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Opinioni
Talebani a Kabul: le ultime news sull'Afghanistan
27 Agosto 2021
15:40

Perché l’attentato all’aeroporto di Kabul è la dichiarazione di guerra dell’Isis ai Talebani

Previsto dai servizi segreti americani, a Kabul è arrivato il massacro firmato Isis. Colpire la folla ammassata all’aeroporto dev’essere stato facile per un gruppo che da anni coltiva la clandestinità e il terrorismo, che ha piantato nel Paese radici profonde e si avvale dell’esperienza di combattenti che dai fronti siriano e iracheno sono stati trasferiti in Afghanistan.
A cura di Fulvio Scaglione
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Talebani a Kabul: le ultime news sull'Afghanistan

Previsto dai servizi segreti americani (noi ne avevamo scritto dieci giorni fa), a Kabul è puntualmente arrivato il massacro firmato Isis. Nello specifico, quel ramo dell’Isis che è attecchito in Afghanistan, nella regione di confine con il Pakistan, a partire dal 2014 e che si è dato il nome di Stato Islamico-Khorasan. Colpire con i kamikaze la folla ammassata nell’aeroporto della capitale dev’essere stato facile, per un gruppo che da tanti anni coltiva la clandestinità e il terrorismo, che ha piantato nel Paese radici profonde e che si avvale dell’esperienza di tanti combattenti che dai fronti siriano e iracheno sono stati man mano trasferiti in Afghanistan.

Prevedibile e facile da realizzare, dunque, questa strage. Non per questo, però, solo il prodotto della sete di sangue abbinata a una buona occasione. Ci sono, è ovvio, obiettivi limitati e contingenti, dettati dalla situazione. Le modalità confuse e frenetiche dell’evacuazione hanno permesso agli islamisti di uccidere tredici soldati americani con un unico colpo, cosa che allo SI-Khorasan non era mai riuscita prima. E le decine di vittime afghane (che la rivendicazione dell’attentato cataloga tutte nella sbrigativa, e comoda per i terroristi, categoria dei collaborazionisti) servono a ricordare ai talebani che il loro controllo dell’Afghanistan è relativo e il caos li attende a un passo. Lezione che rimbalza sui Paesi che per necessità o per calcolo volessero costruire una relazione con il nuovo-vecchio regime che si sta installando a Kabul.

Colpendo in maniera così rapida e spietata, però, lo SI-Khorasan rammenta a tutti che nell’universo dell’estremismo islamista è viva e feroce la battaglia tra due diverse visioni del mondo e della lotta contro la predominante influenza dell’Occidente. I talebani sono un movimento locale, la loro ambizione è il dominio sull’Afghanistan, null’altro. La liberazione dei musulmani del Sahel o la mobilitazione di quelli che vivono in Europa, per fare qualche esempio, è a loro indifferente, non rientra in un orizzonte totalitario ma geograficamente, culturalmente e politicamente limitato. Ed è prevedibile che questa tendenza si sia rafforzata presso la nuova leva dei talebani, che hanno visto rovesciarsi sui loro padri la forza militare occidentale proprio a causa delle pretese “internazionaliste” di Osama bin-Laden e dei suoi terroristi.

Non è un caso, tra l’altro, se le prime congratulazioni per la riconquista di Kabul sono state fatte ai talebani dai miliziani di Hayat Tahrir al-Sham, gli islamisti che controllano la provincia di Idlib, in Siria, e che dalle origini qaediste sempre più si spostano verso un movimento che vuole radicarsi in un territorio, con l’ambizione di rappresentarlo e governarlo. Come i talebani in Afghanistan, appunto.

La visione dell’Isis è opposta, come le sue infinite filiazioni europee, africane, asiatiche e mediorientali dimostrano. C’è la umma, la comunità globale dei fedeli dell’islam. E poi ci sono Dar al-islam e Dar al-harb, la terra dove vivono i musulmani e la terra occupata dagli infedeli. Compito del jihad è restituire all’islam ciò che è stato usurpato o è ancora conteso, senza distinzioni di luogo o di tempo. E infatti, quando è dilagato in Iraq e in Siria, nel 2014, l’Isis non si è posto il problema di governare l’Iraq o la Siria, o le parti di essi conquistate (circa il 30% dell’uno e dell’altra), ma ha fondato il Califfato, uno Stato nuovo che aveva l’ambizione di guidare la umma, e non questo o quel territorio. Badiamo bene alle parole. I talebani vogliono per sé un emirato, che storicamente è il territorio sottoposto dopo la conquista all’autorità di un capo militare. L’Isis, invece, pensò subito a dotarsi di un califfo e di un califfato, ovvero di un successore di Maometto e di un regno.

Queste due visioni del mondo (o dell’islam, che per i jihadisti coincidono) si combattono da anni e si combatteranno ancora a lungo, usando i trofei della guerra contro i “crociati”, cioè contro l’Occidente (sia quello reale, sia la versione parodistica che essi ne danno), come strumento di arruolamento e propaganda. E continueranno a farlo finché non interverremo sulle loro fonti di finanziamento, perché alla fin fine il terrorismo costa e senza un afflusso cosante di denaro non è possibile praticarlo.

I talebani hanno sponsor importanti (il Pakistan, per esempio) e i proventi del papavero da oppio, sotto forma di gestione diretta o di “tasse” estorte ai produttori. Hayat Tahrir al-Sham, nel Nord della Siria, attinge agli aiuti della Turchia. L’Isis, e le sue filiali come lo SI-Khorasan, rappresentano a perfezione l’ideale globalista del radicalismo islamico che l’Arabia Saudita, per decenni ha promosso costruendo e finanziando a suon di miliardi moschee, scuole coraniche e istituti culturali in ogni parte del mondo. La faccia “politica” della strategia militare con cui i movimenti terroristici sono stati scagliati contro gli infedeli di Dar al-harb (i sovietici in Afghanistan, per esempio), contro i regimi più o meno laici (Saddam Hussein in Iraq o Bashar al-Assad in Siria) dominanti in certi Paesi o contro gli apostati di ogni genere (per esempio, gli sciiti iracheni del post-Saddam). Contro tutti gli ostacoli, insomma, che si frapponevano e si frappongono alla riunione della umma.

Armiamoci quindi di forza d’animo. L’occupazione occidentale ha prodotto poco di buono ma se non altro ha congelato per vent’anni l’Afghanistan, un tassello che ora rientra in pieno nel gioco al massacro che tormenta il Medio Oriente. Il timore è di dover presto scoprire che tirarsene fuori sia impossibile come conquistarlo.

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