Artemis III, l’astronauta Luca Parmitano a Fanpage.it: “Non penso agli imprevisti. Luna o Marte? Perché scegliere!”

Lo scorso 9 giugno la NASA ha annunciato i nomi dei quattro uomini dell'equipaggio della missione Artemis III, tra i quali figura l'astronauta italiano dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA) Luca Parmitano in veste di pilota. Il colonnello dell'Aeronautica Militare, alla sua terza esperienza nello spazio, sarà infatti ai comandi della navetta Orion, assieme al comandante Randy Bresnik e agli specialisti di missione Andre Douglas e Frank Rubio. La missione – prevista per il 2027 – non è ancora pienamente definita e, com'è noto, è stata stravolta rispetto agli intenti iniziali dell'agenzia aerospaziale statunitense.
Artemis III avrebbe dovuto sancire il ritorno dell'essere umano sulla Luna (con contestuale allunaggio della prima donna) dai tempi dell'Apollo 17, quando il compianto astronauta Eugene “Gene” Cernan chiuse il portellone dietro di sé nel dicembre 1972 e salutò il satellite naturale. Tuttavia, alla luce dei ritardi e della necessità di testare i nuovi veicoli spaziali per l'allunaggio – i lander Blue Moon di Blue Origin e Starship HLS di SpaceX – le manovre di attracco, l'approccio e altro ancora, si è deciso di dedicare Artemis III a queste operazioni, mentre l'allunaggio vero e proprio sarà compiuto con Artemis IV, presumibilmente nel 2028.
In questo periodo Luca Parmitano si trova a Houston, in Texas (Stati Uniti), dove si sta addestrando presso il Johnson Space Center della NASA in vista dell'importantissima missione che lo attende. L'astronauta di Paternò (Sicilia) si è detto onorato e commosso per il compito che gli è stato assegnato, cogliendo l'occasione per ringraziare l'Italia, l'Aeronautica Militare, l'Agenzia Spaziale Italiana (ASI), l'Agenzia Spaziale Europea e la NASA che gli hanno permesso di arrivare dove è oggi. Tramite l'ESA, che contribuisce significativamente alla missione anche grazie al Modulo di Servizio Europeo installato sulla navetta Orion, Fanpage.it ha avuto l'opportunità di intervistare il pilota di Artemis III. Ecco cosa ci ha raccontato Parmitano, che è stato anche il primo comandante italiano della Stazione Spaziale Internazionale (ISS).

Colonnello Parmitano, in quanto pilota della navetta Orion per la missione Artemis III avrà a che fare con tre nuovi veicoli spaziali, gestendo anche manualmente le manovre di attracco con due lander differenti. In questo contesto di novità, c'è qualcosa che la “spaventa” o preoccupa? Torna in mente l'incidente che ebbe con il casco durante la seconda passeggiata spaziale.
In realtà non spendo un pensiero su quello che non è ancora successo e che potrebbe accadere, anche perché c'è un esercito di persone che si sta preoccupando di creare in simulazione il maggior numero possibile di potenziali problemi, per addestrarci a risolverli come equipaggio. Quindi il mio lavoro è quello di apprendere al meglio i sistemi dell'astronave, le sue capacità e le mie capacità in quanto parte dell'equipaggio. Poi, come sempre, nel mondo delle operazioni noi siamo sempre pronti al piano A, abbiamo come sempre un piano B e sappiamo che eseguiremo il piano C, quello per il quale non ci siamo preparati. Perché è sempre così, è qualcosa che si apprende da giovanissimi anche nel mondo del volo. Quindi non perdo il sonno a preoccuparmi di quello che non che posso prevedere.
Pensa che questa possa essere la sua ultima missione nello spazio? Oppure ritiene che il sogno di calpestare la regolite lunare possa realizzarsi?
Guardi, non conosco la sua età, io ho 50 anni, quindi direi che è ancora un po' presto per pensare alla pensione. Sono, direi, nel pieno delle mie capacità come operatore e come astronauta. Al momento ho una una missione molto importante sulla quale focalizzarmi, dopodiché io ho sempre detto che eseguo quello che mi viene chiesto di fare: non è una questione di individuo, ma di contributo. Dopo questa missione sarò ancora in grado di contribuire? Ci sarà ancora bisogno di Luca Parmitano per una nuova missione? Io sarò sicuramente pronto e ben contento di contribuire. Allo stesso tempo, so che ci saranno nuovi astronauti che intraprenderanno questa carriera e che acquisiranno, spero, esperienza. È così che si crea continuità. Ma per quanto mi riguarda, spero di avere ancora 15 anni di esperienze e di potenziale contributo da dare all'Agenzia Spaziale Europea, all'Italia e al programma. Come si dice qui in America, 50 è il nuovo 30 (sorride).

Assolutamente d'accordo. Dopo la chiusura del programma Apollo c'è stato un periodo di stasi nell'esplorazione spaziale e ora ci troviamo in una rinnovata corsa allo spazio, evidentemente legata a questioni geopolitiche tra Cina e Stati Uniti. Stiamo facendo passi in avanti significativi da entrambe le parti. A tal proposito le chiedo, se lei dovesse immaginare una conferenza stampa dell'ESA fra 100 anni esatti, nel 2126, di cosa staremmo parlando?
Le rispondo con la più grande onestà. Spero di non riuscire a immaginarlo, perché se riuscissi oggi a immaginarlo, avremmo fallito come immaginazione e come capacità di immaginazione. Cento anni fa, nel 1920, si utilizzavano ancora i cavalli, i carretti. Il motore a vapore era una tecnologia utilizzata nei treni. Si iniziavano a vedere le prime auto col motore a scoppio che avevano la forma delle carrozze, ma senza gli animali davanti. Oggi siamo cento anni dopo e credo – e spero – che all'epoca nessuno riuscisse a immaginare un mondo in cui ci si preparava a tornare sulla Luna, dopo aver operato per 25 anni consecutivi nell'orbita bassa terrestre. E allo stesso modo, io spero che noi oggi non siamo davvero in grado di immaginare il mondo fra 100 anni.
Posso dire da astronauta, ma anche da terrestre, che alla conferenza stampa dell'ESA mi piacerebbe si parlasse del fatto che, grazie all'osservazione della Terra, siamo riusciti a evitare grandi sconvolgimenti climatici, a ridurre il numero di siti inquinanti, a riprendere buona parte del territorio forestale del mondo e a rimettere un po' in sesto le grandi problematiche ambientali che oggi ci troviamo in eredità.
Sarebbe davvero una bella cosa. L'abbiamo seguita con molto interesse durante l'ultima missione – Beyond – e ricordiamo che le piaceva molto scattare fotografie. In questa occasione avrà a disposizione una fotocamera per dedicarsi a questa attività? Oppure, essendo il pilota della Orion, non avrà la stessa opportunità?
Certamente avremo delle macchine ad altissima sensibilità a bordo della Orion e inizieremo da subito a utilizzarle. Sono macchine fotografiche di ultima generazione, fondamentalmente un'evoluzione di quelle che avevo a bordo l'ultima volta. Dipenderà chiaramente dalla tipologia di missione che andremo ad affrontare, perché la stiamo ancora disegnando, ma sicuramente la fotografia, l'osservazione, è una parte dell'aspetto scientifico della missione. Che sia in orbita intorno alla Luna o che sia in orbita intorno alla Terra, sicuramente le macchine fotografiche avranno un ruolo di documentazione importante e indispensabile.
Non vediamo l'ora di ammirare i suoi nuovi scatti. Le chiediamo una curiosità: dopo essere tornato a casa dallo spazio, dopo quanto tempo inizia a sentire di nuovo il “richiamo”, il desiderio di ripartire?
Dal momento in cui si apre il portello.

Se le chiedessero di decidere fra una missione di sei mesi sulla Luna oppure un viaggio verso Marte – chiaramente se ve ne fosse l'opportunità, dato che si rimanda sempre e ci sono tanti problemi logistici, legati alla salute degli astronauti etc etc che lei conosce bene – quale sceglierebbe?
La risposta sarebbe: perché scegliere? La mia professione, il mio lavoro, è fare l'astronauta. Quando sono entrato in ESA la prospettiva era di fare – possibilmente – un volo in lunga durata sulla Stazione Spazio Internazionale, prima di entrare potenzialmente in un ruolo manageriale. Oggi sono passati 15 anni dal mio ingresso in ESA, sono in partenza per una missione che 15 anni fa non era neanche sulla carta, dopo aver fatto due missioni di lunga durata, 366 giorni in orbita e attività extraveicolari. Se 15 anni fa mi avessero chiesto se avessi preferito fare una missione di lunga durata sulla Stazione Spaziale Internazionale o una di lunga durata verso la Luna, avrei risposto allo stesso modo: perché scegliere?
L'astronauta lo faccio di lavoro, quindi per adesso ho davanti una missione che mi porterà sulla Luna e in futuro, potenzialmente, missioni che mi porteranno sulla superficie lunare. Fra 15 anni potrei essere un astronauta con l'esperienza e l'età necessaria per fare un volo intorno a Marte, rientrare e passare poi l'esperienza ai colleghi. Proprio per quello che diceva lei, la tecnologia odierna non ci permetterebbe di stare così a lungo al di fuori del campo magnetico terrestre, quindi dalla protezione delle radiazioni. Se l'ultima missione fosse un viaggio verso Marte, la mia risposta sarebbe comunque questa: “Sono pronto, quando partiamo?”.
Lei ritiene che si possa riuscire, magari entro il il 2050, a raggiungere questo traguardo del “Pianeta Rosso”? A risolvere tutti i problemi di cui si parla negli studi?
Non ho la sfera di cristallo, ma anche se l'avessi tenderei a dire questo: come specie siamo abbastanza ingegnosa, abbiamo la capacità di fronte a un problema ingegneristico e di trovare poi la soluzione, quando serve. Sta tutto nella volontà di farlo: è una volontà che deve essere della popolazione, che deve passare dalla votazione di chi ha la leadership dei nostri Paesi e da chi ha la capacità di fare una scelta – che è sia politica che economica – di investire in un progetto di lunga durata come l'esplorazione marziana. Detto questo, se ci fossero le condizioni, saremmo sicuramente in grado di risolvere i problemi – che sono puramente ingegneristici – per creare un'astronave che ci permetta di andare su Marte e di atterrarci. Tra l'altro, credo che aziende private come SpaceX ci stiano lavorando indipendentemente dalla volontà politica delle agenzie internazionali.
Grazie per il tempo che ci ha dedicato, la gentilezza e la disponibilità, colonnello. E in bocca al lupo per la sua prossima missione.
Viva il lupo