Il pacifista ucraino che si è arruolato: “Non è un paradosso: davanti a un’invasione la scelta non riguarda solo te”
Artem Chapeye è pacifista. Ha tradotto e diffuso le idee del Mahatma Gandhi e dell’antimilitarista Noam Chomsky. In una poesia del 2014 scrisse che, se fosse arrivata la guerra, avrebbe disertato.
Poi la guerra è arrivata davvero. All’alba del 24 febbraio 2022, Chapeye ha portato in salvo la moglie e i due figli, è tornato indietro e si è presentato a un ufficio di reclutamento. È ancora nell’esercito ucraino. Continua a considerarsi pacifista, “un civile nel cuore”. La contraddizione è solo apparente: resistere con le armi può servire a ristabilire la pace. “Se l’alternativa è la sottomissione, con arresti, torture e deportazioni, la guerra non finisce, diventa unilaterale”, spiega a Fanpage.it. A Kyiv come a Gaza.
Artem Chapeye è il nome d’arte di Anton Vodyanyi, scrittore, giornalista e soldato ucraino, da sempre di sinistra. In "La gente normale non va in giro armata. Pensieri sul pacifismo quando il tuo Paese viene invaso" (Iperborea, 2026) non celebra la guerra né costruisce eroi. Racconta persone normali costrette a scelte anormali: padri che pensano ai figli, ragazzi in divisa che parlano di automobili e fidanzate, famiglie distrutte dalla morte e da separazioni senza scadenza.
Si rivolge anche a quel pezzo di sinistra europea che riconosce l’imperialismo americano, ma non quello russo. A chi venera la Resistenza e canta Bella ciao ma chiede agli ucraini di arrendersi.
Chapeye non idealizza il suo Paese: denuncia una mobilitazione disuguale, che scarica sui meno privilegiati il peso maggiore. Non nega l’estrema destra ucraina, anche se la definisce “una minoranza marginale, molto più debole che in molti Paesi europei”.
Per lui, pacifismo non significa che i figli debbano combattere le guerre già combattute dai padri. Al momento, non vede alcuna garanzia che questo non accada.
L’intervista è stata realizzata a margine della partecipazione di Chapeye al Festival della mente di Sarzana, sul palcoscenico del Teatro degli Impavidi. Integrale nei contenuti, è stata rivista per brevità e chiarezza.
Lei si considera ancora pacifista?
Sì. Ho sempre pensato che la violenza produca altra violenza. Ho tradotto gli scritti del Mahatma Gandhi e il suo metodo del Satyagraha. Ho tradotto anche molto di Noam Chomsky, gratuitamente, per diffonderne le idee.
Eppure, dopo l’invasione ha deciso di arruolarsi. Perché?
Il 24 (per gli ucraini il 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione, è semplicemente “il 24”, ndr) io, mia moglie e i nostri figli fummo costretti a fuggire da casa. Ma vedevo altre persone andare in direzione opposta, a contrastare l’avanzata russa: avrebbero difeso anche i miei figli, al posto mio.
Vidi un giovane che cercava di nascondersi per non combattere, e provai vergogna per lui. Capii che stavo tradendo me stesso.
Se fossi scappato, non sarei più riuscito a guardarmi allo specchio né a guardare negli occhi i miei figli.
Come si può combattere rimanendo pacifisti?
Non è un paradosso, se combatti per ristabilire la pace il prima possibile. È ciò che alcuni pacifisti “astratti”, mai costretti a scelte simili, non comprendono.
Far tacere i fucili non pone necessariamente fine alla violenza. È ciò che accade a Gaza: i palestinesi possono anche non sparare, ma continuano a essere massacrati. Temo che succederebbe anche in Ucraina, se smettessimo di resistere.
“Quando arriverà la guerra, sarò un disertore”, scrisse nel 2014. Che cosa non aveva capito?
Che davanti a un’invasione la scelta non riguarda soltanto te. Un giovane italiano mi disse: “Se invadessero l’Italia, fuggirei in Spagna”. Ma che ne sarebbe di sua madre, sua nonna, di chi non può partire? Andarsene significa anche decidere chi lasciare alla violenza dell’invasore.
Molti italiani di sinistra venerano la Resistenza, ma condannano quella ucraina. Come lo spiega?
Quando dovetti decidere se arruolarmi o scappare, avevo in mente Bella ciao. Raccontava quello che mi stava accadendo: una mattina mi sono svegliato e ho trovato l’invasore.
Noi ci siamo svegliati alle cinque con le bombe e l’invasore alla porta. Come non vedere l’analogia? Trovo inimmaginabile che Bella ciao venga cantata anche a manifestazioni filoputiniane.
Cosa accadrebbe se l’Ucraina deponesse le armi?
Nei territori occupati sta già accadendo. L’FSB (servizio di sicurezza russo erede del KGB, ndr) busserebbe alla mia porta perché ho partecipato alla resistenza. I miei figli sarebbero portati via per essere rieducati. Poi toccherebbe ai miei genitori e fratelli, sebbene non abbiano combattuto.
Quando il più debole depone le armi, la guerra continua da una parte sola. Alcune esperienze di guerra ricordano ciò che subisce una donna durante uno stupro. Non puoi dirle: “Smetti di resistere, sdraiati e rilassati”. Ha diritto di difendersi.
Si accusa l’Ucraina di essere corrotta e di avere organizzazioni di estrema destra. Ma una donna aggredita non deve mica essere una santa, per esser legittimata a difendersi. L’Ucraina non è certo perfetta. Ma lasciateci almeno commettere i nostri errori.
Quali sono i peggiori errori di Zelensky?
I soldati contestano il servizio a tempo indeterminato, mentre la maggioranza degli ucraini non ha mai combattuto. Servire per un periodo stabilito, per esempio due anni, e poi essere sostituiti sarebbe più giusto e salverebbe molte famiglie da separazioni interminabili.
C’è inoltre una forte disuguaglianza sociale: chi ha meno risorse sopporta il peso maggiore della guerra. Denaro e conoscenze rendono più facile evitare il fronte, e sopportare la condizione di guerra.
Parte dell’indipendentismo ucraino collaborò con la Germania nazista. Quanto pesa ancora quella storia? Ha incontrato nell’esercito presenze preoccupanti dell’estrema destra?
Nel Paese esiste una minoranza di estrema destra, ma è politicamente marginale. Il suo esponente più noto è Andriy Biletsky (fondatore del Battaglione Azov, in origine associato a gruppi neonazisti e poi integrato nelle forze armate regolari, ndr). Ma se si candidasse, prenderebbe pochi voti. Non vedo un sostegno significativo. Nell’esercito si cerca di disperdere questi gruppi.
Oggi l’estrema destra è molto più forte in alcuni Paesi dell’Europa occidentale. L’Ucraina non è senza difetti, ma è una democrazia. Benché durante la guerra non si possano tenere elezioni, il dibattito politico è vivace. Sondaggi e volontà popolare vengono presi in considerazione. Forse anche troppo.
Qual è la menzogna più pericolosa fatta credere da Putin alla sinistra europea?
Che voglia negoziare. Leggo continuamente che Putin “apre alle trattative”. È una falsità pericolosa: ogni volta che ne parla prepara un attacco ancora peggiore.
Se dipendesse da lei, quali compromessi accetterebbe per porre fine alla guerra?
Non credo che i territori siano il problema principale. Ma l’Ucraina non può arrendersi, perché smetterebbe di esistere come comunità.
Diventeremmo un popolo disperso: molti partirebbero e gli altri vivrebbero sotto un’occupazione insopportabile. Voglio che i miei figli non debbano andare in guerra, anche se per evitarlo dovrò continuare a combattere.
Non vedo alcun compromesso capace di garantire che un giorno non debbano combattere o diventare nuovamente profughi. Solo la fine del regime di Putin in Russia cambierebbe lo scenario.
Torniamo al “24”: quale impressione prevalse, quella mattina?
Fu come se l’oscurità fosse entrata nel nostro Paese. Come se da oltre il confine stesse entrando il futuro di cui abbiamo più paura.
Ma provai anche sollievo: ciò che temevo da tempo era infine accaduto e ora sapevo cosa fare. In 24 ore capii che dovevo evacuare i miei figli, tornare indietro e arruolarmi.
Di che parlano i soldati quando parlano tra loro?
Di cose personali. Gli adulti soprattutto della famiglia. I giovani delle ragazze e, fin troppo per i miei gusti, delle automobili. Io parlo tanto dei miei figli, mi fanno notare. Il mio trauma maggiore è stato la separazione da loro per due anni. La gioia più grande, vederli tornare nella nostra casa a Kyiv. Ora posso abbracciare loro e mia moglie: è questo che mi permette di continuare.
Lei si definisce “un civile nel cuore”, ma i soldati uccidono. Mica civile.
Non ho ucciso. A lungo ho avuto il compito di sorvegliare i prigionieri russi. Dovevo assicurarmi che non fossero maltrattati. Quando il nemico resta immateriale, puoi odiarlo. Davanti a esseri umani feriti e inoffensivi provi molta meno avversione. Ho cercato di rendere la loro vita il più sopportabile possibile. Anche con piccole cose. Gli compravo le sigarette, con i miei soldi.