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In Siria 15 anni fa scoppiava la guerra, Ricciardi: “Povertà diffusa, i bimbi lasciano la scuola per lavorare”

L’intervista di Fanpage.it a Luca Ricciardi, direttore Paese di WeWorld in Siria, nel giorno del 15esimo anniversario dello scoppio della guerra civile: “È finita ma non risolta. Mancano le infrastrutture e molti servizi essenziali, la maggior parte della popolazione ha bisogno di supporto, è molto vulnerabile, in particolare i bambini”.
Intervista a Luca Ricciardi
direttore Paese WeWorld in Siria.
A cura di Ida Artiaco
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Foto di WeWorld.
Foto di WeWorld.

"La guerra civile in Siria cominciata 15 anni fa ha causato danni enormi, mancano le infrastrutture e molti servizi essenziali. C'è molto da fare a livello sociale per processare il passato e non solo dimenticarlo".

A parlare è Luca Ricciardi, direttore Paese di WeWorld, organizzazione no profit italiana indipendente attiva in oltre 20 paesi per promuovere lo sviluppo umano ed economico, in Siria, dove circa un anno fa è finita la guerra civile – cominciata il 15 marzo 2011 – e che in 15 anni ha creato morte e distruzione in tutto il Paese. Oggi quella siriana resta una delle maggiori crisi umanitarie mondiali con oltre 16 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria, tra cui molti minori, secondo gli ultimi dati OCHA del 2025.

"C'è distruzione appena si esce fuori da Damasco", racconta a Fanpage.it Luca, che si trova nella Capitale siriana da 6 mesi, dopo essere stato per un periodo in Libano. "La guerra civile è ufficialmente finita da circa un anno, ma si tratta di un Paese che deve ancora ancora essere ricostruito, mancano le infrastrutture e molti servizi essenziali, la maggior parte della popolazione ha bisogno di supporto, è molto vulnerabile, soprattutto per quanto riguarda i bambini, le persone con disabilità e le donne. Si trovano in una situazione di continua povertà".

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WeWorld in Siria si occupa di risorse idriche e di educazione, organizzando corsi di alfabetizzazione per chi è fuori dalla scuola e progetti contro l'abbandono scolastico. "Molti bambini maschi sono costretti ad abbandonare la scuola per andare a lavorare, soprattutto tra i 12 e i 16 anni. Lo stesso vale per le bambine, che spesso si sposano ad età molto precoce per diminuire la pressione sulla famiglia e quindi il numero di bocche da sfamare. Tutto questo ha un impatto enorme sul futuro della Siria. A ciò si aggiunga che dopo la caduta del regime di Assad tanti siriani sono tornati dai paesi vicini, per un totale di circa due milioni di persone e la pressione su strutture che erano già quasi inesistenti è aumenta. La guerra è finita ma non è risolta. C'è molto da fare a livello sociale per processare il passato e non solo dimenticarlo".

Il rischio è che – dopo 15 anni di disastri – la Siria venga dimenticata in un momento in cui il conflitto israelo-americano contro l'Iran sta richiamando l'attenzione del mondo intero.

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"La Siria sarà sicuramente impattata da questo conflitto – ha concluso Luca -. C'è una situazione economica molto instabile e tutto questo aumento dei prezzi arriverà nei prossimi mesi anche qui, dove ci sono tante persone vulnerabili che non hanno nemmeno soldi per comprare cibo per la propria famiglia. La Siria non deve essere dimenticata ma deve essere considerata come parte integrante del contesto Mediorientale, non si può isolarla dalle dinamiche regionali. In Europa siamo abituati a guardare a una crisi alla volta ma quello che succede in questa parte del mondo dovrebbe essere guardato nel complesso, e dovrebbe essere data a tutte le popolazione la possibilità di autodeterminarsi, scegliendo chi e come governarsi".

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