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Opinioni

Perché è cambiato il rapporto tra Cina e Russia: ora Xi non si fida più di Putin

Da una parte Xi sostiene Putin, sfrutta il suo gas e la deconcentrazione dell’Occidente in Ucraina. Dall’altra risente della guerra e vuole preservare gli scambi commerciali con Usa e Ue, cosicché in Cina c’è chi inizia a descrivere Vladimir come un “pazzo”.
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A cura di Gian Luca Atzori
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Lo scorso anno è iniziato con l’annuncio di un’amicizia senza limiti alle Olimpiadi. Quest’anno si apre con Putin e Xi che in un incontro virtuale parlano di “pressione senza precedenti” da parte dell’Occidente. Tuttavia, mentre il leader russo descrive il clima tra le due potenze come “il migliore della storia” capace di “sostenere ogni sfida”, la sua controparte cinese parla di “rafforzare la coordinazione strategica” per “portare maggiore stabilità nel mondo”.

Un anno difficile per gli amici senza limiti

Nell’ultimo anno, in particolare dallo scoppio della guerra in Ucraina, il rapporto tra i due paesi è cambiato notevolmente. I primi segnali erano evidenti già dalla reazione del governo cinese all’invasione, il quale ha poi dichiarato di non essere stato allertato da Mosca.

A marzo abbiamo spiegato qui su Fanpage.it perché storicamente la Russia rappresenti oggi tutto ciò che la Cina non vorrebbe essere e quali erano le contraddizioni che ponevano Pechino in una situazione di grande difficoltà.

Una difficoltà emersa a giugno con la telefonata per il compleanno di Xi, la quale ha ribadito la grande cooperazione tra i paesi, anche se solo in apparenza. Leggendo tra le righe infatti si trattava della seconda telefonata ufficiale tra i due “amici” nei quattro mesi trascorsi dallo scoppio del conflitto. Oltre al supporto retorico e commerciale, tra i paesi non sembrava esserci una vera intesa, soprattutto militare.

Lo dimostrano anche le versioni divergenti espresse dalle parti. Una ha fatto passare l'appoggio cinese alla Russia, l’altra si è soffermata sulla Cina come mediatore di pace.

Pochi piedi per troppe scarpe

Oggi sono numerosi gli analisti che credono che i costi della guerra di Putin stiano diventando insostenibili per Xi, soprattutto da un punto di vista economico e di reputazione globale e, in particolare, dopo la terza rielezione del Presidente cinese. Altri credono che la situazione di equilibrismo in cui si è posta Pechino non potrà essere sorretta a lungo al netto della volontà politica e del “nuovo mandato” di Xi.

Per ora infatti l’approccio cinese pare più razionale e pragmatico che ideologico. Se da una parte dice di assecondare gli interessi e la volontà russa, dall’altra si rifiuta di provvedere materiale militare e prova a mantenere stabili le relazioni con Usa e Ue.

L’altra faccia del successo economico sino-russo

La situazione economica è forse lo specchio migliore per descrivere le difficoltà politiche e il modo di raccontarle. Il commercio tra Mosca e Pechino ha raggiunto il record di 192 miliardi nel 2022, rispetto ai 147 miliardi del 2021.

L’esportazione di beni cinesi in Russia è cresciuta per il sesto mese di fila. L’import di gas naturale da parte di Pechino tramite il Power of Siberia registra un +50%. Entrambi i paesi facilmente raffigurano tutto ciò come un successo nel rapporto.

Quello che non emerge subito da questi numeri è che alle Olimpiadi di febbraio 2022, come spiegato qui, i due leader si accordarono per raggiungere quota 250 miliardi, un traguardo ancora lontano. Soprattutto, secondo Lyu Daliang, portavoce della General Administration of Customs, il commercio con la Russia nel 2022 è valso solo il 3% della totalità degli scambi cinesi.

Infatti, il rapporto commerciale con Usa e Ue (principali partner commerciali della Cina) ha subito dei forti contraccolpi. Secondo Reuters, complice anche la politica zero-Covid, nei mesi di novembre e dicembre l’export globale cinese è calato rispettivamente dell’8,7% e del 9,9%, registrando il peggior dato dal 2020.

Per i dati forniti da Associated Press, nel Dicembre 2022 l'export di Pechino negli Usa è calato del 19,5% mentre quello in Ue è crollato del 39.5%, perdendo la metà del surplus con Brussels.

Il pericolo dell’irrazionalità politica

Fattore non da poco se consideriamo che la legittimazione del Partito Comunista Cinese (Pcc) si fonda in buona parte sull’essere stati in grado di assicurare una continua crescita del benessere economico, elevando dalla povertà centinaia di milioni di persone.

Tuttavia, la crescita del paese è sotto le previsioni, così come rallenta anche l’espansione della classe media in un contesto immobiliare in profonda crisi, dentro una bolla che sembra destinata a esplodere e in un contesto di lockdown esteso che ha generato forti proteste.

Sul piano dell’innovazione le aziende tech sono sempre più sotto la lente e il controllo diretto del Partito, così come vale in generale per il settore privato e gli investimenti stranieri che ora vengono incoraggiati visto l’impatto della pandemia e della guerra.

Ciò che preoccupa alcuni osservatori è che nell’assenza di una valida alternativa alla legittimazione popolare, Xi smetta di essere un pragmatico equilibrista per inseguire vie più irrazionali, come la persecuzione di obiettivi storici (v. Taiwan) anche tramite mezzi militari, non diversamente dalla controparte russa e nonostante l’incomparabilità dei due contesti.

Con le dovute differenze tra Kiev e Taipei, numerosi aspetti che hanno condotto Putin all’invasione si riflettono anche nella condizione di Xi. Entrambe le propagande sono fortemente ideologizzate e si ritrovano a condurre due grandi potenze verso il loro “giusto posto nella storia” in contrasto ai secoli di dominio o “umiliazione” occidentale.

Dallo “Sparate a Pelosi” a “Putin è pazzo”

Una narrazione che nel tempo ha fomentato approcci molto aggressivi alle questioni di interesse nazionale. I più radicali chiamano in continuazione all’invasione di Taiwan e c’è persino chi ha criticato pubblicamente Xi per non aver abbattuto l’aereo di Nancy Pelosi, rappresentante della Camera Usa in visita a Taipei.

Tuttavia, non c’è una sola tendenza. Intorno a Xi c’è anche chi sostiene che “Putin sia pazzo”. È questo quanto riportato dal Financial Times per voce di un ufficiale cinese, il quale aggiunge: “l’invasione è stata decisa da un gruppo ristretto di persone. La Cina non dovrebbe limitarsi a seguire la Russia”.

In questo contesto, ci sono segni di apertura da parte della Cina che, secondo quanto affermato da Politico, è pronta a inviare in Belgio e in Germania il Ministro degli Esteri Wang Yi insieme a una serie di alti ufficiali. Nel mentre il Presidente ucraino Zelensky invita ufficialmente Xi a un incontro facendo recapitare una lettera alla sua delegazione durante il World Economic Forum, in corso in questi giorni a Davos, in Svizzera.

L’ambiguità strategica cinese

Nonostante simili notizie, non è ancora detta l'ultima. Il fatto che questa crisi nei rapporti sia stata prevista e ora sia più evidente può rientrare nella stessa ambiguità strategica cinese, portata avanti finora.

Nell’affrontare il conflitto in Europa, la Cina ha sempre puntato ad apparire come potenziale mediatore a patto che la posizione di Bruxelles non fosse troppo soggetta alla volontà di Washington.

"La Cina potrebbe provare ad ottenere entrambe le cose” afferma Robert English, professore all'University of Southern California, “la guerra avvantaggia Pechino perché distrae l'Occidente dal confronto con la Cina mentre gode di importazioni di energia scontate dalla Russia. Non si vuole però che i rapporti commerciali con l'Europa ne risentano, quindi si deve dare l'impressione di criticare Mosca. Il sostegno economico alla Russia non è diminuito, né è cambiata la posizione ufficiale cinese, che continua ad incolpare la NATO per il conflitto".

Non diamo dunque per scontato “l’equilibrismo” cinese, non solo in senso letterale ma anche figurato, perché come la tradizione circense anche la politica mandarina è rinomata per sfatare contraddizioni e paradossi ipoteticamente insostenibili per noi europei.

Il conciliare comunismo e capitalismo ne è l’esempio più grande, un sistema che dai fatti di Tienanmen viene descritto nei media e nelle università come capace di implodere da un momento all’altro, ma è invece oggi all’apice della sua potenza.

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Classe 1989, Sinologo e giornalista freelance, è direttore tecnico e amministrativo di China Files, canale di informazione sull'Asia che copre circa 30 aree e paesi. Collabora con diverse testate nazionali e ha lavorato per lo sviluppo digitale e internazionale di diverse aziende tra Italia e Cina. Laureato in Lingue e Culture Orientali a La Sapienza, ha proseguito gli studi a Pechino tra la BFSU, la UIBE e la Tsinghua University (Master of Law – LLM).  Atzori è anche Presidente e cofondatore dell'APS ProPositivo, organizzazione dedita allo sviluppo locale in Sardegna e promotrice del Festival della Resilienza.  
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