25 Luglio 2022
17:37

Caso di febbre emorragica della Crimea-Congo in Spagna: quali sono i sintomi e come si trasmette

La febbre emorragica della Crimea-Congo è una zoonosi presente anche in alcuni Paesi europei. Cosa sappiamo su trasmissione, sintomi e cura dell’infezione.
A cura di Andrea Centini
La zecca responsabile della trasmissione. Credit: Wikipedia
La zecca responsabile della trasmissione. Credit: Wikipedia

Un caso di febbre emorragica della Crimea-Congo (CCHF) è stato recentemente diagnosticato in Spagna, uno dei pochi Paesi europei in cui è nota la (sporadica) presenza di questa malattia potenzialmente letale. Ad oggi sono circa trenta le nazioni in Africa, Asia ed Europa in cui è stata rilevata. Per quanto concerne l'Europa, oltre alla Spagna sono stati registrati casi in Turchia, Bulgaria, Ucraina, Russia, Grecia, Georgia, Albania e Kosovo. La malattia è una zoonosi, cioè trasmessa dagli animali. Il contagio deriva principalmente dal morso di zecche infettate dal patogeno responsabile, il virus CCHFV appartenente alla famiglia Nairoviridae e al genere degli Orthonairovirus (ordine Bunyavirales), come specificato da Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC). La febbre emorragica della Crimea-Congo (CCHF) è letale nel 30 percento dei pazienti ricoverati in ospedale, con un tasso di mortalità che in base ai focolai si attesta tra il 10 e il 40 percento, indica l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Ecco cosa sappiamo su questa patologia.

Cos'è la febbre emorragica della Crimea-Congo

La febbre emorragica della Crimea-Congo è una patologia provocata dal virus CCHFV, caratterizzato da un virione sferico con un diametro di 80-100 nanometri. Il nome è legato al fatto che la malattia fu identificata per la prima volta in Crimea nel 1944 (all'epoca fu chiamata febbre emorragica della Crimea), mentre il virus responsabile fu isolato solo nel 1956 in Congo. Da allora la patologia ha preso la denominazione definitiva. Fa parte delle febbri emorragiche virali caratterizzate da sanguinamento, come l'Ebola e il virus Marburg. Come specificato è potenzialmente fatale, ma nella maggior parte dei pazienti determina un'infezione lieve o asintomatica. L'ECDC stima dalle 10 alle 15mila infezioni annue, delle quali circa 500 fatali.

Come si trasmette la febbre emorragica della Crimea-Congo

Il virus responsabile della malattia circola naturalmente nelle zecche e in diversi animali ospiti, soprattutto bestiame come capre, pecore e bovini, ma anche negli struzzi. Diverse specie di zecche possono essere portatrici del virus CCHFV, tuttavia le principali responsabili della febbre emorragica della Crimea-Congo sono quelle del genere Hyalomma. Le specie maggiormente coinvolte sono H. marginatum, H. anatolicum, H. rufipes e H. asiaticum. In Europa il vettore principale è la zecca Hyalomma marginatum. Il contagio può avvenire attraverso il morso di una zecca infetta portatrice del virus, ma ci si può infettare anche attraverso il contatto con tessuti e fluidi corporei degli animali e dei pazienti positivi (viremici). Macellai, cacciatori, allevatori, agricoltori, veterinari e altre figure professionali a stretto contatto con gli animali sono le categorie più a rischio di infezione. Sono noti anche casi di trasmissione intraospedaliera a causa dell'utilizzo di aghi e altri dispositivi medici non correttamente sterilizzati. Gli ECDC segnalano casi di infezione anche “dopo aver bevuto latte non pastorizzato o dopo aver consumato carne cruda di bestiame appena macellato”, aggiungendo che “il CCHFV è solitamente inattivato nella carne a causa dell'acidificazione post-macellazione”.

Quali sono i sintomi della febbre emorragica della Crimea-Congo

Il periodo di incubazione della febbre emorragica della Crimea-Congo, ovvero la finestra temporale che intercorre tra l'esposizione al patogeno e la comparsa dei primi sintomi, è variabile ed è legata a come si è contratto il virus. L'OMS spiega che il periodo di incubazione è di solito da uno a tre giorni dopo la puntura di una zecca infetta, con un massimo di nove giorni. Per quanto concerne l'esposizione a sangue, tessuti e altri fluidi corporei contaminati esso è “solitamente di cinque-sei giorni, con un massimo documentato di tredici giorni”. I sintomi compaiono in modo brusco, improvviso: i più comuni sono febbre, mal di schiena, vertigini, dolori muscolari e agli occhi, rigidità e dolore al collo, mal di testa e sensibilità alla luce (fotofobia). Nella prima fase dell'infezione, spiega l'OMS, possono manifestarsi anche “nausea, vomito, diarrea, dolore addominale e mal di gola”, seguiti da “bruschi sbalzi d'umore e confusione”. L'agitazione può essere sostituita da “sonnolenza, depressione e stanchezza” dopo 2-4 giorni. Il dolore all'addome può concentrarsi a livello del fegato, che può ingrossarsi (epatomegalia). Tra gli altri sintomi l'OMS segnala anche il battito cardiaco accelerato (tachicardia), l'ingrossamento dei linfonodi (linfoadenopatia) e un rash cutaneo composto da petecchie, ovvero macchie causate da sanguinamento nella pelle. Possibile anche il sanguinamento dagli occhi e la formazione di ecchimosi. Nei pazienti colpiti dalla forma più grave possono scatenarsi gravi emorragie, epatite, insufficienza multiorgano (epatica, respiratoria) con rapido decorso fatale. L'ECDC specifica che in più dell'80 percento dei casi la febbre emorragica della Crimea-Congo è lieve o asintomatica; tra i casi più severi che finiscono in ospedale il tasso di mortalità medio è del 30 percento.

Come si cura la febbre emorragica della Crimea-Congo

L'OMS specifica che al momento non esiste un vaccino per prevenire la malattia né un farmaco specifico per trattarla, ciò nonostante è riconosciuta l'efficacia di un antivirale ad ampio spettro, la ribavirina, che può essere somministrata “subito dopo l'insorgenza dei sintomi per prevenire infezioni gravi o come profilassi post-esposizione”, scrivono gli ECDC. Promettente anche l'antivirale Favipiravir (dimostratosi efficace in est preclinici). In alcuni Paesi vengono somministrate le immunoglobuline umane di pazienti contagiati e convalescenti, il famoso “plasma iperimmune” di cui si è tanto discusso anche durante la pandemia di COVID-19. Per il resto il trattamento del paziente viremico “consiste nel monitorare l'equilibrio di liquidi ed elettroliti e le funzioni degli organi”, compreso il sistema di coagulazione. Normalmente nelle persone che sopravvivono all'infezione si verifica un miglioramento a 9 – 10 giorni dall'infezione, mentre tra chi perde la vita il peggioramento repentino arriva solitamente attorno al quinto giorno.

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