La Serbia celebra la morte di Mladić, il ‘macellaio di Bosnia’: “Così si riaccendono le tensioni nei Balcani”

Intervista a Giorgio Fruscione
Politologo e analista dell'Ispi esperto di Balcani.
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Ratko Mladić
L’ex generale Ratko Mladić condannato all’ergastolo per il genocidio di Srebrenica è morto all’Aia a 84 anni. La decisione della Serbia di organizzare i funerali di Stato riapre le ferite la Bosnia e mette a rischio il fragile equilibrio nei Balcani. L’analisi di Giorgio Fruscione (ISPI).

Ratko Mladić, l'ex generale serbo-bosniaco noto come il "macellaio di Bosnia", è morto ieri all'età di 84 anni nell'ospedale del carcere ONU all'Aia, dove stava scontando l'ergastolo. Condannato per il genocidio di Srebrenica – dove nel luglio 1995 organizzò l'uccisione di oltre 8mila uomini e ragazzi musulmani – l'assedio di Sarajevo e i peggiori crimini contro l'umanità commessi in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, Mladić è stato l'esecutore materiale della pulizia etnica nei Balcani, un criminale di guerra tra i più feroci dello scorso secolo. La sua morte, però, non chiude i conti col passato: il governo serbo ha infatti deciso di riconoscergli i funerali di Stato, una mossa che costituisce una clamorosa sfida alle sentenze internazionali, una provocazione al popolo bosniaco e che è palesemente e deliberatamente destinata ad alimentare – oltre a un becero nazionalismo – nuove, aspre tensioni diplomatiche e sociali tra Serbia e Bosnia ed Erzegovina, allontanando ulteriormente ogni prospettiva di vera riconciliazione.

Questa scelta del governo di Belgrado inoltre punta a colpire al cuore un assetto regionale estremamente precario. Con gli Accordi di Dayton del 1995, infatti, la Bosnia ed Erzegovina è stata strutturata come uno Stato sovrano composto da due entità autonome: la Republika Srpska, a maggioranza serba, che occupa il 49% del territorio, e la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, a maggioranza bosniaca e croata, che detiene il restante 51%. Un impianto istituzionale governato da una presidenza tripartita a rotazione e da un macchinoso sistema burocratico, dove i confini interni rappresentano tuttora una linea di fronte congelata da un armistizio, più che da una vera e propria pace. La celebrazione statale di un condannato per genocidio rischia di minare le fondamenta di questo fragile sistema. Ne abbiamo parlato con Giorgio Fruscione, analista dell'ISPI ed esperto di Balcani.

Partiamo da un commento sulla figura di Ratko Mladić, il "boia" di Srebrenica, il massacro più sanguinoso in Europa dopo il 1945. Chi è stato e qual è stata la sua rilevanza storica e militare nei Balcani?

Ratko Mladić è stato il soldato e il criminale per eccellenza. È il responsabile del peggior crimine commesso in Europa dopo la Seconda guerra mondiale: il genocidio di Srebrenica, definito tale da due distinte corti internazionali e dalle sentenze che lo hanno condannato all'ergastolo in via definitiva nel 2021.

Mladić rappresenta la perfetta incarnazione della cosiddetta "banalità del male" negli anni '90 nei Balcani. Ha applicato sul piano militare i piani ideati dai vertici politici della Jugoslavia dell'epoca e della Republika Srpska guidata da Radovan Karadžić. In quel progetto, la pulizia etnica della Bosnia ed Erzegovina costituiva sia il mezzo sia il fine della guerra: l'obiettivo era rendere quelle aree etnicamente pure ed eliminare tutte le componenti non serbe che abitavano il Paese in modo fortemente eterogeneo.

Ratko Mladić  verrà ricordato sempre e solo come un criminale di guerra. È fondamentale rimarcare che porta una responsabilità individuale, legata alla catena di comando militare che rappresentava. Questo ci ricorda che il genocidio non è mai una colpa collettiva, come invece le autorità in Serbia e in Republika Srpska cercano di far credere per ostacolare la verità e ritagliarsi il ruolo di vittime per precisi scopi politici.

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Resti umani delle vittime di Srebrenica

Rispetto al nazionalismo – un sentimento che da diversi anni si sta rafforzando anche in molti Paesi europei, Italia inclusa – quale chiave di lettura offre la vicenda balcanica?

C'è un filo rosso che lega l'operato di Mladić negli anni '90 in un contesto circoscritto alla retorica della difesa della cristianità nei Balcani e alla tutela di certi valori religiosi contro l'"islamizzazione" e il "terrorismo islamico". È una lettura estremamente attuale – si pensi al dibattito post-11 settembre o a quanto accade oggi in Palestina – ma era già presente nel nazionalismo gran-serbo di allora e raccolse molti sostenitori.

Questo elemento ha generato storicamente delle simpatie verso il nazionalismo serbo in diversi ambienti delle destre europee e italiane, sebbene la formazione militare e politica di Mladić risalisse in realtà alla Jugoslavia socialista. I dettagli storici però spesso si perdono: ciò che ha contato maggiormente è la narrazione secondo cui Mladić avrebbe combattuto per fermare l'islamizzazione della Bosnia. Una lettura fuorviante e non centrata, ma che ha esercitato presa su certi settori politici.

In Serbia e in Republika Srpska il nazionalismo attinge ancora a quella matrice. Ogni volta che si evoca Mladić, la guerra degli anni '90 o la questione del Kosovo, c'è sempre un interesse politico immediato in ballo. Il nazionalismo balcanico è denso di contraddizioni e incoerenze, sapientemente e impunemente manipolate dalla classe dirigente per compattare l'opinione pubblica e l'elettorato.

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Poco fa ci hai giustamente detto che Mladić deve essere ricordato come un criminale di guerra. Eppure è di oggi la notizia della decisione del Ministro della Giustizia serbo di onorarlo con funerali di Stato. Cosa segnala questa scelta sul piano politico e istituzionale?

Segue l'obiettivo di preservare la figura di quello che in certi ambienti viene considerato un eroe. E Mladić viene considerato tale non perché abbia realmente "difeso il popolo serbo", come recita la propaganda, ma proprio perché ha commesso quei crimini. Non lo si dice apertamente, ma le azioni per cui è noto sono i bombardamenti a tappeto, fino a far impazzire la popolazione, sui quartieri a maggioranza musulmana di Sarajevo, i campi di concentramento nella Bosnia occidentale e le campagne militari nella Bosnia orientale sfociate nel genocidio di Srebrenica.

A Mladić non possono essere ascritti successi militari di natura difensiva: definire quelle operazioni come azioni a tutela del popolo è una lettura del tutto scollegata dalla realtà. Chi nega l'entità dei massacri o del genocidio finisce, in modo contraddittorio, per celebrare Mladić proprio per averli compiuti, esaltando la logica dell'etno-nazionalismo: il predominio di una nazione sulle altre e l'eliminazione del nemico su base etnica.

Inoltre, da trent'anni la narrazione ufficiale a Belgrado propone un'interpretazione cieca e sorda degli eventi, ritraendo il popolo serbo esclusivamente come vittima. Molte persone non conoscono nel dettaglio cosa sia successo a Sarajevo o a Srebrenica, e questa scelta serve a mantenere scolpita la retorica del generale che ha protetto la nazione. C'è chi parla di Mladić come del fautore della "liberazione di Srebrenica". Certo, la "liberazione" – uccidendoli – da oltre 8mila ragazzi in età militare.

Infine c'è il fattore politico interno: in Serbia si voterà a ottobre per le elezioni. Il regime di Aleksandar Vučić affronta una competizione più complessa rispetto al passato, e concedere i massimi onori statali a una figura simbolo del nazionalismo rappresenta una mossa per compattare il proprio bacino elettorale.

L'organizzazione di esequie ufficiali rischia di riaccendere le tensioni con la popolazione bosniaca?

Più che riaccenderle, le mantiene costantemente vive. Negli ultimi anni questa fiamma è stata alimentata con regolarità. Nel 2021 abbiamo assistito alla lunga vicenda legata al murales dedicato a Mladić in un quartiere residenziale di Belgrado: l'opera era presidiata da gruppi vicini al regime ed è stata oggetto di proteste e azioni da parte di attivisti antinazionalisti, poi arrestati dalla polizia per aver lanciato delle uova contro il dipinto.

Provocazioni, cori negli stadi, murales e scritte propagandistiche sono la prassi nella Serbia degli ultimi trent'anni. I funerali di Stato rappresentano un'ulteriore istituzionalizzazione di questo fenomeno, ampiamente utilizzato sia dalla società civile nazionalista sia dall'entourage politico.

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 La scomparsa di Mladić potrebbe essere usata dalle leadership locali per rilanciare le spinte secessioniste della Republika Srpska?

Non credo che porterà a un piano secessionista operativo o immediato, poiché alla Republika Srpska mancano le condizioni storiche e materiali per attuare una secessione di fatto.

Tuttavia, verrà sicuramente sfruttata sul piano della retorica, della propaganda e della manipolazione politica. Leadership come quella di Milorad Dodik utilizzeranno questo momento per ribadire le proprie rivendicazioni autonomiste e rafforzare la narrazione identitaria. Non si profilano però scenari di scontro armato come negli anni '90: mancano le risorse militari e manca, nella popolazione, la volontà di tornare a combattere un conflitto.

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