse 3 ore e 23 minuti, un intervallo che rientrava nella finestra terapeutica prevista per la somministrazione dell’alteplase, un farmaco trombolitico che agisce sciogliendo il coagulo responsabile dell’occlusione del vaso sanguigno. Nei pazienti idonei, questo tipo di trattamento può essere effettuato entro un massimo di 4 ore e 30 minuti dall’inizio dei sintomi.
Il farmaco trombolitico e il recupero dopo il trattamento
Contemporaneamente alla somministrazione dell’alteplase, i medici avevano contattato un centro specializzato in trombectomia endovascolare, per valutare la possibilità di rimuovere meccanicamente il coagulo. In previsione del trasferimento in ambulanza, che sarebbe durato circa 2 ore, la giovane era stata intubata e ventilata.
All’arrivo nel centro, quando è stata eseguita una nuova angiografia, l’arteria basilare non era più ostruita. Era rimasto soltanto un piccolo trombo nel ramo temporale profondo sinistro di un’arteria della circolazione posteriore e, poiché il farmaco trombolitico aveva ripristinato il flusso sanguigno, non è stato necessario alcun ulteriore intervento.
Dopo circa tre mesi, la ragazza è tornata alla sua vita quotidiana, riuscendo anche a riprendere a guidare con una benda su un occhio, necessaria per compensare un disturbo residuo dei movimenti oculari. Nel corso dei due anni successivi, i controlli hanno documentato un recupero neurologico completo e, in seguito, la giovane è diventata anche mamma di un bambino, di cui si prende cura autonomamente.