L’attacco a Caracas e la blanda reazione di Mosca: “Così la Russia ha perso il Venezuela”

La Russia accetta il fallimento dei suoi investimenti politici, economici e finanziari in Venezuela. Non ha i mezzi né il desiderio di opporsi alla mossa di Donald Trump. Gli interessi e la priorità strategica e militare di Mosca rimangono in Europa e in Ucraina. Per di più, l’idea di un ordine internazionale fondato sulla politica di potenza e sulla divisione del mondo in sfere di influenza è simile nelle visioni della Casa Bianca e del Cremlino. Diplomatici, analisti regionali e storici intervistati da Fanpage.it ritengono che questa coincidenza politico-ideologica sia tra i motivi della reazione blanda della Russia all’attacco USA su Caracas e alla cattura di Nicolás Maduro.
“Intesa tacita” Trump-Putin
“Non che Trump e Putin si siano messi d’accordo sul Venezuela, ma c’è una consapevolezza condivisa”, dice Brian Naranjo, diplomatico statunitense da poco dimessosi dopo 32 anni di carriera, parte dei quali all’ambasciata di Caracas e al Bureau of Western Hemisphere del Dipartimento di Stato. “È un’intesa tacita: Trump accetta l’approccio russo del tipo ‘quello è il vostro cortile, non il nostro’”.
La visione di Trump, espressa nella strategia di sicurezza nazionale, di un mondo dove l’emisfero occidentale rientra nell’area di predominio statunitense “è molto vicina alla visione del Cremlino di un mondo ‘multipolare', in cui Mosca considera i territori dell’ex URSS come sua sfera di influenza”, spiega a Fanpage.it Vladimir Rouvinski, docente all’università di Cali, in Colombia, ed esperto dei rapporti tra Russia e America Latina.
Fatto sta che — secondo quanto rilevato dal Washington Post — una richiesta di missili, radar e nuovi aerei fatta da Maduro a Putin mentre gli USA costruivano il loro dispositivo a largo delle coste venezuelane non è servita. “La Russia ha perso il Venezuela”, concorda Rouvinski.
Durante la crisi istituzionale del 2019 a Caracas, Mosca aveva inviato consiglieri militari da Maduro, e ammodernato le forniture belliche. Ma allora le sfere d’influenza non erano il mantra dei promotori del nuovo ordine globale.
Multipolarismo imperiale e colonialismo
A Mosca lo chiamano “multipolarismo”. Lo presentano come antitesi al neo-colonialismo. In realtà, l’idea è strumentale. La divisione del mondo in aree di proiezione di potenza apertamente perseguita dal Cremlino implica la subordinazione altrui. È in contraddizione con il concetto egualitario di un mondo davvero “multipolare”. Il multipolarismo russo è un ossimoro politico.
Ciò a cui si riferiscono politici e ideologi di Mosca è piuttosto un sistema policentrico: non c’è più una sola grande potenza a comandare ma almeno due. O tre, considerando la Cina. Si creano così nuove dipendenze. Seguendo logiche molto vecchie.
L’uso della forza in Venezuela e le occupazioni territoriali in Ucraina sono un passo indietro che va oltre lo stesso neocolonialismo. Quest’ultimo è esercitato attraverso l’economia, il debito, la sicurezza, la tecnologia. Ora si usano blitz e invasioni, gli stessi strumenti militari dell’età coloniale vera e propria.
L’”esempio” americano è paradigmatico: “Controlleremo il Paese e ci prenderemo il suo petrolio”, ha detto in sostanza Donald Trump dopo il blitz. “La Guerra Fredda accompagnò la decolonizzazione. Oggi, questa ‘Guerra Fredda 2.0’ lascia intravedere una nuova colonizzazione”, è il commento dello storico Sergey Radchenko alle parole del presidente degli Stati Uniti.
Il silenzio di Putin
Vladimir Putin, al momento in cui scriviamo, non ha detto niente sull’azione americana. Il ministero degli Esteri russo (MID) la ha condannata come “un atto di aggressione armata” contro uno stato sovrano. Il Cremlino ha chiesto il rilascio di Maduro e di sua moglie, auspicando una soluzione “attraverso la diplomazia”. Non proprio energica, come presa di posizione.
“Oggi Mosca dispone di capacità molto limitate di escalation nell’emisfero occidentale”, nota Rouvinski. “Opta per la condanna retorica, l’attivazione diplomatica e la gestione dei danni, proteggendo asset, contatti e reti, niente risposte simmetriche”. D’altra parte, la relazione col Venezuela “era fortemente politicizzata e simbolica”. Unici elementi materiali concreti, “cooperazione militare, consulenze e legami energetici, oltre a opportunità di arricchimento personale e corruzione”.
Intelligence, inefficienze, forse tradimento
Le immagini degli elicotteri Chinook che volano indisturbati a quota non tattica su Caracas con la luna piena, esposti anche a difese antiaeree portatili come gli Igla-S forniti al Venezuela dai russi, fanno pensare a un “tradimento” dei militari nei confronti di Maduro. “Teorie complottiste non verificabili”, dice a Fanpage.it l’ex funzionario di un’agenzia americana, che chiede di non rivelare il suo nome. “Il fatto è che armi come gli Igla-S i generali venezuelani le tengono sotto chiave, non sono di facile accesso. I controlli sono stretti e macchinosi”. Se un accordo con apparati militari o di governo c’è stato, come spinge a considerare la continuità amministrativa sotto la vice presidente Delcy Rodriguez, non è stato decisivo per l’operazione militare.
Mosca negli ultimi anni ha fornito al Venezuela caccia bombardieri Sukhoi Su-30, sistemi antiaerei S-300, Pantsir-S1 e Buk-M2E. Non sono entrati in azione perché gli statunitensi “hanno colpito nello stesso momento e dopo un cyber-attacco che ha inibito gli armamenti avversari”, afferma l’ex funzionario americano.
Inoltre, “molte armi arrivate dalla Russa erano obsolete e senza senza piani di manutenzione o addestramento adeguati”. Esempio della disfunzionalità dell’aiuto militare russo, una fabbrica di munizioni per fucili d’assalto Kalashnikov AK-47 promessa e mai completata. “La presenza russa serviva più a fini propagandistici che a rafforzare realmente l’efficacia militare venezuelana”, conclude la nostra fonte.
Navi da guerra e petroliere
Maduro era un alleato per la narrativa del Cremlino. Ma la produttività politica e quella economica dei rapporti “erano incerte a causa di sanzioni, rischi finanziari e deterioramento istituzionale”.
Funzionava soprattutto per la propaganda. Come asset geopolitico vero proprio, mica tanto: “Gli incrociatori russi in Sudamerica hanno sempre viaggiato insieme a una petroliera, perché non avevano alcun posto dove fare rifornimento”, ricorda l’ex funzionario USA.
Per certo, come “business” il Venezuela era in perdita. E a Mosca lo si era messo in conto da tempo.
Più un costo che un asset
Le società statali russe hanno investito pesantemente nel settore energetico di Caracas, con prestiti e joint venture miliardarie. Venti miliardi di dollari solo negli asset legati al colosso petrolifero Rosneft, guidato dall’amico di Putin Igor Sechin, vero protagonista delle relazioni russo-venezuelane.
Il primo grosso affare lo chiuse nel 2006, quando vendette a Hugo Chavez arei militari e armi per quattro miliardi di dollari, pagati con carichi di greggio.
Gran parte dei debiti del Venezuela verso Mosca e Rosneft è ormai “congelata”, data l’improbabilità di rimborso. Molti investimenti erano già in difficoltà prima degli eventi recenti, e alcune aziende hanno svalutato le perdite.
Il paradosso petrolifero
Negli ultimi 30 anni, il settore petrolifero venezuelano è crollato: da circa l’11‑12% della produzione mondiale, oggi il Paese non arriva a un punto percentuale. La Petróleos de Venezuela (PDVSA) ha licenziato gli ingegneri e decine di migliaia di dipendenti per motivi politici, assumendo al loro posto attivisti del partito al potere.
Le riserve di greggio sono tra le più grandi al mondo. Ma restano sottoterra. Per i pozzi produttivi, le infrastrutture sono decrepite. L’estrazione e il trasporto sono difficili. La raffinazione, lunga e complessa. Si tratta di greggio “pesante”. Somiglia all’asfalto: usandolo così com’è, ci si potrebbe bitumare una strada.
Sechin aveva acquistato diritti a prezzi stracciati, sperando in profitti sul lungo termine. Sanzioni, cattiva gestione e difficoltà logistiche hanno reso la cosa impossibile.
Mosca deve accettare perdite significative. Negli anni dal 2006 al 2018, mentre Chavez e poi Maduro distruggevano l’industria estrattiva ed espandevano la spesa pubblica rovinando il Paese, la Russia era diventata di fatto il “prestatore di ultima istanza”, quello disposto a elargire liquidità quando nessun altro vuol più farlo. Nuove autorità potrebbero adesso ripudiare i debiti.
Nostalgie sovietiche
“Il sole è tramontato sull’idea della Russia come superpotenza”, commenta a Fanpage.it il diplomatico Brian Naranjo. “Si è rivelata una ‘tigre di carta' in Venezuela. Ha perso credito, fiducia e prestigio, nell’emisfero occidentale: si è visto che quando la situazione si fa critica e ci si trova nei guai, i russi non sono lì per aiutarti”.
“Non ce ne andremo mai e nessuno ci potrà cacciare da qui”, disse Igor Sechin nel suo impeccabile spagnolo dall’intonazione latino-americana all’ inaugurazione di una statua di Hugo Chavez a Sabaneta de Marinas, città natale del presidente rivoluzionario. “Russia e Venezuela insieme per sempre”. Era la fine del 2016. Il capo di Rosneft, linguista di formazione, da giovane ha fatto l’interprete per le delegazioni sovietiche nei Paesi post-coloniali. Si dice fosse un operativo del Kgb. Lui non ha mai smentito. Dopo il suo discorso, sul palco di Sabaneta salì il coro del monastero Sretenky di Mosca. Cantò con un accento spesso come un mattone "Alma Llanera”, la più popolare canzone venezuelana. Poi, nel caldo tropicale, la russissima “Katiusha". Intorno, il popolo osannante del “Paese fratello”.
Impossibile per i presenti non fare un parallelo con i tempi dell’interventismo sovietico in quello che si chiamava Terzo Mondo. Per molti russi, e in particolare per Sechin, vista la sua storia personale “anche l’aspetto romantico della presenza in Venezuela non è da sottovalutare”, ci disse poi un’analista del think tank moscovita Centero, Tatiana Rusakova. Ma le logiche del “nuovo ordine mondiale” che Russia e America stanno costruendo sono fredde e pragmatiche. Le nostalgie si scontrano con la realtà. L’impegno terzomondista è solo opportunistico. Mosca al romanticismo non ci crede più.