L’Italia è il Paese europeo dove la polvere sahariana aumenta di più: fino al 25%, lo studio su Nature

La nube di polvere sahariana che in questi giorni interessa l’Italia fa parte di un fenomeno più ampio, che rende i nostri cieli lattiginosi e giallastri più di quelli di qualsiasi altra parte d’Europa. Lo rileva un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature, secondo cui l’Italia è il Paese europeo dove la concentrazione di polvere desertica è aumentata di più nell’ultimo decennio, con punte fino al 25% nelle regioni meridionali. La ricerca, condotta da un team internazionale coordinato dal Paul Scherrer Institute (PSI), ha ricostruito dieci anni di dati per capire dove e perché questo trend si sta intensificando. Ad aumentare non è il numero di ondate di polvere sahariana, ma la gravità di queste intrusioni.
Lo studio, pubblicato il 15 luglio 2026, ha ricostruito dieci anni di dati (2012-2021), esaminando quasi 18.500 misurazioni giornaliere raccolte in 103 siti europei. Questi dati sono stati confrontati con modelli fisici e satellitari, fornendo una stima della concentrazione di polvere sahariana al suolo su tutto il continente, con una risoluzione di 10 km.

Il risultato? Mentre in gran parte dell’Europa le concentrazioni sono cresciute in media di 0,05 microgrammi per metro cubo l’anno, in Italia e nella regione dell’Egeo, l’aumento è stato quasi doppio, pari a 0,074 microgrammi per metro cubo l’anno. La tendenza è ancora più marcata nelle regioni del Sud Italia, dove le concentrazioni durante le intrusioni sono aumentate di 0,270 microgrammi per metro cubo l’anno. “Questo incremento, calcolato sull’intero decennio, corrisponde a un aumento di quasi il 25%” spiega l’autore corrispondente dello studio, il dottor Kaspar Dällenbach del Centro per l'Energia e le Scienze Ambientali del Paul Scherrer Institute.
Perché la polvere sahariana sta aumentando
Secondo lo studio, l’intensificarsi delle intrusioni di polvere sahariana in Italia è legato a due fattori concomitanti: da un lato c’è l’aumento della desertificazione del Nord Africa, che nel corso del XX secolo ha visto un incremento delle dimensioni del 10% del Sahara; dall’altro ci sono i cambiamenti nella circolazione atmosferica che interessano l’Oscillazione Nord Atlantica (NAO), l’indice che misura la differenza di pressione tra le Azzorre e l'Islanda, insieme ad altri indici come il Saharan Oscillation Index, che misura la differenza di pressione tra le Azzorre e il Niger.
Per ricostruire il quadro di lungo periodo, i ricercatori hanno anche analizzato una carota di ghiaccio prelevata sul Colle Gnifetti, sul Monte Rosa, a 4.450 metri di altitudine: i dati mostrano che le concentrazioni di polvere depositata sono aumentate del 110% tra il periodo preindustriale (1750-1850) e l’ultimo decennio (2010-2020).
Secondo i ricercatori, le fasi in cui la circolazione atmosferica favorisce correnti meridionali più intense dal Nord Africa corrispondono a un maggior trasporto di polvere verso le regioni del Mediterraneo centrale, Italia compresa. “Il numero di tempeste che trasportano polvere desertica dal Sahara e dal deserto arabico non è però aumentato” ha precisato Petros Vasilakos, ricercatore del Centro per le scienze energetiche e ambientali del PSI e autore principale dello studio. "Nel corso dei dieci anni presi in esame, questi fenomeni si sono invece intensificati e, di conseguenza, ora trasportano in Europa una quantità di polvere maggiore rispetto a prima”.
Gli effetti sulla salute
Lo studio quantifica anche le conseguenze sulla salute derivanti dalle elevate concentrazioni di polvere sahariana. In particolare, nei giorni con concentrazioni di polvere più elevate, i ricercatori hanno rilevato un aumento della mortalità dello 0,67% e un incremento dello 0,73% per i ricoveri ospedalieri per problemi respiratori, con un impatto che risulta più pronunciato nei più giovani: sotto i 14 anni, l’aumento dei ricoveri per patologie respiratorie sale al 2,47%.
Per valutare invece gli effetti a lungo termine, come pneumoconiosi, asma e bronchite cronica, gli autori dello studio sottolineano la necessità di studi più estesi e di lunga durata.
Ciò che però è chiaro è l’impatto della polvere sahariana sulla qualità dell’aria: nell’Europa meridionale si registra una media di 46 giorni l’anno con intrusioni di polvere sahariana, durante i quali le concentrazioni raggiungono in media 9,68 microgrammi per metro cubo. Su base annua, questo valore rappresenta il 31% della soglia stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per il PM10 (15 microgrammi per metro cubo) e il 25,8% di quella per il PM2.5 (5 microgrammi per metro cubo).
Tra i Paesi più colpiti figurano quelli che si affacciano sul Mediterraneo, da Spagna e Portogallo, passando per l’Italia, fino alla Grecia; alti livelli di polvere sono stati rilevati anche in Francia occidentale. “La ragione è legata alla traiettoria delle masse d’aria provenienti dal Sahara” ha precisato Imad El Haddad, coautore dello studio e ricercatore presso il Centro per le Scienze Energetiche e Ambientali del PSI. “Queste masse cariche di polvere si dirigono spesso verso l’Atlantico, per poi virare nuovamente verso nord, in direzione dell'Europa occidentale”.