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Opinioni

Quanto conteranno i partiti “non ostili” a Putin nel prossimo parlamento europeo

Nonostante l’invasione dell’Ucraina e le dichiarazioni di facciata, nel prossimo Parlamento Europeo quasi due posti su dieci saranno occupati da partiti non ostili al regime di Mosca, o che addirittura lo sostengono apertamente. La conta, sondaggi alla mano.
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È come se fosse una forza politica che pesa quasi il 20% dei consensi e che il prossimo giugno, alle elezioni europee, eleggerà, stando ai sondaggi, quasi due parlamentari europei su dieci. Più dei liberali e dei verdi. E sebbene sulla scheda elettorale non troverete nessun simbolo riferibile a un fantomatico Partito Putiniano Europeo, questo non vuol dire che non ci saranno forze politiche che potrebbero convergere nell’essere recalcitranti a sostenere militarmente l’Ucraina contro l’invasione russa. O che proveranno, magari con la complicità di Donald Trump, se mai tornerà a essere il presidente degli Stati Uniti d’America, a cercare un accordo col Cremlino. In una legislatura in cui le scelte di politica estera saranno cruciali per il destino del Vecchio Continente, e non solo, non è un dettaglio da poco.

Prima dei numeri, una doverosa premessa: quello pro-Putiniano è uno schieramento trasversale alle famiglie politiche che tuttavia trova nelle due famiglie di destra – e in particolare nella famiglia di Identità e Democrazia, quella di cui fa parte la Lega di Matteo Salvini – il suo alveo primario. E che fa proseliti in ogni angolo del continente, da nord a sud, da est a ovest. Altro dettaglio non da poco: salvo alcuni rari casi – la Lega su tutti – si tratta di forze in ascesa, o con un consenso alto e stabile. In altre parole, di un mondo di cui si può presumere la crescita, negli anni a venire. E magari pure una presenza maggiore nelle maggioranze di governo nei ventisette Paesi che compongono l’Unione Europea.

Partiamo dall’Italia e dalla Lega, ovviamente, che stando alle ultime rilevazioni dovrebbe eleggere 7 eurodeputati, molti meno degli attuali 28. Sebbene dopo l’invasione totale russa dell’Ucraina, Salvini ha cercato di smorzare i suoi toni in favore del Cremlino, e abbia sempre votato in favore delle sanzioni a Mosca e dell’invio di armi in Ucraina, il segretario leghista ha anche recentemente rilasciato alla stampa dichiarazioni quantomeno ambigue sulla morte del prigioniero politico russo Alexei Navalny – “decideranno i giudici e i medici” se è stato assassinato – e sulle recenti elezioni politiche russe, in cui Putin ha preso l’87% in un clima intimidatorio – “quando il popolo vota ha sempre ragione”.  Ulteriore dettaglio:  nonostante Salvini dica che quell’accordo non ha più alcun valore, la Lega risulta essere ancora oggi uno dei due partiti europei che ha un accordo di cooperazione strategica con il partito di Putin Russia Unita, accordo che si è rinnovato tacitamente il 6 marzo del 2022, quando già i carri armati russi marciavano su Kiev.

L’altro partito con cui Russia Unita ha firmato un accordo di cooperazione è l’FPO, il partito delle libertà austriaco, che da Mosca avrebbe pure preso volentieri un sacco di soldi, come dimostrò lo scandalo Ibizagate che nel 2019 portò alle dimissioni il vicecancelliere Heinz Christian Strache, filmato mentre chiedeva soldi a una finta nipote di un oligarca russo e teorizzava una stretta sulla stampa sul modello ungherese di Viktor Orban. Nonostante quello scandalo, FPO è ancora oggi il primo partito austriaco e di europdeputati dovrebbe eleggerne 6. Siamo a 13.

La parte del leone delle forze non ostili a Mosca, tuttavia, non la faranno né la Lega né l’FPO, bensì il Rassemblement National di Marine Le Pen. Sebbene oggi anche Le Pen abbia più volte abiurato le sue simpatie verso il Cremlino, il Rassemblement National rimane la forza politica europea che prima di tutte ha cercato di costruire ponti con Putin, che si è sempre opposta alle sanzioni verso la Russia, che ha certificato la legittimità dell’annessione della Crimea e che ha sostenuto la necessità che la Francia uscisse dalla Nato. Non bastasse, meno di un anno fa, la commissione parlamentare sulle influenze straniere in Francia ha definito il Rassemblement National, come la “cinghia di trasmissione” della Russia a Parigi. Le Pen, alle elezioni di giugno, dovrebbe eleggere 28 deputati. Siamo a 41.

Consistente sarà anche la pattuglia di eurodeputati che dovrebbe eleggere Alternative fur Deutschland, il partito dell’estrema destra tedesca, che non ha mai fatto mistero del suo sostegno al regime di Vladimir Putin, che si è sempre opposta alle sanzioni a Mosca e all’invio di armi a Kiev e che, più recentemente, ha giudicato “insopportabili le accuse a Putin su Navalny”. AfD, salvo sorprese, dovrebbe eleggere 15 eurodeputati. Siamo a 56.

Andiamo più veloci, adesso. A italiani, austriaci, francesi e tedeschi aggiungiamo i 7 polacchi di Konfederacja, che nel Paese più russofobo d’Europa si distinguono per la critica al sostegno offerto da Varsavia alla resistenza ucraina. Siamo a 63. E a loro sommiamo pure gli olandesi del PVV di Geert Wilders, primo partito alle ultime elezioni dei Paesi Bassi, cui più volte le opposizioni hanno recentemente ricordato simpatie filo putiniane, anche se pregresse all’invasione totale dell’Ucraina. Wilders pare eleggerà 9 eurodeputati. Siamo a 72. Rimaniamo nel Benelux, e aggiungiamoci i 3 eurodeputati belgi di Vlaams Belang, secondo cui Putin voterebbe per loro, se risiedesse a Bruxelles. E tornando a est, pure i 2 che dovrebbe eleggere SPD in Repubblica Ceca e i cinque di Renaissance – nome francese, partito bulgaro e cuore a Mosca – che stando ai sondaggi vale 3 deputati. Siamo a 80.

Finora abbiamo contato soltanto forze appartenenti Identità e Democrazia, la famiglia politica europea di Le Pen e Salvini, di cui tutti i partiti sopracitati fanno parte. E di cui il partito portoghese Chega, grande sorpresa alle ultime elezioni politiche con il 18% dei consensi, costituisce l’unica eccezione. Ma non finisce qua.

A loro, infatti, bisogna aggiungere, ad esempio, il 12 eurodeputati che eleggerà Fidesz, il partito di Viktor Orban, prossimo a entrare in Ecr (Conservatori e riformisti europei), la famiglia politica di Giorgia Meloni. Stando ai sondaggi dovrebbero essere 12. Siamo a 92.  E sempre a casa Meloni ci sono i rumeni di Aur e di Sos, entrambi su posizioni filo putiniane, che assieme dovrebbero eleggere 10 eurodeputati. Siamo a 102. E ancora, c’è il neo presidente slovacco Robert Fico col suo partito SMER, di recente uscito dai socialisti e democratici europei, anch’esso su posizioni apertamente filo Putin. Coi suoi 5 eurodeputati arriviamo a 107.

E infine c’è il “liberale” ceco Andrej Babis, di casa nell’Alde di Macron (e Calenda, e Renzi) che in occasioni delle ultime presidenziali ceche si è detto contrario agli aiuti a Kiev e ha promesso che avrebbe fatto finire la guerra trattando con Putin. Coi suoi 7 eurodeputati, siamo a 114. Volessimo esagerare, potremmo aggiungere a questo conto i 16 eurodeputati che potrebbe eleggere il Movimento Cinque Stelle, che allo stato attuale non fa parte di alcuna famiglia politica, e che ha più volte sostenuto l’esigenza di interrompere il sostegno militare a Kiev, votando anche contro i nuovi pacchetti d’aiuti a gennaio 2024.

I conti sono presto fatti: a giugno il movimento trasversale dei "non ostili” al Cremlino potrà contare 130 eurodeputati, il 18,3% di tutto l'emiciclo di Bruxelles e Strasburgo. Non male, per quello che in teoria dovrebbe essere la nemesi delle democrazie del Vecchio Continente.

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Francesco Cancellato è direttore responsabile del giornale online Fanpage.it e membro del board of directors dell'European Journalism Centre. Dal dicembre 2014 al settembre 2019 è stato direttore del quotidiano online Linkiesta.it. È autore di “Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione” (UBE, 2016), “Né sfruttati né bamboccioni. Risolvere la questione generazionale per salvare l’Italia” (Egea, 2018) e “Il Muro.15 storie dalla fine della guerra fredda” (Egea, 2019). Il suo ultimo libro è "Nel continente nero, la destra alla conquista dell'Europa" (Rizzoli, 2024).
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