Perché attaccare l’Iran è attaccare la Cina, e come risponderà Pechino alla nuova guerra di Usa e Israele

C’è un’immagine che più di qualsiasi analisi strategica sintetizza la contraddizione morale di questa guerra: un’aula distrutta a Minab, nel sud dell’Iran, zaini colorati tra le macerie, banchi rovesciati, sangue sul pavimento. Secondo ricostruzioni locali, l’attacco avrebbe colpito una scuola femminile causando almeno 148 vittime. Bambine.
L’operazione militare condotta dagli Usa in coordinamento con Israele contro infrastrutture, siti militari e centri di comando iraniani è stata presentata come un’azione contro un regime sanguinario accusato di destabilizzare il Medio Oriente. Tuttavia, quando una bomba colpisce una scuola, la narrativa della liberazione si incrina. La domanda è brutale nella sua semplicità: come si può giustificare il rovesciamento di un regime sanguinario che reprime e opprime, bombardando bambine in Iran dopo aver già provocato migliaia di vittime infantili a Gaza?
Il regime iraniano ha un passato e un presente segnati da repressione: arresti arbitrari, esecuzioni, persecuzione delle donne, soffocamento delle proteste. Nessuna indulgenza è possibile verso la violenza teocratica. Ma la storia dimostra che i cambi di regime imposti dall’esterno raramente producono stabilità. E quando l’intervento diviene guerra aperta, la partita non riguarda più solo Washington, Tel Aviv e Teheran: entra in scena Pechino.
Teheran come Caracas
Il copione non è inedito. Nel 1953 un governo iraniano laico e democraticamente eletto, deciso a nazionalizzare il petrolio, fu rovesciato da un’operazione orchestrata da CIA e MI6. Tornò lo Scià, sostenuto dall’Occidente, insieme alla Savak, nota per torture ed esecuzioni. Da lì prese forma la spirale verso la rivoluzione islamica del 1979. Oggi, nel dibattito riemerge il nome di Reza Ciro Pahlavi come possibile figura di transizione in caso di collasso del regime. Ma l’Iran del 2026 non è quello del 1953. E molti iraniani non sono disposti a sostituire un’autorità religiosa con un ritorno dinastico imposto dall’esterno.
La questione, però, supera Teheran. Come nel caso del Venezuela, destabilizzare un alleato di Pechino significa mettere in discussione contratti sovrani, crediti energetici, infrastrutture strategiche. In Venezuela la Cina ha investito decine di miliardi di dollari, con prestiti da ripagare in petrolio. L’erosione della sovranità di un partner non è solo un fatto politico: è un precedente giuridico. Se un cambio di regime sostenuto dall’esterno può rendere revocabili accordi firmati con governi precedenti, l’intera architettura della proiezione economica cinese – dalla Belt and Road Initiative ai corridoi energetici – diventa strutturalmente vulnerabile. Per questo, attaccare Teheran significa indirettamente colpire Pechino.

Lo Stretto che muove il mondo
Lo Stretto di Hormuz è largo poche decine di chilometri, ma da lì transita oltre il 20% del greggio mondiale. Teheran lo ha bloccato come minacciato. Una guerra su larga scala tra Usa e Iran potrebbe sottrarre importante terreno alla crescita globale. Per la Cina, fortemente energivora, la perdita potrebbe essere drammatica, soprattutto sommandosi al potenziale danno di 18 miliardi causato in Venezuela (ne abbiamo scritto qui). I numeri sono concreti. La Cina importa circa 1,38 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano, acquistato a sconto.
La perdita di quel differenziale sarebbe miliardaria. Se il Brent salisse di 20$ al barile come previsto da alcuni analisti, o si arrivasse a quota 100$ al barile, Pechino perderebbe altri 14 miliardi. Lo scambio Cina-Iran, stimato sopra i $30 miliardi, vedrebbe a rischio una buona parte dell’export cinese. Ma il detonatore è politico. Washington ha minacciato tariffe del 25% sui partner dell’Iran. Pechino esporta negli Usa oltre $400 miliardi annui. Anche sanzioni parziali aprirebbero un’altra voragine superiore ai costi petroliferi.
La linea rossa di Pechino
L’Iran è membro della Shanghai Cooperation Organisation, ma la SCO non è la NATO: non esiste un obbligo automatico di difesa collettiva. La dottrina cinese si fonda su tre pilastri: non interferenza diretta, sostegno economico-diplomatico, uso calibrato della leva finanziaria e commerciale. Entrare in guerra diretta con gli Usa sarebbe per Pechino un suicidio. Ma restare passiva significherebbe accettare la destabilizzazione, con effetti sistemici sulla Via della Seta.
Le opzioni realistiche sono intermedie: rafforzare cooperazione energetica con Russia e Paesi del Golfo per compensare eventuali perdite; offrire sostegno finanziario e tecnologico a Teheran sotto la soglia delle sanzioni; attivare una campagna diplomatica per isolare Washington sul piano della legittimità; incrementare la presenza navale di “protezione commerciale” nell’Oceano Indiano. È una linea sottile, sostenere senza sparare, lavorando di equilibrismo diplomatico:
- Arsenale autonomo e deterrenza: La prima mossa è compensare le perdite militari di Teheran. Paradossalmente, questi attacchi volti a distruggere la capacità missilistica potrebbero invece velocizzare la crescita delle capacità iraniane. Pechino fornisce componenti per missili balistici, materiali dual-use e know-how, consentendo all’Iran di rigenerare autonomamente la propria deterrenza. Al centro delle trattative vi sarebbe la possibile fornitura dei missili supersonici CM-302 o difese aeree avanzate, MANPADS, anti-balistiche e anti-satellitari, per rendere lo spazio iraniano più costoso da penetrare e neutralizzare. Secondo alcuni report, Pechino avrebbe accelerato la consegna di droni kamikaze e sistemi difensivi prima dell’inizio dell’attacco Usa.
- Cyber-war e sovranità digitale: lo scorso mese la Cina ha sostituito software occidentali in Iran con sistemi chiusi meno penetrabili, rafforzando la sovranità digitale iraniana. Nel 15° Piano Quinquennale, Pechino ha indicato cybersecurity e IA come strumenti centrali di protezione dello spazio cibernetico iraniano. Difendere reti elettriche, telecomunicazioni e sistemi di comando significa garantire continuità statale: se non puoi fermare i bombardamenti sugli edifici, puoi evitare il collasso sistemico.
- Intelligence, spazio e mari: La terza direttrice riguarda intelligence, sorveglianza e ricognizione. L’integrazione con il sistema satellitare BeiDou offre a Teheran un’alternativa al GPS occidentale, migliorando targeting, navigazione e autonomia. La presenza navalecinese nell’Oceano Indiano e nel Golfo, legata alla protezione delle rotte commerciali, invia un segnale strategico: Pechino osserva e raccoglie dati. Teheran non resta cieco. Anche senza intervenire, il supporto informativo modifica la dinamica di un confronto aero-navale.
- Diplomazia come arma: Parallelamente, la Cina ha attivato la leva diplomatica: condanna degli attacchi, richiamo alla Carta ONU, veto contro nuove sanzioni o autorizzazioni implicite all’escalation. Non retorica, ma protezione politica che aumenta il costo reputazionale dell’intervento. Pechino ha inoltre avvertito i propri cittadini in Iran e Israele, predisponendo evacuazioni: segnale di gestione del rischio e della narrativa interna.
- Il calcolo strategico: La Cina affronta un dilemma: abbandonare un alleato compromettendo la propria credibilità o sostenerlo rischiando sanzioni secondarie ed escalation. La soluzione è una linea rossa invisibile: rafforzare l’Iran quanto basta per evitarne il collasso, senza provocare uno scontro diretto con gli Usa. La posta non è solo Teheran, ma la credibilità della BRI e il principio che i contratti firmati con la Cina restino validi anche dopo un cambio di regime. Normalizzare attacchi preventivi contro infrastrutture nucleari di uno Stato sovrano senza mandato multilaterale creerebbe un precedente applicabile domani in aree sensibili per Pechino come già sta avvenendo.
La dottrina della spartizione
Nel dibattito strategico circola un’ipotesi informale definita “dottrina Donroe”: una spartizione tacita delle sfere d’influenza – Americhe sotto Washington, ex spazio sovietico gravitante su Mosca, Medio Oriente frammentato sotto influenza israeliana, Asia come terreno di competizione sino-americana. In questo schema, colpire l’Iran significa ridefinire equilibri in Asia Centrale e nel Golfo. Se Pechino accettasse in silenzio, il messaggio sarebbe chiaro: investimenti esposti, partner vulnerabili, architettura economica revocabile.
Esiste però un paradosso. Ogni intervento occidentale che genera instabilità rafforza la narrativa cinese della stabilità contrattuale. Come a Hong Kong o in Afghanistan, Pechino ha spesso ottenuto vantaggi senza intervenire militarmente. Ma qui è in gioco il petrolio che lo alimenta. Esistono anche costi per gli Usa. Diverse analisi economiche americane stimano che un’operazione prolungata contro l’Iran costerebbe decine di miliardi di dollari annui, incidendo sul bilancio federale e sui mercati energetici. L’intelligence Usa ha più volte sottolineato la difficoltà di sostenere più fronti simultaneamente quindi se l’obiettivo strategico finale di Washington è contenere la Cina, impegnarsi in Medio Oriente non libera margini nel Pacifico? O costringe Pechino a scegliere, come Mosca con l’Ucraina, tra difendere l’Iran o concentrarsi su Taiwan? Per la Cina, tuttavia, questa scelta non è realmente praticabile: la questione sta diventando sistemica, non ideologica.
Israele-USA: destini incrociati
Se l’operazione contro l’Iran è presentata come difesa o contenimento, sul piano politico convergono due strategie distinte. Israele spinge verso una ridefinizione dell’ordine regionale in termini di confini e sovranità. In ambienti nazional-religiosi e ultranazionalisti, annessione e dominio territoriale sono parte di un programma. La retorica del “Grande Israele” è riemersa: nel 2023 Bezalel Smotrich mostrò una mappa della “Greater Israel” scatenando reazioni come per certi discorsi di Netanyahu nel 2025. Il “Grande Israele” riguarda soprattutto Cisgiordania, Gaza, Golan e aree verso Libano, Siria, Giordania, Egitto, Iraq; l’Iran non è incluso, ma è il principale ostacolo strategico all’egemonia regionale israeliana. Colpirlo significa ridurne influenza e reti. Per Washington la posta è il confronto con la Cina: l’Iran è nodo energetico, logistico, finanziario e geopolitico, partner di Pechino. Ne deriva un incastro: Israele ridisegna l’area, gli USA rafforzano il contenimento cinese. Obiettivi diversi, oggi convergenti.
Il parallelo con l’Iraq: 1953, poi 2003
Se il 1953 è il precedente iraniano, lo specchio contemporaneo è il 2003 iracheno. L’Iraq, ricco di petrolio e strategico, fu accusato di possedere armi di distruzione di massa. Su quell’accusa si costruì la legittimazione pubblica dell’intervento. Successivamente, le missioni incaricate di verificare l’esistenza di tali armi conclusero che non esistevano stockpile significativi. All’inizio del 2003 molti iracheni sperarono realmente in un cambiamento. Ma la speranza non equivale a un piano di ricostruzione. Il risultato fu frammentazione, guerra civile, terrorismo, fino all’emergere dell’ISIS.
Le cifre sono oggetto di dispute metodologiche, ma resta un dato: centinaia di migliaia di civili pagarono il prezzo tra morti dirette, indirette e collasso dei servizi. Iraq Body Count registrava oltre 120 mila morti civili documentati già nel 2012, con numeri cresciuti negli anni successivi; altri studi accademici indicano cifre superiori includendo le sottostime e le morti indirette. La domanda resta inevitabile: abbiamo imparato qualcosa? O continuiamo a ripetere lo stesso schema retorico?
Il cortocircuito "nucleare"
Il nucleare iracheno inesistente non è l’unico motivo per cui le motivazioni sull’Iran sono discutibili. Netanyahu ha sostenuto per decenni che l’Iran fosse a pochi anni – talvolta mesi – dalla bomba. Già nei primi anni ’90 parlava di un orizzonte di 3-5 anni; nel 1995 lo ribadiva nel suo libro. Nel 2012, all’Assemblea ONU, disegnò una “linea rossa” sul livello di arricchimento sostenendo che l’Iran fosse oltre il 70% del percorso verso l’arma. Se una minaccia è imminente da 30 anni, qualcosa non torna, soprattutto se in tutti questi anni non si mostrano prove né alle autorità internazionali né all'opinione pubblica, ma si decide di agire unilateralmente e senza neanche il via libera del proprio Congresso.
Nel giugno 2025, dopo l’attacco con il bunker buster, Trump rivendicò di aver distrutto il programma nucleare iraniano. Se oggi si torna a sostenere che il programma è imminente, la contraddizione è evidente: era falso allora, è falso ora, o entrambe le cose. Il concetto di “imminenza” resta controverso e spesso esteso per giustificare azioni preventive ma prevenire una guerra iniziandola è un cortocircuito logico: è come incendiare una casa per evitare che bruci.
Perché riguarda l’Europa da vicino
L’Europa osserva divisa, se l’egemone regionale contrapposto a Israele è l’Iran, per noi è la Russia. L’Ue dipende dall’energia, è tra i principali partner commerciali della Cina, è legata politicamente agli Usa, ed è esposta a ogni shock esterno. Se il principio secondo cui un cambio di regime può avvenire in maniera unilaterale e annullare contratti sovranidiventasse norma, l’intero sistema multilaterale su cui si fonda la prosperità europea verrebbe indebolito, compresa l’architettura fondante dell’Unione.
Per l’Italia la questione è concreta: energia, prezzi, inflazione, filiere produttive, Mediterraneo come frontiera e non come piazza. Un mondo di guerre preventive e sovranità erose non è neutrale. Chi non decide subisce. In Iraq bastò la parola “armi di distruzione di massa”. Oggi basta “nucleare”. Domani basterà un’altra parola. Il problema non è solo chi la pronuncia, ma la nostra disponibilità a crederci dimenticando i precedenti.
La guerra invisibile
Il regime iraniano reprime, limita libertà, perseguita. Le proteste delle donne, le rivolte studentesche, le esecuzioni sono documentate. Ma la società iraniana è complessa e divisa. Non esiste consenso unanime per un ritorno monarchico né per un cambio di regime imposto dall’esterno. In questo spazio ambiguo si gioca la legittimità futura del Paese.
Bombardare non costruisce consenso. Produce macerie. L’aula di Minab non è solo una tragedia locale: è il simbolo di una guerra che si combatte su più piani – militare, economico, giuridico, simbolico. Colpire l’Iran significa colpire un nodo della rete cinese. Significa testare la capacità di Pechino di difendere i propri interessi senza trasformare la competizione in conflitto aperto. La Cina può sostenere Teheran attraverso finanza, diplomazia, energia e deterrenza indiretta senza entrare in guerra. Ma ogni errore di calcolo può trasformare una crisi regionale in un terremoto globale.
Mentre le potenze valutano costi e benefici, restano le immagini: banchi rovesciati, quaderni coperti di polvere, silenzio dopo l’esplosione. La geopolitica si fonda sugli equilibri. Ma la storia giudica anche le scelte morali. E oggi, tra Washington, Tel Aviv, Teheran e Pechino, il mondo è molto più fragile di quanto appaia.