20 Novembre 2012
16:39

ONU e USA ribadiscono il diritto di Israele alla difesa – Chi difenderà Gaza?

Dopo il settimo giorno di conflitto, Gaza City è il fantasma di se stessa. Alcuni stati cominciano a intercedere perché si giunga a una tregua. ONU e USA si dicono preoccupati della violenza ma ribadiscono il “diritto di difesa di Israele”.
A cura di Anna Coluccino

Come previsto, la fine delle elezioni negli Stati Uniti è stato come una sorta di via libera per i piani di Israele, la quale – da tempo – scalpitava per realizzare quanto annunciava fin dall'inizio del 2012: una nuova Piombo Fuso.  Dopo la Palestina, è molto probabile che toccherà all'Iran, tanto che già da un paio di navi da guerra statunitensi e britanniche sostano nel golfo persico in attesa del via. In questo scenario, la campagna che Mitt Romeny ha giocato all'attacco della tenerezza di Barack Obama riguardo le questioni in area mediorientale – oggi – torna molto utile ad Israele che, di fatto, è più libera di agire senza che nessuno abbia il coraggio di condannare in maniera chiara la violenza.

La terza potenza militare del mondo attacca uno stato che – secondo la geopolitica – neanche esiste; uno stato che viene tenuto in condizioni di apartheid da anni, e non c'è una sola nazione che prenda una posizione decisa contro l'abuso di potere di cui il governo di Israele si sta macchiando. Anzi. Dopo un primo "stop alle violenze", Obama si è sentito in dovere di rettificare la sua posizione e ha fatto sapere – dalla Cambogia – di non aver mai chiesto a Israele di "bloccare i piani per un'operazione di terra contro Gaza", ma continua a sconsigliarla. Dalla Casa Bianca, infatti, ci tengono a precisare che il presidente ritiene che Israele "abbia il diritto di prendere le proprie decisioni relativamente alla sicurezza" ma resta "amareggiato per le morti, che hanno colpito soprattutto i palestinesi".

Gli USA però – secondo la Russia – stanno deliberatamente ostacolando il lavoro dell'ONU, impedendo agli stati che compongono il Consiglio di Sicurezza di varare la risoluzione promossa dal Marocco su cui sembra esserci ampio consenso. Non riuscendo a trovare una soluzione unanime, il consiglio si è visto costretto a imporre il voto sulla risoluzione; voto previsto per oggi che potrebbe costringere gli USA a fare uso del proprio diritto di veto. In tal caso, la confederazione statunitense assumerà su di sé  la piena responsabilità di quel che accadrà poi. Intanto, il segretario di stato Hillary Clinton è in partenza per Israele dove , domani, incontrerà il premier israeliano Benjamin Netanyahu per tentare una mediazione.  Netanyahu – nella giornata di oggi – ha già incontrato il ministro degli esteri tedesco, ricevendo – ancora una volta – l'appoggio incondizionato della Germania che sottolinea, come tutti, "il diritto di Israele a difendersi". In ogni caso, secondo fonti interne allo staff del premier israeliano, l'attacco via terra sarebbe stato momentaneamente sospeso: "Prima di decidere se attaccare via terra, il primo ministro intende esaurire tutte le opzioni diplomatiche" – ha dichiarato alla Reuteurs un ufficiale che ha chiesto di restare anonimo – "in modo da verificare se esistano le condizione per un cessate il fuoco di lungo periodo".

Quanto alle reazioni internazionali, l'ONU e la NATO sono ancora immobili. Il segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, chiede "ad ambo le parti" di fermare le violenze, ma sottolinea che occorre "riconoscere che Israele ha timori legittimi che devono essere rispettati dal diritto internazionale".  Il diritto internazionale, quindi, deve rispettare il diritto di Israele a difendersi da razzi che – da quasi tre giorni – arrivano a stento a toccare terra, ma la Palestina non ha diritto di lanciare quei razzi per difendersi dalle quotidiani vessazioni subite e dai periodici eccidi di massa. Due pesi e due misure. Altro che due popoli due stati.  Nessuno ha il diritto di attaccare nessuno (forse è bene chiarirlo ancora una volta) ma continuare a dire che si comprendono le ragioni di Israele e non dire una sola parola sulle ragioni dei palestinesi rivela un doppiopesismo eticamente e politicamente insopportabile. Ma quel che preoccupa sul serio è l'immediato futuro. Se, infatti, la politica attendista dell'ONU continua ad avere la meglio, cosa accadrà il 29 novembre, quando l'Assemblea Generale si troverà a decidere se accettare la Palestina (almeno) come Stato Osservatore? Siamo certi che l'intento di questo attacco israeliano – ovvero impedire che lo stato palestinese venga riconosciuto – non stia per compiersi a causa dell'innegabile dipendenza delle Nazioni Unite dalle prese di posizione di alcuni stati membri?

Vedere l'ONU e la NATO abbracciare supinamente la posizione statunitense del non impicciamoci della questione israelo-palestinese, fa male alla democrazia e piomba l'intero pianeta nello sconforto che viene dall'evidente mancanza di senso della giustizia. ONU, USA e NATO dovrebbero ammette che è ormai tardi per non impicciarsi. La decisione di istituire in terra palestinese lo stato di Israele è stata una decisione presa dall'alto, in maniera unilaterale, e proprio dalle Nazioni Unite. Nonostante, fin dall'inizio, non ci fosse alcun accordo riguardo la spartizione proposta dall'ONU, l'organizzazione ha preso – nel lontano 1948 – una decisione d'autorità; decisione di cui, ancora oggi, paghiamo il prezzo come umanità; decisione che aveva comprensibili motivazione umane e politiche ma che, fin dall'inizio, consegnava ad Israele le zone più ricche di risorse naturali e meglio posizionate strategicamente. Lo stato d'Israele, inoltre, ha potuto contare fin da subito su risorse economiche e militari pressoché illimitate e sul rientro degli ebrei in patria da ogni parte del mondo, il che ne ha fatto – nel giro di pochissimi anni – una superpotenza. Insomma, per quanto possa apparire spiacevole, è troppo tardi per "non impicciarsi".

La soluzione diplomatica – al momento – sembra dover passare necessariamente per l'Egitto, unico stato a mostrarsi pienamente ottimista rispetto alla risoluzione del conflitto in favore dei palestinesi. L'attuale premier egiziano – Mohammed Mursi – è espressione del movimento dei Fratelli Mussulmani (creatore e mentore di Hamas) ed è stato recentemente invitato da Obama a intercedere per "fermare il lancio di missili contro Israele". Secondo Mursi "gli sforzi per arrivare a un tregua tra israeliani e palestinesi produrranno risultati positivi nelle prossime ore", tanto che – secondo il premier dell'importante stato arabo –  quella che lui definisce "la farsa dell'aggressione israeliana a Gaza" si concluderà entro oggi. Tra le clausole presenti nell'accordo al centro delle trattative c'è la fine dell'embargo israeliano sulla Striscia di Gaza e l'apertura dei valichi di frontiera con l'enclave palestinese. Al momento, però, l'Egitto è l'unico ad essersi espresso in termini così ottimistici.

Al momento, la conta dei morti di questa "farsa" – che nena news ha trasformato in un elenco di nomi perché non ci si riduca a parlare di numeri – è drammatica: 115 gli esseri umani assassinati  – di cui 24 bambini – e 900 i feriti. Tre i morti sul fronte israeliano. Ci sono israeliani a cui questo dato non fa alcuna impressione. E ovviamente ci sono palestinesi che non disdegnerebbero di vedere la situazione volgersi al contrario. Ma una cosa sono i fatti, altra sono i desideri. E non è per il folle e suicida desiderio di qualcuno – nello specifico Hamas – che si possono trucidare vite innocenti; che si può avallare un genocidio. I sondaggi interni alla popolazione israeliana, per il momento, danno l'84% dei residenti favorevole ai raid e solo il 30% favorevole a un attacco via terra. Ovviamente, le motivazioni di tale barbare non sono soltanto economico-politiche A far ribollire il tutto e a giustificare le peggiori nefandezze ci pensa la religione. In tutti i testi sacri delle religioni monoteiste, infatti, è possibile riscontrare passaggi che giustificano il genocidio dei miscredenti. La Torah non fa eccezione; se presa alla lettera, diventa un invito al terrorismo (così come l'Antico Testamento, così come il Corano). Difatti, c'è una dichiarazione che – negli anni – è stata più volte ribadita dal Concilio dei Rabbini in Cisgiordania, ed è di quelle che farebbero invidia ad Adolf Hitler. Tale dichiarazione prende spunto da un passo della Torah – Samuele 1, 15 – che recita testualmente: "Ora, vai a schiacciare Amalek, imponi ad esso e tutto ciò che possiede la maledizione della distruzione, non risparmiare nulla ma uccidi uomini e donne, bambini e infanti, buoi e pecore, cammelli e asini".  Seguendo i dettami della Torah, quindi, diversi rabbini hanno affermato negli anni – e lo riaffermano oggi – che in guerra è lecito anche uccidere bambini, purché siano palestinesi.

Ma che razza di guerra è mai questa? In che modo la Palestina può essere considerata una minaccia reale per Israele? La terza potenza militare mondiale si sente minacciata da uno stato che – grazie all'impegno della stessa Israele e all'appoggio di altri stati complici – neanche esiste; uno stato assediato e costretto in una condizione di apertheid; uno stato a cui ormai manca tutto e che ha una efficacia militare a dir poco ridicola. Eppure la minaccia è così reale per alcuni che l'attacco militare non basta; non basta l'embargo dei beni di prima necessità; ci vuole anche la censura. Da diverse ore, infatti, Facebook ha chiuso numerosi account – tra cui quello di Rosa Schiano. Tutti account di attivisti presenti sul territorio palestinese che stavano diffondendo immagini di Gaza. Ma se il governo crede di essere nel giusto, se tutti i governi del mondo si affrettano a sottolineare il suo "diritto a difendersi", di che si preoccupa? Dell'opinione pubblica internazionale?

Da anni, gli abitanti della Striscia hanno gigantesche difficoltà a far arrivar qualunque cosa sul loro territorio, soprattutto farmaci. Il che rende ancor più gravosa la percentuale di incidenza mortifera dell'attacco israeliano. Al momento, all'interno della Striscia mancano i farmaci necessari a curare le centinaia di mutilati che – in questi ore – affollano gli ospedali. Fonti mediche a Gaza riferiscono di medici "alle prese con ferite e ustioni mai viste nella loro carriera professionale". E il presidente dell'Amsi aggiunge: "La situazione sanitaria e umanitaria è drammatica. Manca di tutto: sacche di sangue, farmaci, attrezzature mediche. E soprattutto, non c'è elettricità sufficiente a garantire gli interventi chirurgici. Ci sono numerosi bambini gravemente feriti in attesa di un'operazione". È questo il popolo capace di minacciare di morte Israele? È questo il popolo da cui è indispensabile difendersi con bombe che oggi uccidono e domani diffonderanno il cancro?

Quest'attacco non ha nulla a che fare con la difesa. I nomi non creano le cose, non modellano il reale, tutt'al più lo nominano, lo comunicano. Non importa come Israele e i suoi alleati continuino a chiamare questo attacco. Si tratta di genocidio. Di nuovo.

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