Opinioni
9 Maggio 2017
17:27

Nigeria, alcune studentesse sequestrate da Boko Haram rifiutano la liberazione

Un nuovo particolare è emerso dopo il rilascio delle 82 studentesse nigeriane, sequestrate dal gruppo terrorista Boko Haram nel 2014. Alcune delle ragazze, secondo quanto ha dichiarato il mediatore coinvolto nella trattativa, si sarebbero rifiutate di tornare libere.
A cura di Mirko Bellis

Delle quasi 300 studentesse nigeriane rapite nell'aprile di tre anni fa dal dormitorio della loro scuola di Chibok, nel nord del Paese, almeno 57 riuscirono a scappare poche ore dopo il sequestro. Ma per le restanti cominciò un calvario, prigioniere degli estremisti islamici di Boko Haram. Il sequestro delle adolescenti da parte dell’organizzazione terrorista suscitò lo sdegno e la commozione del mondo interno che cominciò subito a mobilitarsi per il loro rilascio. Nell'ottobre del 2016, grazie alla mediazione della Croce rossa internazionale, vennero liberate 21 ragazze. Delle altre studentesse ancora in mano ai sequestratori non si era saputo più niente fino a due giorni fa, quando 82 di loro hanno potuto assaporare di nuovo la libertà.

La trattativa tra governo nigeriano e gli emissari di Boko Haram prevedeva la scarcerazione di alcuni militanti dell’organizzazione terrorista a cambio delle ragazze. Ma qualcosa è andato storto: alcune delle giovani, come ha affermato il mediatore nella trattativa, Zannah Mustapha, hanno preferito rimanere con i rapitori. “Alcune ragazze si sono rifiutate di ritornare…non sono riuscito a parlare con loro per sapere i motivi”, ha dichiarato Mustapha, vvocato di 57 anni, che ha agito come intermediario nei negoziati. “In quanto mediatore – ha dichiarato all'agenzia Reuters – non era compito mio costringerle a ritornare a casa”.

Le ipotesi per spiegare la decisione apparentemente folle di continuare ad rimanere nelle mani dei jihadisti andrebbero ricercate in una loro possibile radicalizzazione durante il sequestro oppure in un sentimento di vergogna e paura così forti da impedirgli di riabbracciare le loro famiglie. Una versione confermata anche da Fatima Akilu, una psicologa nigeriana da anni impegnata con la sua fondazione nel contrasto dell’estremismo islamico. "Sviluppano la sindrome di Stoccolma – ha spiegato Akilu – si identificano così tanto con i sequestratori che preferiscono restare con loro”, ha detto Akilu. “Alcune di loro hanno paura di quello che le aspetta, temono l’ignoto”, ha aggiunto. Molte delle donne rapite da Boko Haram, inoltre, si sarebbero sposate con i miliziani creando un vincolo difficile da spezzare. “Non è chiaro neanche quanto possa aver influito la pressione dei loro mariti per costringerle a non tornare”, ha affermato la psicologa.

Per Aisha Yesufu, della campagna Bring Back Our Girls, le ragazze liberate hanno urgente bisogno di riabilitazione per superare il trauma della lunga prigionia. “Il nostro compito non si esaurisce solo riportandole a casa, dobbiamo assicurarsi che ottengano un adeguato appoggio psicologico e fisico”, ha scritto nel suo account Twitter.

Il presidente nigeriano, Muhammadu Buhari, ha ricevuto nella capitale le ragazze ormai libere dalla schiavitù di Boko Haram.

Buhari ha voluto rassicurare i parenti delle oltre cento adolescenti ancora in mano ai jihadisti che presto saranno di nuovo in libertà. Ma nonostante i progressi dell’esercito nigeriano nel riconquistare gran parte del territorio controllato da Boko Haram, il gruppo terrorista continua gli attacchi e gli attentati. Spesso portati a termine proprio dai giovani kamikaze, adolescenti sequestrati in questi lungi anni di terrore. Ma le trattative tra il governo e Boko Haram vanno ben oltre il rilascio delle studentesse di Chibok. Secondo il responsabile della liberazione delle 82 ragazze, le discussioni prevedono la fine del conflitto che da anni sconvolge la Nigeria e che si estende anche ai Paesi confinanti. Negli ultimi sette anni sono morte ventimila persone per mano di questa organizzazione terrorista; due milioni invece gli sfollati costretti a fuggire di fronte alla barbarie jihadista.

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