Elisa, volto di Ambasciata Topina: “La vita di un topo vale come quella di un figlio”
Il termine specismo è comparso per la prima volta attorno al 1970. Lo ha usato lo psicologo britannico Richard Ryder, prima in uno scritto privato e poi pubblicamente. In breve, questa parola identifica un punto di vista chiaro, quello più diffuso: la vita degli esseri viventi ha un valore diverso in base alla specie a cui appartengono. Come se fosse una piramide: in cima c’è la vita dei sapiens, sotto quella degli animali da compagnia, sotto ancora quelli degli animali per ottenere cibo o materie prime. Richard Ryder ha utilizzato questo termine in chiave critica: si è sempre occupato di difesa degli animali e ha messo le basi per il pensiero antispecista. È un tema che ritorna a ondate nel dibattito pubblico e che recentemente si è un po’ allargato per il caso che si è creato attorno a una piccola pagina social: l’Ambasciata Topina.
Circa 20.000 follower su Instagram, 130.000 like su TikTok, l’Ambasciata Topina è un progetto che si basa sull’accoglienza di esemplari di topi provenienti da altre industrie. Molti vengono dai laboratori di sperimentazione animale, si tratta di animali che sono sopravvissuti ai cicli di esperimenti e che non sono più ritenuti utili per la ricerca. Altri dagli allevamenti che producono pasti per serpenti. Negli ultimi giorni la storia di Ambasciata Topina è arrivata in altri luoghi. È stata citata, in chiave critica, nel podcast Non hanno un amico di Luca Bizzarri per poi diventare spunto di dibattito anche alla Zanzara di Giuseppe Cruciani. Abbiamo parlato con Elisa Digi, volto di Ambasciata Topina per capire cosa c’è dietro il progetto.
Iniziamo da te. Di cosa ti occupi oltre ai topi?
Mi chiamo Elisa Digi, vivo a Bologna e da 25 anni faccio la pedagogista. Ho lavorato per enti pubblici e privati, ma da molto tempo gestisco un mio piccolo centro di formazione. Ambasciata Topina nasce nel 2023, all'interno del ramo del mio lavoro che si occupa di educazione ai diritti degli animali. Ho deciso di dedicarmi in particolar modo ad animali che vengono per lo più ignorati e bistrattati: i topi.
Come mai hai scelto proprio questi animali?
È stata una scelta legata anche ad aspetti pratici. Avrei avuto il desiderio di aprire un rifugio, ma non possiedo un posto in campagna dove poter accogliere mucche o suini. In città, invece, ho il mio centro di formazione, uno spazio in cui potevo ospitare animali di piccole dimensioni. Da lì è nato tutto.
Da dove arrivano i topi che accogli?
Arrivano da provenienze diverse. Per molto tempo ho accolto topi provenienti dai centri di sperimentazione, tramite un'associazione autorizzata che li recupera dai laboratori. Altri, invece, arrivano da associazioni che ce li portano dopo averli salvati da destini diversi, ad esempio quelli che dovevano diventare "pasto vivo" per rettili.
Come accade che dei topi destinati a diventare pasto per rettili finiscano da te?
Spesso si tratta di animali provenienti da allevamenti abusivi che subiscono un sequestro. Un'associazione se ne prende carico e li tiene in stallo, ma si tratta di una sistemazione provvisoria, serve poi un posto dove poterli collocare definitivamente. C'è anche da dire che, per fortuna, sempre meno negozi sono disposti a vendere topi vivi per i rettili, perché oggi si rischia che si prefiguri il reato di maltrattamento animale.
Il vostro motto è "Ogni vita vale". Cosa significa essere antispecisti?
L'antispecismo lo si comprende molto facilmente confrontandolo con l'antropocentrismo. Nella visione antropocentrica, l'essere umano si percepisce superiore, non solo in cima alla catena alimentare, ma con il diritto di poter disporre degli altri esseri viventi. Nell'antispecismo non c'è un'ottica ribaltata (non è l'uomo a essere inferiore), ma ci si riconosce alla pari rispetto agli altri animali, e in particolare agli esseri senzienti. Di conseguenza, nascono una serie di scelte molto concrete legate al rispetto per la vita altrui.
Nella nostra società facciamo delle nette distinzioni: ci sono animali da compagnia, da macello, da laboratorio. Come ti spieghi questa divisione?
Nell'antispecismo gli animali sono ritenuti individui, quindi soggetti. Il problema di fondo è che noi classifichiamo gli animali in base all'uso: animale da compagnia, da lavoro, da laboratorio. In quel "da" si gioca la sorte di questi esseri viventi. Non diremmo mai "un uomo da qualcosa", perché significherebbe che quell'individuo esiste solo in funzione di uno scopo esterno. Nel nostro percepire gli animali in funzione nostra, li rendiamo inferiori, li riconosciamo come oggetti anziché come esseri con un fine proprio.
Questa percezione cambia molto anche a seconda delle culture, giusto?
Assolutamente. Entrano in gioco dinamiche di potere, aspetti religiosi e sanitari che variano da cultura a cultura. L'esempio del topo è palese: in tutto l'Occidente abbiamo retaggi che lo collegano alle malattie (un dato di fatto, ma le malattie le portano tutti gli animali, esseri umani compresi). In India, al contrario, i topi hanno un tempio dedicato e sono assolutamente rispettati.
Di recente hai suscitato reazioni contrastanti dichiarando: "La vita dei miei topi vale come quella dei miei figli".
Vorrei chiarire che quando dico che un topo per me vale come mio figlio, non intendo un valore riferito all'affetto. Sul piano affettivo, ovviamente, nessun altro essere umano o animale vale quanto i miei figli. Ma se mi distacco dal fatto che sono "miei", e li guardo oggettivamente come esseri viventi, ecco che riconosco in loro lo stesso diritto alla vita che ha un topo. Il valore intrinseco dell'individuo in sé va scollegato dal discorso puramente affettivo.
Queste tue posizioni ti hanno portata a confrontarti con contesti radiofonici piuttosto accesi, come "La Zanzara" di Giuseppe Cruciani. Come hai vissuto quell'esperienza?
È stato tutto inaspettato. La mattina era uscito un podcast di Luca Bizzarri abbastanza svalutante nei confronti di Ambasciata Topina. Verso le sei di sera ho ricevuto una chiamata direttamente da Cruciani, senza preavviso. In un nanosecondo ho valutato le opzioni: mettere giù il telefono, oppure restare in linea e sostenere le mie posizioni. Ho scelto la seconda.
Che conseguenze ha avuto questa improvvisa esposizione mediatica? Hai ricevuto commenti critici?
Paradossalmente è successo il contrario. In passato ero già stata su Radio 1, Rete 4 e Vanity Fair, ma finire a "La Zanzara" mi ha dato una visibilità nettamente maggiore e, incredibilmente, molto positiva. Non mi aspettavo che, partendo da una provocazione o da un attacco, tantissime persone mi avrebbero contattata per sostenermi e per iniziare a seguire il progetto.
Quanti topi ospiti attualmente e come gestisci gli spazi? Immagino non vivano in casa con te.
In questo momento ne ho 52. In tre anni ne abbiamo recuperati 160, ma purtroppo i topi hanno un'aspettativa di vita molto breve e molti arrivano dai laboratori già malconci. Non li tengo in casa: ho rinunciato a gran parte del mio spazio di lavoro. Inizialmente avevo un grande studio per i miei corsi e le mie consulenze; man mano che i topi aumentavano, ho ridotto l'area dedicata al lavoro e all'interno dei miei 80 metri quadrati ho creato una zona recintata tutta per loro.
Le persone possono venire a trovarli?
Le persone, se vogliono, possono venire e sbirciare i recinti, ma qui i topi non sono animali da compagnia, perciò non vengono accarezzati o presi in braccio. Se ne stanno nei loro spazi a farsi i fatti propri. Qui i topi non sono in funzione delle persone, casomai è il contrario: sono le persone a dover imparare a stare dalla loro parte.
Nei video si vede che ogni topo ha un nome.
Intanto c'è un bisogno pratico: si assomigliano molto e, dovendo somministrare delle cure mediche, devo poterli identificare per non sbagliare. Ma c'è soprattutto un aspetto pedagogico: non si dà un nome alla caffettiera o alla lavatrice, lo si dà agli individui. Dare loro un nome significa riconoscerli intrinsecamente come soggetti.
Come vedi il futuro del progetto? Pensi di allargare il team a dei volontari?
Tante persone mi hanno offerto la loro disponibilità, e ho una lista di persone vicine all'Ambasciata. Tuttavia, poiché il progetto convive fisicamente con il mio studio professionale, dove gestisco dati sensibili dei miei clienti, non posso delegare o far entrare e uscire liberamente chiunque. Per cui continuerò a gestirlo io. L'evoluzione del progetto seguirà i binari attuali: da un lato l'accoglienza, dall'altro la sensibilizzazione per dare sempre più voce a questi animali.
Il resto della tua famiglia come vive l’Ambasciata Topina? Siete tutti vegani?
Paradossalmente né mio marito né i miei figli sono vegani. Io stessa lo sono diventata molto tempo dopo essermi sposata, dopo vent'anni di matrimonio. Per me è stata un'evoluzione personale e credo debba esserlo anche per gli altri: non credo nelle forzature, ma nella libera scelta. La mia famiglia mi rispetta, così come le persone che ho intorno. Poco alla volta, senza che io imponessi nulla, molti si sono incuriositi e hanno iniziato a interessarsi sinceramente al mondo dei topi. Se non forzi le cose, le persone arrivano a fare le loro riflessioni con i propri tempi.