Si chiama Maria Mirabela, ha sette anni, capelli scuri e pesanti avvolti in grosse trecce e lo sguardo serio. Lei è una di quella bambine che appaiono ai semafori stendendo la manina scura per chiedere i soldi per il latte, per un panino o per una caramella. È una di quei bambini di cui ci dimentichiamo l'esistenza un attimo dopo averli visti, una di quelli che dribbliamo come picchetti della corsa a ostacoli, senza neanche alzare lo sguardo, una di quelli che fingiamo non esistano e invece esistono e restano lì, in balia della strada, del traffico, del mondo degli adulti che ha affibbiato loro una parte che non gli appartiene. Mendicare all'angolo di una strada non c'entra niente con l'infanzia e, infatti, Maria Mirabela, detta ‘Mona Lisa', è attenzionata dagli assistenti sociali. La più grande paura dei genitori di Maria, George e Ileana Rafaila, due giovani di 33 e 31 anni, di etnia rom, è proprio che un giorno i Servizi sociali gliela portino via. Ma è infondata, perché un giorno arriverà qualcuno che, in barba ai genitori e agli assistenti sociali, si porterà via Maria. Per sempre.

L'angolo di strada

È il 13 novembre del 1999, l'incrocio è quello tra la provinciale 98 e la strada che porta da Bitonto (Bari) a Palo del Colle, sono le 12 e Maria è lì insieme a due sorelline. Non c'è il papà, non c'è la mamma, non ci sono adulti e a un certo punto non ci sono nemmeno le sorelline, che vanno via insieme per fare pipì. Quando tornano ‘Mona Lisa' non c'è e viene subito sporta denuncia di scomparsa. Viene sporta denuncia, ma è il 1999 e sul mondo rom grava la cappa asfittica del pregiudizio sul commercio di bambini. I primi sospetti, infatti, cadono sui genitori di Maria, mamma Ileana e papà George, che sono presto messi sotto intercettazione. Ad ascoltare i loro discorsi, considerazioni e sfoghi, per conto della Procura, c'è un'interprete che traduce in italiano tutto quello  che dicono nella loro lingua madre. E non è facile, perché i Rafaila si esprimono in una lingua che in parte è rumeno in parte è un dialetto rom.

‘Lost in traslation'

A coadiuvare il lavoro della traduttrice, viene chiamata allora una figura particolare. Dalla questura del nord arriva Anna (nome di fantasia), poliziotta di origini rom che darà un contributo sia all'interpretazione letterale dei discorsi degli intercettati, sia all'interpretazione del caso, mentre sulla scena della scomparsa i poliziotti fanno fiutare le tracce della bambina a cani addestrati. Gli indizi sono pochi e la pressione tanta, perché la la storia è di quelle che feriscono la sensibilità dell'opinione e pubblica e allettano la fame di dettagli dei media. Così, il 17 dicembre 1999, arriva la svolta con l'arresto di due soggetti accusati di aver dato Mirabela per riscattare un debito non pagato. Queste persone sono i suoi genitori. A inchiodarlo sarebbero stare le conversazioni intercettate, dove appariva anche un sedicente zio, rivelatosi, invece, una spacie di capo della comunità, nonché la consegna, da parte del papà della bambina, di una delle due scarpine che indossava quel giorno e che, guarda caso, mai era stata ritrovata nelle accurate perlustrazioni della zona e che oggi appariva fresca e pulita su un terreno battuto dalle intemperie.

Mamma e papà

Mamma e papà restano in carcere fino al 23 marzo, quando si decide di rimetterli in libertà per l'infondatezza delle accuse mosse contro di loro. La traduttrice e la poliziotta hanno equivocato quanto ascoltato, immaginando trame che non esistono e accusando senza prove. Di tutto il lavoro svolto dalle due consulenti, che hanno lavorato notte e giorno e per questo sono sfinite, provate, niente si salva. Le due vengono accusate di calunnia e, intanto, allontanate dalle indagini. Si torna al punto di partenza, senza una pista e stavolta con l'ombra di un errore giudiziario sul caso. Quando la situazione sembra non potersi complicare di qui, riappare Maria Mirabela.

Il materasso

Dentro una rete piegata, all'interno della quale c'è un materasso avvolto e coperto con della gommapiuma. Lì, seminascosta c'è la piccola Maria. La bimba è morta, verosimilmente, il giorno della sua scomparsa, ma il particolare più angosciante di quel ritrovamento, oltre al fatto che avviene a 100 metri da dove la bimba era scomparsa, è che il corpicino è mummificato. Proprio così, mummificato, ed è impossibile dire come sia morta o se abbia subito violenza sessuale. Una cosa è certa, solo quella: Maria è vestita come il giorno in cui è scomparsa. È il 1999 e nonostante i vent'anni di rapimenti precedenti abbiano educato tutti a immaginare sequestri in oscure segrete, Maria non è stata rapita proprio da nessuno, è stata uccisa e il suo corpo occultato.

Il maniaco

Nello sconcerto generale, soprattutto per il fatto che, come avvenuto per la scarpina, anche la rete si trovava in un luogo meticolosamente perlustrato, si ricomincia. Stavolta a squarciare il buio è il lavoro di uno zelante poliziotto, ma non della giudiziaria, della municipale. Un vigile. Proprio lui, che aveva preso a sorvegliare il luogo del ritrovamento in attesa che l'orco si rifacesse vivo per rivivere quel crimine, ha trovato qualcosa. Ha trovato un depravato, effettivamente, che compie atti osceni in luogo pubblico, che si masturba sul luogo dove è stato trovato il corpo di una bambina. Quest'uomo ha tutte le caratteristiche del killer che cercano, è single, ha vissuto a lungo da solo con la madre, svolge una professione medica, è un solitario.

Una pista sfumata

Neanche se l'avessero disegnato apposta, avrebbero tratteggiato un profilo così preciso. Purtroppo, però, teoria e pratica, astrazioni e realtà, non vanno viaggiano proprio parallele. Un blitz a casa del soggetto, fallito in un primo momento quando gli inquirenti si sono imbattuti in una casa semivuota e pulita,  sembra riaccendere le speranze quando accedono al locale attiguo, la sua vera casa, e vi trovano di tutto, compresi secchi pieni di urina al centro nel soggiorno, in cucina, in camera da letto, ma niente che lo qualifichi come un potenziale sospetto.

L'epilogo

Nel 2007 l'inchiesta viene archiviata. I genitori di Mirabela si sono confrontati con l'accusa di abbandono di minore, per averla lasciata solo in strada, tutti gli altri soggetti, compreso lo ‘zio' sono usciti di scena. Per quattro mesi Maria Mirabela è stata sulla bocca di magistrati e giornalisti, viva, presente. Reale. Esaurite le piste e le suggestioni, messi da parte i complotti, i rapimenti, e i sacrifici di bambini, è tornata a essere ombra, proprio come quando per strada allungava la manina.